Vacanze romane


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Sud Sudan

di Andrea Dessardo

 

Ha fatto scalpore il gesto, oggettivamente sopra le righe, del Papa che s’è inchinato a baciare i piedi ai leader del Sudan del Sud venuti a Santa Marta il 10 e l’11 aprile scorsi. Ma, prima di formulare dei giudizi, occorre inquadrare meglio il contesto.

Certo, a scorgere di fretta la foto sui social, si sarebbe tentati di dire che è inopportuno che il papa si umili fino a tal punto davanti a dei personaggi politici; sarebbe inopportuno con uomini di specchiata moralità, tanto più al cospetto di uomini ambigui come Salva Kiir Mayardit, primo presidente dopo l’indipendenza conquistata nel 2011, e i suoi vice designati Riek Machar Teny Dhurgon, venuto a Roma in permesso speciale da Khartoum, dov’è condannato agli arresti domiciliari (fu infatti lui a tentare il colpo di Stato nel 2013), James Wani Igga, Taban Deng Gai e Rebecca Nyandeng De Mabior. Uomini che hanno combattuto un’aspra guerra civile che, tra il 2013 e il 2018, ha causato quattrocentomila morti e quattro milioni di sfollati. La guerra è ufficialmente terminata lo scorso 12 settembre con un accordo di pace firmato ad Addis Abeba, il quale è in attesa di entrare in vigore nel prossimo mese di maggio: intanto il paese si regge su un fragile armistizio.

La notizia che purtroppo è passata in secondo piano è che i capi del Sud Sudan si trovavano in Vaticano per un ritiro spirituale di Quaresima, organizzato in concerto tra le locali chiese anglicana, cattolica e presbiteriana. Il paese, infatti, godeva di uno statuto d’autonomia, poi divenuta indipendenza, proprio perché in maggioranza cristiano e animista, mentre il Sudan del Nord è musulmano. L’incontro a Santa Marta, durante il quale hanno predicato l’arcivescovo di Gulu mons. John Baptist Odama e il padre gesuita  Agbonkhianmeghe Orobator, è stato organizzato insieme da papa Francesco, dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby e dal moderatore della Chiesa presbiteriana di Scozia John Chalmers. È un fatto che, anche al di là delle sue promettenti implicazioni politiche, dovrebbe far gioire i cristiani d’ogni confessione. A noi cattolici dovrebbe far piacere che dei leader politici che nel recente passato si sono macchiati di crimini che facciamo fatica a immaginare, si siano trovati due giorni ad ascoltare la Parola di Dio.

Il Papa e la diplomazia vaticana si stanno impegnando a fondo per la stabilizzazione del paese, anche se di questo di solito i giornali non parlano: il presidente Kiir era già venuto in visita il 19 marzo (nello stesso giorno veniva nominato il primo nunzio apostolico in quel paese, mons. Hubertus van Megen), mentre dal 21 al 25 dello stesso mese, la visita era stata ricambiata da mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, trattenutosi a Giuba, la capitale, per ben quattro giorni. Papa Francesco sta da tempo progettando il suo viaggio, probabilmente nel prossimo mese d’ottobre.

Non sappiamo come andranno in futuro le cose nel Sudan del Sud: affidiamo al Signore il destino di quella gente. Intanto abbiamo visto i loro capi parlarsi e pregare assieme per due lunghi giorni, che sono assai di più che una photo opportunity attorno al tavolo dei negoziati, come tante volte abbiamo visto per le troppe guerre di questi anni. Che quindi il papa abbia trasgredito al cerimoniale con un gesto tanto plateale è solo parte della notizia. L’ha fatto giovedì 11 aprile, a una settimana esatta dal Giovedì Santo, dove il gesto si ripete ogni anno per dodici volte.

quaresima

Riflessioni quaresimali sulla virtù dell’incontro

di Marisa Creglia

 

Il Settore Adulti/Adultssimi dell’Azione Cattolica, nel periodo quaresimale,  ha organizzato tre incontri di riflessione attorno ai temi che riguardano quella che Vittorio Bachelet chiamava e invitava ad apprendere:  la “virtù dell’incontro”.

In questo percorso ci si proponeva di riflettere sul nostro modo di incontrare gli altri, di confrontarci con il vissuto di Gesù, l’”uomo degli incontri” come ci testimonia il Vangelo e di prepararci all’incontro con Gesù Risorto nella celebrazione della Santa Pasqua.

Nella prima conferenza, la dott.a Loredana Domenis, ha evidenziato l’importanza dell’”incontro con l’altro” nell’esperienza umana, e particolarmente nei confronti delle persone più vicine, quelle che fanno parte della nostra costellazione familiare e sociale. A partire dalle nostre famiglie, occorre darsi da fare per riannodare rapporti, alimentare relazioni, ritrovando il tempo per stare con gli altri e riscoprendo soprattutto l’importanza dell’ascolto. Incontrarsi è un’esigenza fondamentale della nostra vita perché siamo persone fatte per la relazione e non per restare sole e chiuse in noi stesse. E’ qualcosa di irrinunciabile,  poiché ognuno di noi si costruisce o non si costruisce solo sulla trama delle relazioni che vive. E ogni incontro che facciamo con l’”altro”, a qualsiasi cultura appartenga, è sempre un’occasione per progredire, trasformarsi, arricchirsi.

La seconda conferenza è iniziata con un breve riferimento agli incontri di Gesù narrati dal Vangelo. Basta aprirlo per meravigliarsi di come Gesù cerchi le persone, incontri tutti, stabilisca relazioni “esclusive” con chiunque incontra, avendo però sempre come punto finale, quello di dare la pienezza della vita alla persona incontrata. Gli incontri non sono soltanto cercati da Gesù, a volte è cercato da qualcuno che vuole parlare con lui, chiedergli guarigione, aiuto, consiglio o semplicemente da qualcuno curioso e desideroso di conoscerlo, come il pubblicano Zaccheo che cerca Gesù che a sua volta lo cerca, E alla fine i due si incontreranno.A commentare questo incontro di Zaccheo e Gesù, è intervenuto padre Renato Beretta, frate francescano, con un’attenta e attualizzante rilettura del cap. 19, 1-10 del Vangelo di Luca.

Gesù sta attraversando Gerico – annota Luca – ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani, ricco e potente, temuto e odiato per questo da tutti, che cercava di vedere, chi era Gesù. È sorprendente questo suo desiderio, questa sua curiosità, ma non ci riesce per la folla e per la sua piccola statura, allora corre avanti e sale su un sicomoro. Il fogliame di questo grande albero lo protegge, può vedere senza esser visto, anzi non vuole esser visto. Invece Gesù giunto all’albero, alza lo sguardo verso di lui e lo vede. Uno sguardo non giudicante, colmo di una gioia infinita. Zaccheo! E lo chiama per nome, lo conosce, sa bene chi è. Non siamo mai sconosciuti a Dio. Egli sa bene chi siamo, conosce ogni nostro percorso, ogni nostro desiderio. E Gesù chiede a Zaccheo di scendere in fretta, di accoglierlo in casa sua. Oggi devo fermarmi a casa tua. Oggi: ogni giorno, oggi è il giorno in cui possiamo accogliere il Signore in casa nostra. Anche se non ne siamo degni, anche se tentenniamo, anche se non abbiamo nulla di pronto da offrirgli. In fretta scese e l’accolse con gioia. Scende in fretta,  Zaccheo. E’ accaduto l’inaudito: il Rabbì che tutti aspettavano, si è accorto di lui e ha chiesto di andare a casa sua. Non si è sbagliato, non lo ha confuso con un altro, lo ha chiamato per nome. Sa bene chi è lui. Zaccheo, è travolto dall’emozione e dalla gioia. Nessuna condizione, nessun giudizio, nessuna riprovazione da parte del Signore che ha semplicemente chiesto di essere ospitato. Dio non ci giudica mai, il suo amore precede la nostra conversione, la suscita, come con Zaccheo. La conversione non è affatto la condizione per incontrare Dio: L’unica condizione è quella di accettare l’invito, di stupirsi con gioia della visita inattesa. Dio non ci perdona in conseguenza del nostro pentimento, ma è il suo perdono che precede e suscita il pentimento. La misericordia è l’atteggiamento tipico di Dio,  che converte il nostro cuore, è lo scoprire quanto siamo amati, senza giudizio, senza condizioni. Dio non ci ama perché siamo buoni ma, amandoci, ci rende buoni, ci rende persone nuove. Dall’incontro con Gesù scaturisce per Zaccheo una vita nuova. Regala metà dei suoi soldi ai poveri e restituisce quattro volte tanto a coloro ai quali ha rubato, cioè a tutti. E Gesù diventa il  punto di riferimento della sua vita. Così può succedere anche per noi: l’incontro con Dio ci può cambiare la vita. Ma come Zaccheo bisogna andar oltre a tutto ciò che ci impedisce di “vedere Gesù”, correre avanti e salire su un sicomoro, lo strumento che può essere la preghiera, la Chiesa, una comunità, i Sacramenti o altro ancora, che ci consente di corrispondere all’invito di Gesù a scendere, per farlo entrare nella nostra vita. Gesù sta “passando” anche oggi, un’occasione unica per incontrarlo, dipende anche da noi che non passi inutilmente.

Il ciclo di riflessioni quaresimali si è concluso con l’intervento di don Davide Chersicla, maestro e direttore di coro, che ha sviluppato il tema dell’incontro con Cristo, attraverso la forma musicale dell’Oratorio sacro, espressione di un  dramma sacro in cui i personaggi dialogano tra loro, riflettono su un avvenimento accaduto o esprimono un sentimento o rendono partecipi la folla o gli ascoltatori. Citando alcuni autori che dal 600 al 900  si sono cimentati in questa forma musicale, don Davide ha analizzato alcuni incontri di Gesù con l’umanità, proponendo l’ascolto di melodie e sequenze liturgiche, che hanno coinvolto i presenti in un’intensa partecipazione emotiva, suscitando il desiderio di prepararsi all’incontro personale con Gesù Risorto.  I contenuti dettagliati di questo ultimo incontro, si possono ritrovare nell’articolo pubblicato su Vita Nuova della scorsa settimana.

notre dame in fiamme

Arde ma non brucia

di Michela Brundu

 

Eh sì, Mosè era rimasto di stucco davanti a quel cespuglio di rovi che ardeva senza consumarsi.

Ha stretto gli occhi per guardare attentamente quel fenomeno mai visto. Una faccenda che non ci voleva proprio, ora che aveva raggiunto la tranquillità. Venendo da un’infanzia problematica (nato ebreo in Egitto, a rischio di morte, abbandonato nelle acque del Nilo), cresce alla corte di un re non suo, fa carriera e infine, ricercato per omicidio, fugge e si rifà una vita, sposando la figlia di un ricco possidente. Raggiunge un certo equilibrio sociale ed economico, insomma.

E ora questa grana di un roveto ardente che addirittura gli parla. No, non ci voleva.

 

Qualche giorno fa, un altro incendio. In un posto distante, migliaia di anni dopo.

Brucia il tetto di una chiesa, su di un’isola, in mezzo a un fiume, al centro di una città, nel cuore dell’Europa. Questa volta si consuma un po’ ma alla fine le fiamme si spengono.

La notizia ha tenuto banco per giorni alla tv, sui giornali, sui siti di news, sui social. Sono da subito circolate interpretazioni di tutti i generi, corse di solidarietà, ricchi benefattori hanno aperto i portafogli. Qualcuno dice che è stato un fulmine mandato da Dio per colpire una Francia mai così laicista. Mah. E’ sempre pericoloso ergersi ad autentici interpreti del pensiero del Padre Eterno…

 

Comunque sia, migliaia e forse milioni di occhi, in tutto il mondo, fissavano allibiti quelle immagini sullo schermo. Quelli dei francesi erano lucidi, ma forse anche altri. Bruciava un capolavoro, un simbolo, una voce remota che – ci si è ricordato in quel momento – proveniva da dieci secoli fa. Vedevo scorrere, tra le fiamme, santi, re, imperatori e tanta gente comune, il popolo di una cristianità che ha percorso le strade del nostro vecchio continente. Sconfortata, come tutti, mi dicevo che no, che il loro ricordo non può bruciare così.

E mentre le fiamme sembravano inarrestabili, tra le tante viene data una minuscola notizia, velocemente. Prima che iniziassero i lavori di restauro, erano state rimosse sedici statue in bronzo, che ora giacevano salve da qualche parte: i dodici apostoli e i quattro evangelisti.

Mi è sembrato quasi miracoloso e, a ripensarci, pieno di significato.

Nonostante i gilets jaunes, la disoccupazione, gli immigrati, la decrescita e tutti i nodi problematici del nostro tempo, l’Europa alla fine ha raggiunto un certo equilibrio sociale ed economico, un relativo benessere e una ragionevole libertà (a paragone di quanto accade in altri continenti). Ma forse le sue radici, immerse in un Evangelo che ci sembra a volte appannato, non parlano più ai nostri contemporanei.

Eppure sono in salvo gli apostoli e gli evangelisti: sembra un monito, un’indicazione per ripartire. Traccia di un fuoco sotterraneo di altro genere.

Sembrano dirci che, se una chiesa brucia, c’è anche una Chiesa che arde.

 

 

foto Buco Nero

Buco Vero

di Arturo Pucillo

 

“Abbiamo visto l’invisibile”. Con questo ossimoro scaturito dalla gioia e dall’orgoglio del team di astrofisici responsabili della foto del secolo (più che foto, è una rappresentazione grafica della radiazione ad alta frequenza, quindi qualcosa di diverso dalla frequenza “visibile” che occhio umano o obiettivo fotografico catturerebbe), il quotidiano “L’Avvenire” dell’11 aprile 2019 dà risalto ad una notizia, attesa da giorni, che farà molto discutere perché rappresentazione iconica di uno di quegli snodi che la scienza di quando in quando attraversa trovando nuova propulsione verso nuove e più raffinate conoscenze. La scienza moderna di punta, specialmente nelle discipline dell’infinitamente grande o infinitamente piccolo (cosmologia o fisica delle particelle elementari) vive di uno scostamento crescente tra teoria, che fugge in avanti, ed osservazione, che resta indietro. In questo caso la teoria risale al 1916 ad opera di Albert Einstein con la sua relatività generale; ora, un secolo dopo, abbiamo la migliore osservazione che conferma il quadro teorico (altre prove sono state comunque prodotte altre negli ultimi decenni). La tecnica di realizzazione di una tale immagine è affascinante: unendo diversi radiotelescopi sparsi sulla superficie della Terra, considerando la rotazione terrestre, è stato costituito un unico telescopio “virtuale” grande come la Terra stessa, capace di produrre una mole indescrivibile di informazione sintetizzata in quella foto. Ecco, da qui scaturisce, tra le tante, una riflessione: senza che la famiglia umana unisse le forze relazionali, scientifiche, finanziarie e geografiche questa osservazione non sarebbe stata possibile. Saperi diversi, scuole diverse, percorsi diversi convergono verso un comune obiettivo. Sarebbe bello che da una lezione così intensa che ci viene dalla cosmologia, la scienza che più si avvicina all’infinitamente grande di Dio, imparassimo che insieme si va avanti, da soli se va bene si sta fermi o più facilmente si retrocede. Che si parli di scienza, di UE, di Italia, di comunità civica, di Chiesa.

Arturo Pucillo

PS: come la mettiamo con la Terra piatta e la curvatura dello spazio-tempo dei buchi neri?

PPS: ogni riferimento del titolo di questo articolo alla situazione economica italiana è puramente casuale.

foto Terra

L’ora della terra

di Luca Tedeschi

 

Il 15 marzo in molte città, a partire dai più giovani, si è levato un grido comune in difesa della salvaguardia del nostro Pianeta Terra.

 

Non hanno manifestato solo i più giovani. Anche alcuni adulti si sono lasciati influenzare da questo movimento, partito come un tam tam dal grido di condanna di una ragazzina svedese, Greta, di 16 anni e diffuso grazie all’aiuto indispensabile dei social network.

Da tempo non si vedeva una così appassionata intraprendenza giovanile a favore di qualcosa che dovrebbe stare a cuore di ciascuno. Una passione che profuma di futuro e di speranza, che ha il sapore della cura di un bene prezioso condiviso, finora sfruttato e poco curato. Da qui nasce l’indignazione giovanile verso chi con scelte politiche, economiche ed industriali priva le future generazioni del godere della bellezza e della possibilità della vita sul nostro Pianeta.

 

Ma al tam tam di appoggio ed approvazione del movimento si è opposto un altro chiacchiericcio di ben altro tipo come tifoseria contrapposta. Un accanimento contro questa iniziativa giovanile in difesa della Terra che ha cercato di screditare, ridurre e, come spesso accade oggi, insultare: dall’accusa della trovata commerciale, all’appoggio di certi grandi poteri economici, passando per l’etichettamento politico, siamo giunti allo svilimento personale della promotrice come ragazzina ammalata e quello generale con l’appellativo di “gretini” appiccicato da altri adulti ai giovani e ragazzi riscaldati, appassionati e mossi per la causa.

Spaventa questa avversione da parte di un certo mondo adulto dallo sguardo torvo ed incupito, chiuso alla novità, pigro e rancoroso, probabilmente insofferente di fronte all’intraprendenza del giovane che sogna le cose grandi ed alte, anche se ancora imperfette.

Occorrono sempre più, invece, adulti con il fuoco della passione educativa capaci di vivere il tempo dei sogni, delle visioni e delle scelte dei più giovani accompagnandone il desiderio di vita anche nelle strade piene di rischi. Adulti capaci di generare altri adulti, maestri di vita nella crescita e nella formazione. Altrimenti resterà una domanda certa e terribile: ma voi che ci avete lasciato in eredità questa Terra e questi modelli di sviluppo umano, economico e sociale, cosa avete fatto affinché siano sostenibili, in modo che ne potessimo godere noi e i figli dei nostri figli?

 

Ne va della vita sulla nostra Terra.

Ne va della passione di giovani e ragazzi di oggi e di domani.

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Pio XII, Salvini e il valore della complessità

di Lorenzo Klun

 

Il 2 marzo 2020 verranno aperti alla consultazione gli archivi vaticani relativi al pontificato di Pio XII, il papa della seconda guerra mondiale. L’ha annunciato alcune settimane fa Papa Francesco, il quale ha poi commentato: “Assumo questa decisione con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, senza dubbio, anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza”.

 

Per i meno informati, il pontificato di Pio XII è stato soggetto a molte controversie a causa della linea che il Vaticano portò avanti nei confronti del nazifascismo prima e durante la seconda guerra mondiale. Ad essergli rimproverata è stata soprattutto l’assenza di condanne esplicite nei confronti dei regimi fascisti. A motivare tale atteggiamento ci potrebbe essere stata la volontà, da parte del Papa, di proteggere i cittadini; in particolare le centinaia di ebrei italiani a cui sarebbero stati forniti dei falsi attestati di battesimo. In questo modo si sarebbero quindi salvate molte vite. È proprio per poter aggiungere qualche tassello a questo mosaico pieno di interrogativi che l’apertura degli archivi pontifici potrebbe risultare utile.

Così, nonostante qualche giornale, all’indomani dell’annuncio, titolasse “Ormai è inutile aprirli [gli archivi]”, la notizia potrebbe riscuotere l’interesse anche dei non addetti ai lavori. Per quale ragione?

10 febbraio 2019. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in visita alla foiba di Basovizza per il Giorno del Ricordo, durante il discorso conclusivo dichiara “Le gocce che scendono [oggi] uniscono i bimbi morti ad Auschwitz e i bimbi morti a Basovizza. Non ci sono martiri di serie A e martiri di serie B”, scatenando numerose polemiche. Se sulla seconda affermazione non si possono avere obiezioni, lo stesso discorso non vale certamente per la prima.

Infatti il dolore di una perdita non è mai misurabile e non esistono atrocità più atroci di altre. Ciascuna tragedia resta sempre tale, e per non rischiare di cadere nel benaltrismo non la si può sminuire nel mero calcolo matematico delle vittime.

Ciò che però non va fatto, anche e soprattutto per rispetto dei caduti, è passare sopra ai fatti storici. Le legittime appartenenze politiche, ideologiche o identitarie hanno un solo limite di espressione: i fatti. Qualunque posizione politica si voglia sostenere, non si può eludere la verità. E la verità è che, mentre sono numerosi i casi provati di bambini che nei campi di concentramento hanno trovato la morte, su casi provati di bambini ritrovati nelle foibe il dubbio resta. Questo non nega il dolore di coloro che nelle foibe ci sono morti, né dei loro cari, ma ci riporta dalle opinioni alla verità storica. È forse poco?

 

La decisione di Papa Francesco va quindi controcorrente rispetto ad una tendenza diffusa: tirare la coperta della storia dalla propria parte, senza verificare con il giusto approfondimento che ciò corrisponda a verità.

Per scongiurare la polarizzazione e le inevitabili fake news sugli eventi passati, è necessario che la ricerca storica indaghi con l’utilizzo di tutte le fonti a cui riesce ad accedere, smarcandosi da influenze ideologiche ed evitando il gioco degli equilibri, ma rendendo onore al solo equilibrio possibile: quello della verità, che racchiude in sé molte esperienze, ma non si riduce in nessuna di esse.

La parola chiave è complessità.

foto articolo Bonifacio, marzo 2019

10 anni con don Francesco

di Mario Ravalico

 

Sono passati dieci anni dalla beatificazione del sacerdote don Francesco Bonifacio, ucciso in odium fidei l’11 settembre 1946 mentre alla sera da Grisignana ritornava a Villa Gardossi (oggi Crassiza), la sua curazia, perché – come disse mons. Ravignani, in occasione della solenne celebrazione svoltasi a San Giusto – il suo santo ministero faceva di lui un ostacolo per coloro che volevano allontanare il senso religioso dal cuore della gente.

Non sono state poche le iniziative promosse per ricordare alla Chiesa tergestina e alla città, questo importante evento. Tanto più, non dimentichiamolo mai, dai tempi di San Giusto ad oggi, il beato don Francesco Bonifacio è l’unico santo della diocesi che noi ricordiamo e onoriamo. E, grazie soprattutto all’Azione Cattolica, sette anni fa, con una lungimirante intuizione, venne costituito il Gruppo Amici di don Francesco, per promuoverne la memoria e allargare il cerchio di coloro che lo pregano e si affidano a lui. Ed è bello qui sottolineare come quest’anno sia il settimo che, una volta al mese, ci si ritrova in preghiera nella chiesa di San Gerolamo confessore, là dove si trova un bel mosaico rappresentante don Francesco beatificato, accanto al suo Signore che sulle spalle porta l’uccisore, ormai perdonato. Così come l’annuale pellegrinaggio dell’Azione Cattolica sui luoghi in cui il Beato svolse il suo ministero, rappresenta un appuntamento voluto e, insieme, richiesto che non è mai stato abbandonato.

Ma in questo decimo anniversario l’Azione Cattolica ha voluto proporre qualche altro appuntamento significativo: il primo, al Circolo della Stampa, una tavola rotonda, che si è articolata su due serate, per fare memoria dei beati e servi di Dio legati alla nostra Chiesa e alle nostre terre: i beati don Francesco Bonifacio e don Miroslav Bulešić e i servi di Dio p. Placido Cortese, mons. Jakob Ukmar e mons. Marcello Labor. Tutti hanno donato interamente la loro vita a Dio e, per alcuni di essi, il martirio segnato dal sangue li ha uniti per sempre al sacrificio di Gesù.

L’altra iniziativa, realizzata assieme all’IRCI di Trieste che ne ha curato l’allestimento, è stata la mostra sul Beato Francesco: una ricca sequenza di foto e di testi, impreziosita dall’esposizione di alcune reliquie appartenenti al Beato, tra le quali il suo breviario, miracolosamente ritrovato dopo il martirio, e il cilicio che il sacerdote portava sulle sue carni, come segno di mortificazione e penitenza. L’interesse suscitato per questa mostra, visitatissima, è stato tale che essa è stata riproposta in altri due luoghi, di per sé molto significativi: Pirano, la cittadina in cui il Beato è nato e poi a Buie, nel Duomo di San Servolo, la sua parrocchia di appartenenza dove, ogni sabato e feste, don Francesco si recava a confessare. Come a dire che questo nostro beato supera i confini politici che gli uomini hanno fissato per essere, di fatto, ricordato e venerato in tre Stati, al di sopra di ogni umana divisione, e proposto come modello di quella santità della vita ordinaria di cui oggi c’è tanto bisogno.

Non vanno scordate anche altre iniziative, promosse dalla Diocesi, per le quali in qualche caso, come il pellegrinaggio diocesano, l’AC ha dato tutta la sua disponibilità di impegno e partecipazione attiva. Così la solenne memoria del martirio – celebrata a Monte Grisa l’11 settembre e articolata in diversi momenti – è stata un’occasione preziosa di riflessione e di preghiera della nostra Chiesa, e anche la celebrazione dell’Eucarestia nella Cattedrale di San Giusto il 14 ottobre, assieme ai massimi rappresentanti delle Chiese sorelle di Parenzo e Pola e di Capodistra. Senza scordare le iniziative culturali come l’Oratorio musicale Beati Franciscii e il Recital attraverso il quale è stata proposta la spiritualità del sacerdote martire.

Ora però come Azione Cattolica bisogna guardare avanti, in prospettiva, per non abbandonare il ricordo del nostro martire e, anzi, – come ci ha incoraggiato il nostro Vescovo con il messaggio alla Diocesi – continuare in una impegnativa prospettiva, spirituale e teologica, a tenere viva nella nostra realtà ecclesiale e culturale la memoria del beato don Francesco Bonifacio. I modi per realizzare questo saranno sicuramente trovati, a partire dai momenti della preghiera mensile e alla partecipazione all’annuale pellegrinaggio, tenendo presente anche le esigenze e la creatività dei giovani, come è avvenuto per il Sentiero Beato Francesco Bonifacio, da percorrere a piedi con tappe molto significative, coinvolgendo in parte anche le comunità locali.

Come anche sarà necessario riproporre alla Diocesi con maggiore convinzione il progetto per la custodia perenne in Cattedrale, luogo in cui don Francesco ha ricevuto l’ordinazione presbiterale ed è stato proclamato Beato, delle sue reliquie (il calice, la stola, il breviario, la cotta e il cilicio) rese ancor più preziose poiché i suoi resti mortali non sono mai stati trovati.

Occorrerà anche un generale impegno affinché la chiesa parrocchiale di san Gerolamo, diventi veramente per tutte le parrocchie, le associazioni, i gruppi di catechesi per i ragazzi della cresima e del dopo cresima, un luogo privilegiato di preghiera e di riflessione, un punto di riferimento spirituale per tutta la nostra Chiesa locale. E in questo l’AC, conscia della sua responsabilità, vuole dare un importante e decisivo contributo.