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L’Azione Cattolica si è riunita “straordinariamente” la settimana passata per ripensarsi e ridirsi identità ed obiettivi. Dopo incontri di dibattito culturale per giovani, adulti, educatori, momenti di preghiera, alla Domus Pacis si sono riuniti i delegati all’assemblea (circa 800 provenienti da 214 diocesi ndr), a rappresentanza dei 370.299 tesserati (173.381 adulti, 73.819 giovani, 131.169 ragazzi), per poter votare l'aggiornamento dello Statuto dell'Azione Cattolica Italiana. La storia dell’AC è caratterizzata da vari statuti: documenti che esprimono identità e progetti dell’associazione stessa fino allo Statuto della scelta religiosa del 1969, consegnato da Paolo VI, ad experimentum, a Vittorio Bachelet. Nelle giornate assembleari, alla fine di un percorso durato un anno, ricco di riflessioni, proposte e richieste da parte delle associazioni diocesane, si è proceduto alla votazione dello Statuto aggiornato: esercizio difficile e paziente di democraticità. A contorno di questo momento: la relazione della presidente, i saluti di alcune persone illustri, il messaggio del Papa. Sitia Sassudelli, ultima presidente dell'Unione donne di AC e prima vice presidente nazionale per il Settore Adulti dopo l'approvazione dello Statuto del 1969 (durante la presidenza Bachelet), con parole commoventi ha ricordato “l’entusiasmo che ha accompagnato l’impresa…il fervore ? insieme intellettuale e spirituale e comunitario ? che suscitarono i lavori del Concilio (…)”, il desiderio “di adeguare il volto dell’Ac a quel volto nuovo di Chiesa che riappariva nella sua bellezza originaria” e “il gusto e insieme il tremore conosciuto nell’inventare e concordare il nuovo patto associativo”. “Tremito della libertà del cristiano, quando si associa per uno specifico servizio di Chiesa nel mondo e di laico nella Chiesa” Esso ci ha detto “dà umiltà e fierezza, rende creativi e obbedienti, ha il sapore della responsabilità, diventa esperienza che unisce, ci rende amici tra noi, amici con i preti, amici con le persone in mezzo alle quali vogliamo vivere da testimoni dell’amore di Dio.” Chiara Lubich, che ha invitato a vivere la comunione tra associazioni ecclesiali e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha restituito idealmente una visita del “profeta senza barba” Vittorio Bachelet ad una prima conferenza pubblica della comunità, ricordando come è “la chiesa ad avere un debito verso questo grande laboratorio laicale che è l’AC”. Di fronte alle nuove frontiere ci ha spronato ad avere audacia ad essere con gli altri; in una missione quotidiana nelle frontiere della vita. Laici cristiani capaci di testimoniare il Vangelo e la Speranza. E’ questo il motivo per cui c’è bisogno dell’AC nella Chiesa ma soprattutto nella società italiana. Infatti “nel panorama del cristianesimo italiano la vita della vostra associazione - ci ha detto - è rilevante: siete la speranza di dare di più parole di vita a chi cerca senso; più amore a un mondo segnato dall’abbandono; di animare una cultura europea capace di affermare valori di libertà, di pace, di solidarietà a livello internazionale. Insomma di non presentarsi come rassegnati spettatori ai grandi appuntamenti mondiali, nazionali e locali del secolo che si è aperto”. La Chiesa ha bisogno dell’AC, perché ha scelto il servizio alla Chiesa particolare, perché ha fatto della parrocchia il luogo in cui giorno per giorno esprimere una dedizione fedele e appassionata, perché l'Azione Cattolica è ambiente aperto e accogliente, in cui chiunque può esprimere la propria disponibilità al servizio, trovare utili occasioni di dialogo formativo, perché non smettete di guardare al mondo con lo sguardo di Dio e così riesce a scrutare questo tempo per cogliere in esso i segni della presenza dello Spirito; perché infine ha nella propria tradizione grandi testimonianze di laici che hanno dato un contributo determinante alla crescita della città dell'uomo: è stato questo il cuore del messaggio del Papa. Nella parole della Presidente invece, dopo aver delineato una situazione mutata del mondo e della Chiesa, caratterizzato da crescente mobilità dei popoli, una pace da continuare a coltivare e tutelare, una famiglia sempre più piccola e fragile, una cultura democratica messa in crisi dall’individualismo, un’Europa sempre più allargata, un diffuso fenomeno di cristianizzazione, si è delineata la sempre nuova frontiera dell’AC: un compito immenso per la formazione delle coscienze. Con lo Statuto aggiornato si assume tutta la ricchezza di quello del 69, conservando quindi il patrimonio ideale e accogliendo tutta il peso di vita associativa, della Chiesa e delle intuizioni conciliari. Diocesanità, unitarietà, associazione, democraticità: queste le quattro “note” dell’AC di oggi e del futuro. Associazione che non ha leader che ne garantiscano il carisma ma ha dei responsabili democraticamente eletti. Potremmo idealmente dire come fratel Carlo Carretto a conclusione della I Assemblea Nazionale della rinnovata AC (1970) “Se ricominciassi da capo, incomincerei con l'Azione Cattolica. L'esperienza che ne è venuta, e più ancora la sofferenza della Chiesa, che ognuno di noi sente dentro, mi ha fatto convinto di questo. Sì, ci sono molte forze nella Chiesa, oggi, molti gruppi. Ma per diventare Chiesa, più Chiesa, direi più Chiesa ancora, è necessario non fermarsi al gruppo. Io so che cosa ha voluto dire per me uscire dall'ambito parrocchiale e capire che il mio impegno era la diocesi. E so che cosa ha voluto dire, per me, diventare diocesi, l'incontro con tutte la altre diocesi. Sentivo di diventare più Chiesa; più allargavo l'orizzonte dei contatti con i fratelli”. In questi giorni assembleari e soprattutto quindi nella storia dell’AC oltre ai voti, tanti nomi, volti e vite. Sono i volti dei soci che abitano le nostre associazioni e che fanno Azione Cattolica, trasmettono il “gusto del quotidiano”, sono capaci di dialogare, discutere, esprimere opinioni diverse e lasciare un seme, un segno o fare un tratto di strada con qualcuno incontrato nel cammino. Anche i delegati di Trieste: Duilio, Raffaella, Michela, Arturo parlano di questa esperienza come un momento coraggioso di confronto aperto, ricco di incontri, e segno di un momento storico. Ora però tocca avere uno “sguardo oltre” lo Statuto: alla società, al mondo, alla Chiesa perché realmente “la storia diventi profezia”. Chiara
Sancin
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