Contributo al Convegno ecclesiale
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Trieste

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Contributo dell'Azione Cattolica
al secondo Convegno ecclesiale
"La Chiesa di Trieste tra storia e profezia"

Alcune osservazioni sui laici
e la loro presenza nella realtà di oggi

La lunga, secolare tradizione di impegno nella Chiesa e nel mondo rende l'Azione Cattolica promotrice naturale di una riflessione sul laicato all'interno della comunità cristiana.
Molto è stato detto e scritto, prima, durante e soprattutto dopo il periodo conciliare. Non abbiamo la pretesa di inventare nuove teorie né di "rivendicare" spazi di azione o di responsabilità per i laici.
Ci sembra doveroso, però, sottolineare alcune peculiarità della nostra Chiesa locale e indicare alcuni possibili percorsi per il laicato.
Proviamo a tratteggiare una possibile direzione verso cui muoversi, partendo dai più recenti orientamenti pastorali dei Vescovi “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (2001). 

Al n. 54 leggiamo:

" Chiesa di Dio, insieme a noi, ministri ordinati, sono i laici; di loro il Signore si serve per la testimonianza e la comunicazione del Vangelo in mezzo agli uomini. Oltre a essere esperti in un determinato settore pastorale (carità, catechesi, cultura, lavoro, tempo libero…) devono crescere nella capacità di leggere nella fede e sostenere con sapienza il cammino della comunità nel suo insieme. C’è bisogno di laici che non solo attendano generosamente ai ministeri tradizionali, ma che sappiano anche assumerne di nuovi, dando vita a forme inedite di educazione alla fede e di pastorale, sempre nella logica della comunione ecclesiale."

Sembra dunque che il punto di partenza sia una lettura sapienziale del cammino della comunità cristiana. Questo è un tentativo.
 

1. Osservazioni di base
Siamo di fronte al concreto rischio, in molte delle nostre comunità, dello sviluppo di un laicato ad intra, talora più propenso all’animazione liturgica piuttosto che alla presenza e all’impegno tipicamente laicale nella famiglia, nel mondo del lavoro, nella società e nella politica.
Qui si innesta il lungo e dibattuto capitolo della "spiritualità laicale": riassumiamo brevemente i due principali filoni. Tuttora alcuni sostengono che tale spiritualità non esiste, essendo semplicemente quella propria del battezzato. Tuttavia sono convinti della specificità dell'identità spirituale del presbitero e del religioso consacrato. La conseguenza logica, anche se non sempre espressa, di questa visione è che tali speciali vocazioni diventano "un di più" rispetto a quella "normale" del fedele qualunque; si ripristina così - magari in modo non palese - una concezione se non piramidale, almeno "a due gradini" del popolo di Dio.
Altri, invece, sostengono che la spiritualità del laico "consiste" nel suo impegno nel mondo; una volta avvenuta l'opzione fondamentale, la vita cristiana si esprime in modo definitivo nelle opere: talvolta a livello di impegno sociale, culturale, politico; più spesso nella generosa "manovalanza" che sostiene le opere parrocchiali in servizi umili e preziosi.

2. Un tentativo di analisi
Le opinioni sopra tratteggiate poggiano su precise convinzioni ecclesiologiche e hanno concrete ricadute nella dinamica delle nostre comunità. 
La prima di queste, probabilmente, parte dalla discutibile equazione "ministero = santità". In tal modo il laico vive la propria fede spesso in modo generico, vedendo nel presbitero non solo, giustamente, il pastore e la guida (cioè il segno vivente di Cristo capo e maestro) ma anche un "arrivato" dal punto di vista spirituale. Questo spesso porta il semplice fedele a vivere in un atteggiamento di inferiorità, anziché di comunione profonda, la sua appartenenza alla comunità cristiana. Tra le ricadute concrete, frequentemente si avverte da una parte una profonda solitudine dei presbiteri, se non a livello pratico, spesso a livello progettuale e ideale. Dall'altra, il tentativo del laico di rincorrere una spiritualità non propria oppure, più facilmente, di ripiegare su un "facile" devozionismo, anziché indirizzarsi verso una seria vita di fede e di preghiera, e di stare ai margini della comunità parrocchiale, come un "utente" anziché sentirsi protagonista.
L'altro tipo di convinzione fa riferimento ad una salutare "distinzione" dei compiti e dei ministeri all'interno della comunità cristiana, tuttavia rischia da una parte di instaurare di fatto una netta separazione (a volte una vera e propria cesura) tra chi è preposto "solamente" alla liturgia e alla pastorale e chi si spende "solamente" nell'attualizzazione del messaggio evangelico. Dall'altra, spesso i laici interpretano la loro peculiarità di ministero in modo riduttivo, cioè esclusivamente all'interno della comunità cristiana (ad intra, come osservato all'inizio), ritagliandosi spazi per servizi preziosi, ma non cogliendo appieno la globalità di un'azione pastorale progettata e condivisa. Anche in questo caso, infine, la vita spirituale del laico impegnato rimane sullo sfondo, quasi che la preghiera, il silenzio, l'ascolto della Parola e la contemplazione fossero riservati principalmente a chi risponde alla vocazione di vita consacrata.

Ci sembra di cogliere, tra queste varie situazioni, il denominatore comune di un'ecclesiologia distorta o lacunosa, di una formazione approssimativa e spesso "congelata" sulle nozioni apprese nella (remota) catechesi di preparazione alla Prima Comunione, di una fatica a considerarsi parte di un unico corpo con molte membra, di una spiritualità a volte confusa, che rischia alternativamente di degenerare nello spiritualismo o nel culto del fare.

E' chiaro che, accanto alle lacune e alle fatiche, assistiamo anche ad una maggiore e diffusa convinzione dell'importanza della Parola di Dio nella vita di ogni credente, a gesti grandi e piccoli di generosità e di autentica donazione, alla maturazione di molte comunità sui versanti della partecipazione liturgica, del rinnovamento della catechesi, dell'azione di carità.
A soli quarant'anni dal Concilio molta strada è stata percorsa, ma ancora ne resta da fare sul piano della consapevolezza, della comunione, della crescita interiore.
Ci sembra che sia necessaria, ancora una volta, una seria riflessione sul laicato. Non tanto o non solo sul piano teorico del ruolo e significato dei laici cristiani fedeli di Cristo (su cui tanto è stato scritto nei vari documenti conciliari e nel magistero del Papa e dei vescovi, nonché in numerosi testi, articoli, convegni...), quanto sulla necessità di rivedere la "formazione dei laici". In che modo è vissuta e proposta dai sacerdoti, dai responsabili dei vari gruppi, movimenti, associazioni? Ci sono dei parametri unificanti o almeno dei punti comuni e irrinunciabili sui quali convenire?
 

3. Un possibile percorso
Il punto di partenza può essere il confrontarsi su questa affermazione: occorre formare laici maturi che vivano sempre più pienamente la loro fede attraverso la “pedagogia dei fatti”. Siamo convinti che molte lacune possano essere colmate se si parte dalla concretezza delle situazioni, più che da (o almeno accanto a) una tradizionale formazione dottrinale. 
Pensiamo dunque che, per costruire o consolidare una formazione con questo stile, si debbano compiere alcune scelte di fondo:

* i laici devono imparare anche facendo e facendo fare; questo necessita fiducia e libertà da parte dei pastori nel promuovere un servizio che sia "educativo" anche per chi lo svolge e una responsabilità, anche dei più giovani, che educhi al senso di "corresponsabilità" in una Chiesa-famiglia.

* il carattere distintivo di ogni servizio deve essere la gratuità: formare dunque laici animatori/educatori/operatori capaci di diventare servi inutili (fuori da ogni logica di potere o di apparenza).

* impostare e far crescere cammini di ascolto, osservazione, discernimento, capaci di educare (soprattutto i giovani) alla giustizia, alla pace, all’attenzione e rispetto del territorio.

* aiutare la comunità, e i singoli battezzati in essa, a crescere vivendo la dimensione della carità, favorendo sempre più l’attenzione alle situazioni di piccola o grande emergenza, all’interno della dimensione della quotidianità.

* favorire la maturazione di una spiritualità della condivisione, attraverso nuovi stili di vita.

* un’idea-visione di comunità parrocchiale intesa come “casa tra le case”, capace di interrogarsi su quello che la gente vive, sui bisogni materiali e immateriali; questo può essere l'inizio di una formazione ecclesiologica e di una consapevolezza pastorale serie e fondate.

Come interpretare tali scelte nella quotidianità, dentro alla pastorale delle parrocchie e all'interno dei cammini di aggregazioni, movimenti e associazioni non è semplice. Elenchiamo solo:

alcune proposte esemplificative

Sia nei cammini formativi che nelle concrete attività da proporre e organizzare, si possono tenere presenti questi punti (e molti altri):

* esercitare attenzione per immettere nella spiritualità laicale la responsabilità storica e sociale, la competenza professionale da spendere a beneficio della comunità civile ed ecclesiale (in particolare di chi opera in settori sociali, assistenziali, educativi, ecc.), la sobrietà e la responsabilità nell’uso dei beni, l’accoglienza e l’ospitalità come dimensione familiare normale; in una parola: il laico contribuisce alla crescita del Regno soprattutto fuori di chiesa;

* la promozione e il rilancio del volontariato come pratica possibile (per molti) di prossimità concreta attraverso la condivisione con gli ultimi del proprio tempo e risorse, forza di cambiamento e cittadinanza attiva;

* una particolare attenzione al mondo giovanile per le possibilità offerte dall’istituzione del nuovo servizio civile volontario basato sulla libera scelta di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 26 anni;

* un approfondimento teologicamente corretto che sia uno stimolo per molti a prepararsi alla “particolare forma di carità che è la politica”. Dunque recuperare e formare la passione per la costruzione della “polis”, come città in cui ciascuno trova armonicamente la propria dimensione nel costruire cittadinanza solidale e quindi vera politica. Imparare, quindi, ad esercitare tale approfondimento nei termini concreti di:
- un’attenzione e un’azione critica e stimolante al riguardo delle scelte degli enti locali in materia di stanziamenti e servizi in favore soprattutto delle persone più deboli, opportunità di inclusione, sostegno alle proposte di solidarietà ed aggregazione;
- una particolare cura del territorio coltivando un corretto approccio alle tematiche ecologiche in termini di responsabilità verso il creato;
- l’impegno a declinare localmente le sfide della globalizzazione attraverso l’apertura culturale e l’impegno pratico in termini di integrazione degli immigrati, cooperazione ai paesi in via di sviluppo, stili di vita solidali e responsabili.
 

4. Verso una spiritualità laicale
Nel nostro approccio, la "pedagogia dei fatti" conduce ad una comprensione profonda e autentica delle necessità del mondo alle quali la Chiesa, e quindi i laici fedeli di Cristo, sono chiamati a dare risposta. Dovrebbe portare dunque ad una concreta percezione del fare Chiesa e, soprattutto, dell'essere Chiesa.
Con cammini formativi di questo tipo, i laici sono condotti, inoltre, a comprendere la necessità di una solida, vivace e specifica vita spirituale: alimento indispensabile per ogni responsabilità e consapevolezza ecclesiale. Infatti, affinché il laico si “costruisca” all’interno di questo scenario, è indispensabile un profondo legame tra l’azione pastorale della testimonianza della carità e tutta la vita della comunità Cristiana, tra la professione di fede e l’agire del credente, tra il dono dell’Eucaristia e la disponibilità a farsi dono i fratelli.

Nella prospettiva degli Orientamenti pastorali, dobbiamo accogliere l’invito dei Vescovi a metterci in contemplazione di Cristo per maturare una spiritualità essenziale, capace di “legarci” all’altro (Cristo, il fratello, il povero…), una spiritualità dove il modo di ascoltare la Parola di Dio ci trasforma, diventa spada penetrante, Buona Notizia che chiede riscontro là dove la vita è più offesa, degradata, crocifissa.
Conseguenza impegnativa di questo profondo e libero ascolto della Parola è il dono di sé, non ostentato né scontato, sottoposto a continua verifica sulla capacità a rinnovare la vita per fedeltà alla Parola. Ma dare un’anima alla testimonianza significa anche capacità di tenuta di fronte alle prove e agli insuccessi, accettare la fatica del servizio meno gratificante, vedere un cammino di salvezza anche nelle situazioni umane più degradate.
L’intonazione di una testimonianza della carità secondo lo Spirito aiuta a non fare una lettura conforme alla mentalità corrente (vedi Rm. 12) dell’organizzazione e delle strutture, dell’uso del denaro e del rapporto con la politica; ma piuttosto fa sì che non ci si accontenti della beneficenza e della filantropia.

Tali coordinate, qui brevemente delineate, potrebbero essere adottate dai sacerdoti e dai responsabili della liturgia e della preghiera comunitaria, in modo che queste diventino il terreno in cui l'agire del credente metta le radici e tragga alimento.

Questo percorso, dalla "pedagogia dei fatti" ad uno "stile di spiritualità" laicale, è per sua natura circolare e quindi mai concluso. Crediamo che possa essere una via, semplice e percorribile, verso una piena maturità del laicato nella nostra Chiesa locale.
Una preziosa modalità in cui queste tappe cercano di realizzarsi (e a volte con successo) è l'associazionismo.
 

5. I laici associati
In molti documenti del Magistero viene richiamata l'importanza, anzi la necessità, del laicato associato per la vita della Chiesa.
In questo panorama, anche se l'originaria accezione di "associazione ecclesiale" di laici era ben delineata e con tratti caratteristici (ad esempio in Apostolicam Actuositatem, n.20), si sono inseriti nel corso degli anni tutti i movimenti, i gruppi e i cammini di varia natura e finalità.
Se molti di questi hanno ambiti specifici di impegno o carismi particolari, pensiamo comunque che il percorso tratteggiato sopra possa essere "importato" da qualunque aggregazione ecclesiale.
E' chiaro, comunque, che non tutte le aggregazioni hanno la stessa sensibilità o attenzione verso la questione della presenza, del ruolo e della consapevolezza dei laici nella Chiesa. Sembra ragionevole rivolgersi, in primo luogo, a quelle aggregazioni che hanno i caratteri della stabilità e del riferimento costante alla pastorale parrocchiale o diocesana.
Tra queste va menzionata l'Azione Cattolica, che da decenni ha adottato la cosiddetta catechesi esperienziale all'interno di tutti i suoi percorsi formativi (per ragazzi, adolescenti, giovani, adulti, famiglie). Tali percorsi si articolano su vari filoni complementari che, portati avanti contemporaneamente, tendono a realizzare una formazione umana e cristiana completa. Infatti, accanto all'esperienza catechetica (dove le situazione di vita sono il punto di partenza, rilette alla luce della Parola, del Magistero e del confronto comunitario), si percorre un itinerario spirituale (con i ritmi dell'anno liturgico) e si matura la propria consapevolezza laicale attraverso la testimonianza cristiana nelle proprie situazioni di vita, la presenza sul territorio, la corresponsabilità progettuale e operativa nelle parrocchie, accanto e con i pastori, attraverso gli organismi di partecipazione pastorale e, soprattutto, attraverso quel costruire e coltivare le relazioni umane, che sono il tessuto stesso della comunità.
 

Trieste, 15 giugno 2003