Decapolis


Cose dell’altro mondo. E magari anche di questo.

dialoghi, trimestrale AC (immagine)

DIALOGHI 2/2019

di Andrea Dessardo

Esce in questi giorni il n. 2/2019 di «Dialoghi», il trimestrale promosso dal Centro studi e dagli istituti culturali («Bachelet», «Toniolo» e «Paolo VI») dell’Azione cattolica, di cui sono coordinatore di redazione.

Il numero, il cui dossier è intitolato Il potere della comunicazione, è il terzo di una serie che, a partire dal n. 4/2018, vuole offrire ai lettori alcuni strumenti per leggere la realtà complessa in cui siamo immersi, la realtà di un’epoca di “crisi”, in senso letterale: siamo alla fine di un ciclo storico senza che sia ancora possibile avere un’immagine chiara del nostro approdo; il mondo cui eravamo abituati è in disfacimento, ma non abbiamo messo ancora piede su una nuova “terra promessa”. Il n. 4/2018 ha spiegato questa situazione con il desiderio di Farsi Dio, di sostituire ciò che è sacro (e tutto ciò che rappresenta, in senso anche culturale e antropologico) con una proiezione smisurata dell’umano: i nodi problematici che quel fascicolo aveva individuato riguardavano lo sviluppo accelerato e apparentemente irrevocabile della tecnica e la riduzione della salvezza a fatto puramente immanente, a questione medica e scientifica, ma anche, banalmente, a salutismo, wellness, fitness, alla manipolazione del corpo, che si manifesta volgarmente anche nella moda dilagante dei tatuaggi e dei piercing.

Nello scorso numero, il n. 1/2019, l’attenzione si era concentrata sulla perdita della memoria storica, sul vivere sempre schiacciati sulla contemporaneità o anzi nell’indeterminatezza di un futuro che si preannuncia ostile; in particolare si era posto l’accento sulla nostra grande disillusione, dal momento che siamo chiamati a vivere – fatto nuovo per almeno gli ultimi settant’anni – in una fase che è economicamente e culturalmente più povera rispetto a quella precedente, con la spiacevole sensazione di essere vittime di una grande ingiustizia. Il n. 1/2019 era intitolato Il futuro: tra promesse e illusioni e denunciava quanto sia prostrata, ma anche pericolosamente avvelenata, una generazione che si percepisca come tradita.

Bene, sul n. 2/2019 la riflessione si sposta su un tema molto dibattuto e di grande attualità, quello dello strapotere dei media (Il potere della comunicazione). Il dossier, curato da Gianni Borsa, direttore di «Segno», e da Donatella Pagliacci, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata, si articola come di consueto su sei contributi. Nel primo Carla Danani, professoressa di Filosofia politica a Macerata, ragiona sull’ambivalenza di quello che lei chiama il «mito della trasparenza» che, sostenuto quale toccasana della democrazia e del controllo dei cittadini sulle manovre di potere, può rivelarsi al contrario un ostacolo alla libertà del giudizio, dal momento che troppi dati, lungi dal favorire la comprensione di problemi complessi, fungono spesso da cortina fumogena; e altresì – come si è visto in Italia in tempi recenti – un dibattito condotto tutto “alla luce del sole” tende a isterilirsi e svuotarsi. Il punto è poi approfondito da Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini, politologi dell’Università di Urbino. Il commissario dell’Agcom Mario Morcellini, già ospite lo scorso 14 giugno di un seminario dell’Istituto «Bachelet» su Comunicazione, politica, emozioni, si sofferma a illustrare gli effetti di una comunicazione pervasiva su soggetti fragili come i più giovani, la cui vita intellettuale e affettiva, anche la più intima, è vissuta in gran parte sui social media: Morcellini parla addirittura di postsocializzazione e di nuova percezione dei valori. Chiudono il dossier la riflessione di Marco Rizzi, studioso di Letteratura cristiana antica, sul potere della parola alla luce dei significati di essa nelle Sacre Scritture e nel suo uso liturgico, il “glossario” che Nicoletta Vittadini ha stilato per comprendere alcune delle dinamiche distorsive dell’informazione sui social network, tarati da echo chambers, filter bubble e generale omofilia e un fresco dialogo a tre fra il direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio e altri due giornalisti, Andrea Silla e Vincenzo Corrado.

Tra le altre rubriche che compongono questo bel fascicolo di «Dialoghi» segnalo l’editoriale di Piergiorgio Grassi dedicato alle recenti elezioni europee, e, per restare in tema, il ritratto che i suoi amici hanno fatto di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista radiofonico ucciso a Strasburgo lo scorso dicembre per mano dell’ennesimo terrorista islamico.

Visto il tema, consiglio di dare un’occhiata al nuovo sito (www.rivistadialoghi.it) in rete da maggio.

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La gioia (complessa) della verità

di Michela Brundu

Mi era quasi sfuggito che il Papa, a Napoli, qualche giorno avesse ha partecipato al convegno “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo”.

Al di là del suo articolato intervento, vale la pena soffermarsi sul documento – guida Veritatis gaudium, passato un po’ in sordina nella comunicazione multimediale. Se ne sa poco o niente, anche se circola dal gennaio del 2018. Sembra un’occasione per riprenderlo in mano.

La maggior parte riguarda la struttura e la dinamica delle università e delle facoltà ecclesiastiche.
Ma nel Prologo si respira l’inchiostro della penna di Francesco fin dall’inizio: «La gioia della verità (Veritatis gaudium) esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio. La verità, infatti, non è un’idea astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini (cfr. Gv 1,4), il Figlio di Dio che è insieme il Figlio dell’uomo».

Ripercorre le grandi tappe di una riflessione non solo sugli studi accademici e sulla teologia, ma sulla stessa vita e senso della Chiesa. E usando espressioni sorprendenti, che siamo abituati a sentire nell’ambito pastorale. Dal Concilio Vaticano II che promuove, in Optatam totius, con vigore e profezia il rinnovamento della vita della Chiesa con una fedele e creativa revisione degli studi ecclesiastici, passando per l’Evangelii nuntiandi e la Populorum progressio di Paolo VI,
la Redemptor hominis di Giovanni Paolo II che precede di poco la sua Costituzione Apostolica Sapientia christiana (1979), proprio sugli atenei pontifici. Ora bisogna fare un passo avanti, dice Francesco, dare corpo e opera a questo lungo cammino, forti del fatto che «uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente».

Ed è questa la discriminante chiave di lettura che ispirerà il successivo magistero sociale della Chiesa, dalla Laborem exercens alla Sollicitudo rei socialis alla Centesimus annus alla Caritas in veritate di Benedetto XVI fino alla Laudato si dell’attuale pontefice.

Ma perché tanto aggiornamento è stato ed è necessario? Teologia e studi accademici non sono dunque fissi e cristallizzati, come si percepisce nell’immaginario collettivo.
Lo spiega ancora Francesco: «L’esigenza prioritaria oggi all’ordine del giorno, infatti, è che tutto il Popolo di Dio si prepari ad intraprendere “con spirito” una nuova tappa dell’evangelizzazione. Ciò richiede un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma (EG). … Gli studi ecclesiastici, infatti, non sono solo chiamati a offrire luoghi e percorsi di formazione qualificata dei presbiteri, delle persone di vita consacrata e dei laici impegnati, ma costituiscono una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo e che si nutre dei doni della Sapienza e della Scienza di cui lo Spirito Santo arricchisce in varie forme tutto il Popolo di Dio: dal sensus fidei fidelium al magistero dei Pastori, dal carisma dei profeti a quello dei dottori e dei teologi».

Si intravede dunque una ricerca complessa per trovare un nuovo stile per nuove prospettive. Processi non ancora intrapresi e strade mai percorse. Il Papa dà infine quattro criteri di fondo per un rinnovamento e un rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria.

Innanzitutto, criterio prioritario e permanente è quello della contemplazione, per radicarsi nella «sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù che va facendosi carne sempre più e sempre meglio (EG) ».
Un secondo è quello del dialogo: non come semplice atteggiamento tattico, ma come necessario per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, «la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»
Di qui il terzo criterio: l’inter- e la trans-disciplinarietà esercitate con sapienza e creatività nella luce della Rivelazione. Francesco richiama « il principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni».
Ecco il punto: studi che offrano una pluralità di saperi, perché la realtà stessa è multiforme, nella luce dischiusa dall’evento della Rivelazione. «In Cristo Gesù – scrive l’apostolo Paolo –, sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).
Il quarto criterio concerne la necessità urgente di “fare rete” tra le diverse istituzioni che, in ogni parte del mondo, coltivano e promuovono gli studi ecclesiastici. E citando ancora la Laudato si, Francesco ricorda che «dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune».

Percorsi e piste, ancora una volta, proposti da Francesco: lui non chiude discorsi ma avvia processi… Per teologi di professione, certo, ma anche per chi è theós –lógos: chi parla di Dio. E dunque ogni credente.

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TIME OUT – CENTRO ESTIVO ACR

Cari aderenti,

vi contattiamo per sensibilizzarvi sull’iniziativa del TIME OUT in modo da rendervi partecipanti attivi con il vostro servizio per il centro estivo dell’AC.

Infatti, la mission di TIME OUT è quella di aprire l’associazione alla città, memori dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium che ci invita ad uscire dalle nostre parrocchie.

La settimana in oggetto è 2-6 settembre 2019, con orari dalle 7:30 alle 18:00.

Il tema della settimana sarà “Mi prendo cura di …“ (mi prendo cura del creato e della relazione con gli altri).

Ogni disponibilità di tempo, da un’ora sola a tutta la settimana, è ben accetta! Ciascuno si senta chiamato, non servono doti o abilità particolari, solo buona volontà e desiderio di mettersi in gioco per i ragazzi e per l’associazione. C’è qualcosa da fare per tutti, anche per chi avesse difficoltà a stare con i più piccoli o per chi avesse poco tempo da donare.

Maggiori dettagli ed informazioni si trovano a questo link: http://www.azionecattolica.trieste.it/timeout-2019/

Attendiamo un vostro riscontro rispondendo a questa e-mail (timeout@azionecattolica.trieste.it) oppure contattando il seguente numero di telefono 347 9257093 (Beatrice).

Pregandovi di fare pubblicità presso tutte le vostre conoscenze, vi alleghiamo il volantino e il modulo di iscrizione.

Un caro saluto,

l’equipe di TIME OUT

“(…) Alcuni partecipano alla vita della Chiesa, danno vita a gruppi di servizio e a diverse iniziative missionarie nelle loro diocesi o in altri luoghi. Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra! (…)”

Evangelii Gaudium 106

borca amoris laetizia

“Amoris Laetizia” a Borca

di Enrico De Marco

 

Si conclude con una “due notti” a Borca di Cadore il percorso annuale del gruppo famiglie diocesano di Azione Cattolica “Amoris Laetitia”. La bella realtà, che oramai da qualche anno propone a famiglie provenienti da tutta la diocesi un cammino di riflessione e catechesi con appuntamenti mensili, ha riletto quest’anno l’esortazione apostolica “Gaudete ed Exsultate”, sviluppando, grazie anche al prezioso accompagnamento dell’assistente don Andrea Destradi e di qualche ospite, una serie di incontri in cui approfondire, alla luce del testo e della Parola, le Beatitudini in chiave familiare. Un menù decisamente ricco, che si è integrato, come di consueto, nel percorso della pastorale diocesana e delle proposte dell’Azione Cattolica, per offrire un percorso a misura di famiglia nelle tematiche affrontate (ad ogni incontro viene infatti offerto un servizio di animazione per i bambini, così da agevolare la partecipazione di tutti). Una realtà che cresce anche e soprattutto in termini di relazioni, sia tra i grandi che tra i piccini, rendendo il cammino di catechesi un momento di incontro tra amici.

Il weekend conclusivo, dal 31 maggio al 2 giugno, ha dato l’opportunità alle famiglie di  trascorrere un tempo di fraternità ai piedi delle Dolomiti. I primi squilli d’estate hanno regalato sole in abbondanza, che ha permesso ai tanti bambini di godere dei bei spazi all’aperto offerti dalla Casa San Giusto, nonché di impreziosire il sabato con una bella passeggiata… ovviamente anche questa “a misura di famiglia”. Special guest della due giorni don Stefano Vattovani, storico amico dei partecipanti e dell’Associazione. Don Stefano ha proposto qualche spunto di riflessione sui “puri di cuore” che “vedranno Dio”. Un invito a riflettere sul proprio cuore e su cosa significhi vedere Dio attraverso la vocazione familiare.

Appuntamento per la ripresa del percorso a settembre, con le porte aperte a tutte le famiglie che vorranno provare questo tipo di esperienza (il gruppo dei partecipanti si è di anno in anno arricchito di nuovi innesti). Nel frattempo ci sarà sicuramente spazio per qualche iniziativa improvvisata in cui ritrovarsi tra amici e per fare il pieno di sole, mare ed energia in vista del nuovo anno.

 

twitter

Let’s tweet again!

di Arturo Pucillo

 

Tempi duri per l’informazione. Ciò che viene offerto dai media tradizionali (carta stampata, volti televisivi, studi futuristi e musiche d’avanguardia) spesso, sempre più spesso, risponde alla logica delle “fake news”, raccolto dove capita e catapultato in faccia all’utente che, passivamente e inconsciamente, ne assorbe il messaggio. Manca l’etica del controllo intermedio (saranno media per qualcosa?), stritolata dalla velocità di rappresentazione che mantiene alta la tensione narrativa della realtà contingente, di qualunque realtà e di qualunque narrazione si tratti. Non c’è più il tempo di verificare, chi prima arriva ha vinto la tappa e il concorrente mangia la polvere, anche se alla fine la racconta più giusta. Per cercare un po’ di verità spicciola allora si naviga nel tempestoso mare dei social media, dove l’intermediazione delle notizie diventa sociale, condivisa, “come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”; a stare attenti e perderci qualche ora di sonno, si può intercettare l’origine veritiera di una notizia prima che imbocchi la strada forzosa che la modificherà e ingigantirà spesso a scapito della verità. Twitter mi è sempre sembrato un buon mezzo, con un limite: la rete di relazioni virtuali, che connette soggetti anche molto distanti fisicamente, è soggetta alla legge del Samaritano: “di chi sei il prossimo? Chi è il tuo prossimo?”. Tipicamente, è chi ti piace, chi ti somiglia. Concordi con ciò che dico? Mi segui, ti seguo. Non concordi o ti senti attaccato da me? “Click”, non esisti più. Silenziato, fuori dalla mia rete, respingo ciò che dici e l’intermediazione che mi offri non la considero verità. I farisei scelgono i farisei, gli alternativi scelgono gli alternativi, i neofascisti scelgono i neofascisti… e i cristiani? Qui arriva un punto dolente. Stratificando comportamenti, atteggiamenti, reti relazionali virtuali degli utenti di Twitter, possiamo dire che i cristiani si distinguono per allargare il più possibile la cerchia di contatti? Cosa fanno per mantenere aperta la porta col prossimo? C’è uno stile riconoscibile dietro il quale si intraveda il Vangelo (non parlo di baci ai rosari, naturalmente)? Ho sotto gli occhi alcuni esempi, cito don Dino Pirri (@dDinoPirri), perché è stato assistente nazionale ACR ed ha un modo paterno, materno e fraterno di stare su Twitter, e ne coglie i frutti evidenti negli scambi con molte persone; penso a Rosy Russo (@rositauau), nostra aderente triestina, che lavora nel silenzio della porta accanto ad un grande progetto, Parole_O_stili, che cristianamente evangelizza il linguaggio accogliendo come evangelizzatori i soggetti stessi dell’evangelizzazione. Sono solo due nomi che mi vengono in mente, ma ce ne sono diversi altri. Laici e sacerdoti, a noi cristiani cattolici è chiesto un esercizio supplementare di apertura anche laddove è più acuta la tentazione di circondarsi di persone affini (la cosiddetta “comfort zone”) mentre si tratta di un luogo in cui centro e periferia, vicino e lontano, grande e piccolo, forte e debole, fragile e forte (o diversamente fragile) hanno l’opportunità di incontrarsi. Vado subito a cominciare!

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Un comitato per il beato don Francesco Bonifacio

di Mario Ravalico

 

“In questa impegnativa prospettiva, teologica e spirituale, sono ad incoraggiare l’Azione Cattolica Diocesana a continuare a tener viva nella nostra realtà ecclesiale e culturale la memoria del beato don Francesco Bonifacio”.

Così si esprimeva il vescovo mons. Giampaolo Crepaldi nel suo messaggio alla Diocesi, scritto in occasione del decimo anniversario del martirio di don Francesco, ricordando come la vita e il martirio di questo sacerdote “continua ad essere per tutti noi cristiani un richiamo esigente ad essere testimoni della necessità di dare il primo posto a Dio nella nostra vita personale e nella società”.

Proprio per questo l’Azione Cattolica diocesana, ha deciso di dar vita ad un apposito Comitato che provveda a diffondere, nelle parrocchie e nelle diverse realtà ecclesiali, ma anche nel tessuto cittadino, la memoria del beato don Francesco, l’unico della Chiesa tergestina dai tempi del patrono San Giusto. Il Comitato vuole essere punto di riferimento per tutti coloro che desiderano conoscere la figura di questo santo sacerdote e i luoghi della sua azione pastorale e del suo martirio.

Hanno lo stesso scopo: gli incontri mensili di preghiera, che da oltre sei anni si svolgono davanti all’altare dedicato al Beato nella chiesa parrocchiale di San Gerolamo confessore, i diversi pellegrinaggi sui luoghi che lo ricordano, quelli annuali dell’AC ma anche quelli di parrocchie, gruppi, realtà ecclesiali e non; così come la riscoperta e la diffusione degli scritti del Beato – i suoi pensieri spirituali, le preghiere, le meditazioni e le catechesi, le stesse omelie – tutto aiuta a conoscere sempre più e ad approfondire sempre meglio questa limpida figura di testimone coraggioso di Gesù e del suo Vangelo.

A questo servirà anche la diffusione delle sue “reliquie”, la preghiera delle Litanie a lui dedicate, insieme alle preghiere di intercessione per la canonizzazione  sua e delle altre figure di Servi di Dio, Venerabili e Beati, legati alle nostre terre, in modo che questa memoria e questo culto diventi veramente sempre più popolare

Anche i rapporti, fraterni e fecondi, con le Chiese sorelle di Capodistria e di Parenzo e Pola, con i loro parroci e i fedeli laici, specie nel Buiese, che l’AC da tempo ha saputo intessere, hanno fatto sì che in questi ultimi anni l’attenzione verso don Francesco sia cresciuta e che questo nostro Beato sia di fatto considerato Beato anche di queste Chiese. Non a caso la mostra – intitolata In nome di Dio e a servizio del popolo – sulla storia di don Francesco, la sua vita pastorale e il suo martirio è stata esposta, oltre che a Trieste, anche nei luoghi che videro la sua nascita e il suo martirio. Così il Sentiero Beato Francesco Bonifacio, da percorrere a piedi, di recente ideato e voluto da alcuni giovani e adulti della nostra Associazione, che attraversa ben tre Stati, può diventare una preziosa occasione e uno strumento di unione, soprattutto a livello giovanile, con le popolazioni poste al di là del confine,  in una prospettiva di nuova e vera fraternità.

Per tutto questo, e forse altro ancora, il Comitato vuol essere punto di riferimento, luogo di scambio di esperienze e opinioni, motore per la propagazione delle diverse iniziative, ponendosi in una logica di servizio per l’intera Diocesi.

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Europee 101: Anche in Europa ci sono i partiti

di Lorenzo Klun

 

Il 26 maggio si terranno le elezioni europee… ma che cosa andremo a votare?

 

In tutta l’Unione Europea (sì, anche in UK), tra 23 e 26 maggio, si voterà per il Parlamento Europeo. In Italia si potrà votare domenica 26, dalle 7:00 alle 23:00.

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UE

Buone notizie dall’Europa

di Davide Martini

 

Che l’Europa, al momento, non goda di buona reputazione è cosa risaputa. Ma come è possibile che un Paese come il nostro tra i più europeisti fino a non molto tempo fa, sia ora tiepido, per non dire apertamente ostile, per una sempre più ampia fascia della popolazione? A questo ha certamente contribuito la crisi finanziaria del 2007-2008 e la convinzione (veritiera?) che le istituzioni europee poco abbiano fatto per cercare di migliorare tale situazione. C’è da aggiungere, poi, che l’Europa viene vista, da molti cittadini, come distante dai problemi concreti delle persone e, sempre più, una burocrate elefantiaca, costosa ed inefficiente.

Eppure motivi per non essere così pessimisti ce ne sarebbero. Eccome. Innanzitutto, facciamo fatica, umanamente, ad avere una prospettiva storica un poco più grande del nostro tempo presente: diamo, ormai, tutto per scontato; il benessere acquisito (certo, per chi ce l’ha ancora), dimenticando che la situazione qualche decennio fa non era poi tanto migliore (chi scrive è nato negli anni settanta, quando l’inflazione era a doppia cifra, tanto per citare un solo esempio) per non dover retrocedere alla prima metà del secolo scorso, tempo nel quale non solo i libri di storia ma anche nonni e bisnonni ci ricordavano tempi tragici. Ma se la manfrina che la costruzione europea ha impedito la terza guerra mondiale non ci convince più (e, vivendo a Trieste, dovremmo ricordare cosa è stata la guerra civile in Jugoslavia, allora fuori dall’Unione Europea), basterebbe ricordare com’era viaggiare all’interno del continente, coi passaporti e la fila al cambio valute. Sappiamo bene che la propaganda ha sempre un obiettivo strumentale ed utilitaristico: pubblicizzare, enfatizzandole, informazioni atte all’esclusivo fine di orientare l’opinione pubblica in una direzione favorevole al proprio pensiero politico. In più, le buone notizie hanno meno impatto delle altre; infine la naturale tendenza del genere umano a lamentarsi (in particolar modo di quello abituato ad un certo tenore di vita), fanno sì che non facciamo più attenzione alle buone cose che questa costruzione sovranazionale ha contribuito e continua a portare avanti.

Facciamo qualche altro esempio non troppo generico e lontano dal presente. Partiamo da una notizia: la Commissione, tempo fa, ha reso nota la lista degli Stati che saranno deferiti alla Corte di Giustizia per inadempienze varie rispetto alle norme europee. In Italia si è parlato quasi solo del deferimento dell’Italia per i sistematici e cronici ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Le aziende che forniscono beni e servizi alla Pubblica Amministrazione dovrebbero essere contente che, grazie al ricorso della Commissione, potranno finalmente ottenere in futuro in tempi più ragionevoli il proprio compenso. Questo è un piccolo esempio che ci ricorda come noi italiani abbiamo bisogno della Commissione per difendere i nostri diritti (di cittadini europei) nei confronti dello Stato italiano. Pochi, forse, ricordano che la Commissione ha deferito, tempo addietro, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca per il rifiuto di accogliere i rifugiati provenienti da Italia e Grecia, sebbene non siano mancati i titoloni sul tema quando si trattava di denunciare la scarsa solidarietà europea – in realtà la solidarietà dell’Unione c’era, dato che aveva deciso le quote di ripartizione, mancava quella di alcuni Stati membri, che ora vengono sanzionati per questo. Direte che non basta. Quanti però ricordano il deferimento dell’Irlanda perché non ha ancora provveduto a incassare i 13 miliardi di imposte dovute da Apple, sulla base della decisione dell’Antitrust europea – cioè sempre la Commissione – rispetto ai benefici fiscali illegalmente concessi dall’Irlanda in passato. La lotta contro i privilegi fiscali delle multi-nazionali oggi la fa soprattutto l’Unione Europea attraverso la Commissione. C’è poi la sanzione all’Ungheria per le norme contro le università internazionali, che prendevano in particolare di mira la Central European University, una delle più prestigiose università europee, fondata e finanziata, secondo Orban, da George Soros ( in passato speculatore, ma ora filantropo finanziatore di Ong impegnate a favore dei migranti). Ci sono poi molti altri casi, tra cui il deferimento di Francia e Germania per la mancata piena applicazione delle norme sul riconoscimento delle qualifiche professionali, a testimonianza che la Commissione non fa differenza tra Stati grandi e piccoli, ma agisce per far rispettare le regole europee. Solo per citare alcuni esempi.

Certo, Eurozona ed Unione vanno riformate, per rilanciare crescita e occupazione ed affrontare le nuove sfide geopolitiche che, in questo contesto di globalizzazione, non possono essere affrontate dai Paesi europei isolatamente; perciò tra due settimane, quando andrete a votare, ricordatevi anche delle cose positive dell’Europa e di che cosa è stata Brexit. Buone riflessioni.

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Sud Sudan

di Andrea Dessardo

 

Ha fatto scalpore il gesto, oggettivamente sopra le righe, del Papa che s’è inchinato a baciare i piedi ai leader del Sudan del Sud venuti a Santa Marta il 10 e l’11 aprile scorsi. Ma, prima di formulare dei giudizi, occorre inquadrare meglio il contesto.

Certo, a scorgere di fretta la foto sui social, si sarebbe tentati di dire che è inopportuno che il papa si umili fino a tal punto davanti a dei personaggi politici; sarebbe inopportuno con uomini di specchiata moralità, tanto più al cospetto di uomini ambigui come Salva Kiir Mayardit, primo presidente dopo l’indipendenza conquistata nel 2011, e i suoi vice designati Riek Machar Teny Dhurgon, venuto a Roma in permesso speciale da Khartoum, dov’è condannato agli arresti domiciliari (fu infatti lui a tentare il colpo di Stato nel 2013), James Wani Igga, Taban Deng Gai e Rebecca Nyandeng De Mabior. Uomini che hanno combattuto un’aspra guerra civile che, tra il 2013 e il 2018, ha causato quattrocentomila morti e quattro milioni di sfollati. La guerra è ufficialmente terminata lo scorso 12 settembre con un accordo di pace firmato ad Addis Abeba, il quale è in attesa di entrare in vigore nel prossimo mese di maggio: intanto il paese si regge su un fragile armistizio.

La notizia che purtroppo è passata in secondo piano è che i capi del Sud Sudan si trovavano in Vaticano per un ritiro spirituale di Quaresima, organizzato in concerto tra le locali chiese anglicana, cattolica e presbiteriana. Il paese, infatti, godeva di uno statuto d’autonomia, poi divenuta indipendenza, proprio perché in maggioranza cristiano e animista, mentre il Sudan del Nord è musulmano. L’incontro a Santa Marta, durante il quale hanno predicato l’arcivescovo di Gulu mons. John Baptist Odama e il padre gesuita  Agbonkhianmeghe Orobator, è stato organizzato insieme da papa Francesco, dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby e dal moderatore della Chiesa presbiteriana di Scozia John Chalmers. È un fatto che, anche al di là delle sue promettenti implicazioni politiche, dovrebbe far gioire i cristiani d’ogni confessione. A noi cattolici dovrebbe far piacere che dei leader politici che nel recente passato si sono macchiati di crimini che facciamo fatica a immaginare, si siano trovati due giorni ad ascoltare la Parola di Dio.

Il Papa e la diplomazia vaticana si stanno impegnando a fondo per la stabilizzazione del paese, anche se di questo di solito i giornali non parlano: il presidente Kiir era già venuto in visita il 19 marzo (nello stesso giorno veniva nominato il primo nunzio apostolico in quel paese, mons. Hubertus van Megen), mentre dal 21 al 25 dello stesso mese, la visita era stata ricambiata da mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, trattenutosi a Giuba, la capitale, per ben quattro giorni. Papa Francesco sta da tempo progettando il suo viaggio, probabilmente nel prossimo mese d’ottobre.

Non sappiamo come andranno in futuro le cose nel Sudan del Sud: affidiamo al Signore il destino di quella gente. Intanto abbiamo visto i loro capi parlarsi e pregare assieme per due lunghi giorni, che sono assai di più che una photo opportunity attorno al tavolo dei negoziati, come tante volte abbiamo visto per le troppe guerre di questi anni. Che quindi il papa abbia trasgredito al cerimoniale con un gesto tanto plateale è solo parte della notizia. L’ha fatto giovedì 11 aprile, a una settimana esatta dal Giovedì Santo, dove il gesto si ripete ogni anno per dodici volte.

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Riflessioni quaresimali sulla virtù dell’incontro

di Marisa Creglia

 

Il Settore Adulti/Adultssimi dell’Azione Cattolica, nel periodo quaresimale,  ha organizzato tre incontri di riflessione attorno ai temi che riguardano quella che Vittorio Bachelet chiamava e invitava ad apprendere:  la “virtù dell’incontro”.

In questo percorso ci si proponeva di riflettere sul nostro modo di incontrare gli altri, di confrontarci con il vissuto di Gesù, l’”uomo degli incontri” come ci testimonia il Vangelo e di prepararci all’incontro con Gesù Risorto nella celebrazione della Santa Pasqua.

Nella prima conferenza, la dott.a Loredana Domenis, ha evidenziato l’importanza dell’”incontro con l’altro” nell’esperienza umana, e particolarmente nei confronti delle persone più vicine, quelle che fanno parte della nostra costellazione familiare e sociale. A partire dalle nostre famiglie, occorre darsi da fare per riannodare rapporti, alimentare relazioni, ritrovando il tempo per stare con gli altri e riscoprendo soprattutto l’importanza dell’ascolto. Incontrarsi è un’esigenza fondamentale della nostra vita perché siamo persone fatte per la relazione e non per restare sole e chiuse in noi stesse. E’ qualcosa di irrinunciabile,  poiché ognuno di noi si costruisce o non si costruisce solo sulla trama delle relazioni che vive. E ogni incontro che facciamo con l’”altro”, a qualsiasi cultura appartenga, è sempre un’occasione per progredire, trasformarsi, arricchirsi.

La seconda conferenza è iniziata con un breve riferimento agli incontri di Gesù narrati dal Vangelo. Basta aprirlo per meravigliarsi di come Gesù cerchi le persone, incontri tutti, stabilisca relazioni “esclusive” con chiunque incontra, avendo però sempre come punto finale, quello di dare la pienezza della vita alla persona incontrata. Gli incontri non sono soltanto cercati da Gesù, a volte è cercato da qualcuno che vuole parlare con lui, chiedergli guarigione, aiuto, consiglio o semplicemente da qualcuno curioso e desideroso di conoscerlo, come il pubblicano Zaccheo che cerca Gesù che a sua volta lo cerca, E alla fine i due si incontreranno.A commentare questo incontro di Zaccheo e Gesù, è intervenuto padre Renato Beretta, frate francescano, con un’attenta e attualizzante rilettura del cap. 19, 1-10 del Vangelo di Luca.

Gesù sta attraversando Gerico – annota Luca – ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani, ricco e potente, temuto e odiato per questo da tutti, che cercava di vedere, chi era Gesù. È sorprendente questo suo desiderio, questa sua curiosità, ma non ci riesce per la folla e per la sua piccola statura, allora corre avanti e sale su un sicomoro. Il fogliame di questo grande albero lo protegge, può vedere senza esser visto, anzi non vuole esser visto. Invece Gesù giunto all’albero, alza lo sguardo verso di lui e lo vede. Uno sguardo non giudicante, colmo di una gioia infinita. Zaccheo! E lo chiama per nome, lo conosce, sa bene chi è. Non siamo mai sconosciuti a Dio. Egli sa bene chi siamo, conosce ogni nostro percorso, ogni nostro desiderio. E Gesù chiede a Zaccheo di scendere in fretta, di accoglierlo in casa sua. Oggi devo fermarmi a casa tua. Oggi: ogni giorno, oggi è il giorno in cui possiamo accogliere il Signore in casa nostra. Anche se non ne siamo degni, anche se tentenniamo, anche se non abbiamo nulla di pronto da offrirgli. In fretta scese e l’accolse con gioia. Scende in fretta,  Zaccheo. E’ accaduto l’inaudito: il Rabbì che tutti aspettavano, si è accorto di lui e ha chiesto di andare a casa sua. Non si è sbagliato, non lo ha confuso con un altro, lo ha chiamato per nome. Sa bene chi è lui. Zaccheo, è travolto dall’emozione e dalla gioia. Nessuna condizione, nessun giudizio, nessuna riprovazione da parte del Signore che ha semplicemente chiesto di essere ospitato. Dio non ci giudica mai, il suo amore precede la nostra conversione, la suscita, come con Zaccheo. La conversione non è affatto la condizione per incontrare Dio: L’unica condizione è quella di accettare l’invito, di stupirsi con gioia della visita inattesa. Dio non ci perdona in conseguenza del nostro pentimento, ma è il suo perdono che precede e suscita il pentimento. La misericordia è l’atteggiamento tipico di Dio,  che converte il nostro cuore, è lo scoprire quanto siamo amati, senza giudizio, senza condizioni. Dio non ci ama perché siamo buoni ma, amandoci, ci rende buoni, ci rende persone nuove. Dall’incontro con Gesù scaturisce per Zaccheo una vita nuova. Regala metà dei suoi soldi ai poveri e restituisce quattro volte tanto a coloro ai quali ha rubato, cioè a tutti. E Gesù diventa il  punto di riferimento della sua vita. Così può succedere anche per noi: l’incontro con Dio ci può cambiare la vita. Ma come Zaccheo bisogna andar oltre a tutto ciò che ci impedisce di “vedere Gesù”, correre avanti e salire su un sicomoro, lo strumento che può essere la preghiera, la Chiesa, una comunità, i Sacramenti o altro ancora, che ci consente di corrispondere all’invito di Gesù a scendere, per farlo entrare nella nostra vita. Gesù sta “passando” anche oggi, un’occasione unica per incontrarlo, dipende anche da noi che non passi inutilmente.

Il ciclo di riflessioni quaresimali si è concluso con l’intervento di don Davide Chersicla, maestro e direttore di coro, che ha sviluppato il tema dell’incontro con Cristo, attraverso la forma musicale dell’Oratorio sacro, espressione di un  dramma sacro in cui i personaggi dialogano tra loro, riflettono su un avvenimento accaduto o esprimono un sentimento o rendono partecipi la folla o gli ascoltatori. Citando alcuni autori che dal 600 al 900  si sono cimentati in questa forma musicale, don Davide ha analizzato alcuni incontri di Gesù con l’umanità, proponendo l’ascolto di melodie e sequenze liturgiche, che hanno coinvolto i presenti in un’intensa partecipazione emotiva, suscitando il desiderio di prepararsi all’incontro personale con Gesù Risorto.  I contenuti dettagliati di questo ultimo incontro, si possono ritrovare nell’articolo pubblicato su Vita Nuova della scorsa settimana.