Decapolis


Cose dell’altro mondo. E magari anche di questo.

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Pio XII, Salvini e il valore della complessità

di Lorenzo Klun

 

Il 2 marzo 2020 verranno aperti alla consultazione gli archivi vaticani relativi al pontificato di Pio XII, il papa della seconda guerra mondiale. L’ha annunciato alcune settimane fa Papa Francesco, il quale ha poi commentato: “Assumo questa decisione con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, senza dubbio, anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza”.

 

Per i meno informati, il pontificato di Pio XII è stato soggetto a molte controversie a causa della linea che il Vaticano portò avanti nei confronti del nazifascismo prima e durante la seconda guerra mondiale. Ad essergli rimproverata è stata soprattutto l’assenza di condanne esplicite nei confronti dei regimi fascisti. A motivare tale atteggiamento ci potrebbe essere stata la volontà, da parte del Papa, di proteggere i cittadini; in particolare le centinaia di ebrei italiani a cui sarebbero stati forniti dei falsi attestati di battesimo. In questo modo si sarebbero quindi salvate molte vite. È proprio per poter aggiungere qualche tassello a questo mosaico pieno di interrogativi che l’apertura degli archivi pontifici potrebbe risultare utile.

Così, nonostante qualche giornale, all’indomani dell’annuncio, titolasse “Ormai è inutile aprirli [gli archivi]”, la notizia potrebbe riscuotere l’interesse anche dei non addetti ai lavori. Per quale ragione?

10 febbraio 2019. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in visita alla foiba di Basovizza per il Giorno del Ricordo, durante il discorso conclusivo dichiara “Le gocce che scendono [oggi] uniscono i bimbi morti ad Auschwitz e i bimbi morti a Basovizza. Non ci sono martiri di serie A e martiri di serie B”, scatenando numerose polemiche. Se sulla seconda affermazione non si possono avere obiezioni, lo stesso discorso non vale certamente per la prima.

Infatti il dolore di una perdita non è mai misurabile e non esistono atrocità più atroci di altre. Ciascuna tragedia resta sempre tale, e per non rischiare di cadere nel benaltrismo non la si può sminuire nel mero calcolo matematico delle vittime.

Ciò che però non va fatto, anche e soprattutto per rispetto dei caduti, è passare sopra ai fatti storici. Le legittime appartenenze politiche, ideologiche o identitarie hanno un solo limite di espressione: i fatti. Qualunque posizione politica si voglia sostenere, non si può eludere la verità. E la verità è che, mentre sono numerosi i casi provati di bambini che nei campi di concentramento hanno trovato la morte, su casi provati di bambini ritrovati nelle foibe il dubbio resta. Questo non nega il dolore di coloro che nelle foibe ci sono morti, né dei loro cari, ma ci riporta dalle opinioni alla verità storica. È forse poco?

 

La decisione di Papa Francesco va quindi controcorrente rispetto ad una tendenza diffusa: tirare la coperta della storia dalla propria parte, senza verificare con il giusto approfondimento che ciò corrisponda a verità.

Per scongiurare la polarizzazione e le inevitabili fake news sugli eventi passati, è necessario che la ricerca storica indaghi con l’utilizzo di tutte le fonti a cui riesce ad accedere, smarcandosi da influenze ideologiche ed evitando il gioco degli equilibri, ma rendendo onore al solo equilibrio possibile: quello della verità, che racchiude in sé molte esperienze, ma non si riduce in nessuna di esse.

La parola chiave è complessità.

foto articolo Bonifacio, marzo 2019

10 anni con don Francesco

di Mario Ravalico

 

Sono passati dieci anni dalla beatificazione del sacerdote don Francesco Bonifacio, ucciso in odium fidei l’11 settembre 1946 mentre alla sera da Grisignana ritornava a Villa Gardossi (oggi Crassiza), la sua curazia, perché – come disse mons. Ravignani, in occasione della solenne celebrazione svoltasi a San Giusto – il suo santo ministero faceva di lui un ostacolo per coloro che volevano allontanare il senso religioso dal cuore della gente.

Non sono state poche le iniziative promosse per ricordare alla Chiesa tergestina e alla città, questo importante evento. Tanto più, non dimentichiamolo mai, dai tempi di San Giusto ad oggi, il beato don Francesco Bonifacio è l’unico santo della diocesi che noi ricordiamo e onoriamo. E, grazie soprattutto all’Azione Cattolica, sette anni fa, con una lungimirante intuizione, venne costituito il Gruppo Amici di don Francesco, per promuoverne la memoria e allargare il cerchio di coloro che lo pregano e si affidano a lui. Ed è bello qui sottolineare come quest’anno sia il settimo che, una volta al mese, ci si ritrova in preghiera nella chiesa di San Gerolamo confessore, là dove si trova un bel mosaico rappresentante don Francesco beatificato, accanto al suo Signore che sulle spalle porta l’uccisore, ormai perdonato. Così come l’annuale pellegrinaggio dell’Azione Cattolica sui luoghi in cui il Beato svolse il suo ministero, rappresenta un appuntamento voluto e, insieme, richiesto che non è mai stato abbandonato.

Ma in questo decimo anniversario l’Azione Cattolica ha voluto proporre qualche altro appuntamento significativo: il primo, al Circolo della Stampa, una tavola rotonda, che si è articolata su due serate, per fare memoria dei beati e servi di Dio legati alla nostra Chiesa e alle nostre terre: i beati don Francesco Bonifacio e don Miroslav Bulešić e i servi di Dio p. Placido Cortese, mons. Jakob Ukmar e mons. Marcello Labor. Tutti hanno donato interamente la loro vita a Dio e, per alcuni di essi, il martirio segnato dal sangue li ha uniti per sempre al sacrificio di Gesù.

L’altra iniziativa, realizzata assieme all’IRCI di Trieste che ne ha curato l’allestimento, è stata la mostra sul Beato Francesco: una ricca sequenza di foto e di testi, impreziosita dall’esposizione di alcune reliquie appartenenti al Beato, tra le quali il suo breviario, miracolosamente ritrovato dopo il martirio, e il cilicio che il sacerdote portava sulle sue carni, come segno di mortificazione e penitenza. L’interesse suscitato per questa mostra, visitatissima, è stato tale che essa è stata riproposta in altri due luoghi, di per sé molto significativi: Pirano, la cittadina in cui il Beato è nato e poi a Buie, nel Duomo di San Servolo, la sua parrocchia di appartenenza dove, ogni sabato e feste, don Francesco si recava a confessare. Come a dire che questo nostro beato supera i confini politici che gli uomini hanno fissato per essere, di fatto, ricordato e venerato in tre Stati, al di sopra di ogni umana divisione, e proposto come modello di quella santità della vita ordinaria di cui oggi c’è tanto bisogno.

Non vanno scordate anche altre iniziative, promosse dalla Diocesi, per le quali in qualche caso, come il pellegrinaggio diocesano, l’AC ha dato tutta la sua disponibilità di impegno e partecipazione attiva. Così la solenne memoria del martirio – celebrata a Monte Grisa l’11 settembre e articolata in diversi momenti – è stata un’occasione preziosa di riflessione e di preghiera della nostra Chiesa, e anche la celebrazione dell’Eucarestia nella Cattedrale di San Giusto il 14 ottobre, assieme ai massimi rappresentanti delle Chiese sorelle di Parenzo e Pola e di Capodistra. Senza scordare le iniziative culturali come l’Oratorio musicale Beati Franciscii e il Recital attraverso il quale è stata proposta la spiritualità del sacerdote martire.

Ora però come Azione Cattolica bisogna guardare avanti, in prospettiva, per non abbandonare il ricordo del nostro martire e, anzi, – come ci ha incoraggiato il nostro Vescovo con il messaggio alla Diocesi – continuare in una impegnativa prospettiva, spirituale e teologica, a tenere viva nella nostra realtà ecclesiale e culturale la memoria del beato don Francesco Bonifacio. I modi per realizzare questo saranno sicuramente trovati, a partire dai momenti della preghiera mensile e alla partecipazione all’annuale pellegrinaggio, tenendo presente anche le esigenze e la creatività dei giovani, come è avvenuto per il Sentiero Beato Francesco Bonifacio, da percorrere a piedi con tappe molto significative, coinvolgendo in parte anche le comunità locali.

Come anche sarà necessario riproporre alla Diocesi con maggiore convinzione il progetto per la custodia perenne in Cattedrale, luogo in cui don Francesco ha ricevuto l’ordinazione presbiterale ed è stato proclamato Beato, delle sue reliquie (il calice, la stola, il breviario, la cotta e il cilicio) rese ancor più preziose poiché i suoi resti mortali non sono mai stati trovati.

Occorrerà anche un generale impegno affinché la chiesa parrocchiale di san Gerolamo, diventi veramente per tutte le parrocchie, le associazioni, i gruppi di catechesi per i ragazzi della cresima e del dopo cresima, un luogo privilegiato di preghiera e di riflessione, un punto di riferimento spirituale per tutta la nostra Chiesa locale. E in questo l’AC, conscia della sua responsabilità, vuole dare un importante e decisivo contributo.

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Vent’anni e non li dimostra

di Davide Martini

 

“Ha grandi progetti. Facciamola crescere!”

Questo l’incipit del poster che annunciava l’apertura della prima filiale di Banca Etica a Padova. Correva l’ultimo anno del secolo scorso, il calendario indicava la Giornata Internazionale della Donna.

Sono passati 20 anni, due decadi in cui la nostra “scommessa” si è trasformata in realtà solida, capace di risultati positivi, non solo economici. Una scommessa vinta da persone e organizzazioni che hanno saputo unirsi per realizzare un’utopia: trasformare il risparmio in un motore di cambiamento sociale.

La storia comincia nella seconda parte degli anni ‘90, periodo nel quale si afferma, con sempre più forza, la presenza del Terzo Settore nella società italiana del Centro-Nord; né Impresa commerciale, né Stato, è il cosiddetto no-profit che opera nei più diversi ambiti della società dalla tutela dell’ambiente alla cooperazione internazionale e che sente il bisogno di un riconoscimento anche attraverso strumenti finanziari efficaci e aderenti allo “spirito” dell’impegno sociale: da qui nasce la “Cooperativa verso la  Banca Etica” per raccogliere il capitale sociale e costituire una nuova banca popolare di riferimento. Migliaia di persone e organizzazioni diventano socie e si attivano  per diffondere questo progetto ambizioso.

Il mio ricordo personale di questo periodo consiste nella partecipazione a Brescia, nell’autunno del 1996 alla prima vera assemblea dei soci della Cooperativa Verso la Banca Etica, nata dall’Associazione Verso la Banca Etica per raccogliere il capitale sociale di partenza. Partecipano tanti volontari che, spontaneamente, si organizzano sul territorio per promuovere una campagna nata senza coordinamento, dal basso.

La forza di volontà di tante persone desiderose di provare a cambiare il mondo permette di raggiungere il capitale sociale richiesto da Banca d’Italia. Così il 30 maggio 1998 l’Assemblea dei Soci approva il passaggio da cooperativa a banca popolare – un evento che resta ancora oggi unico e riconosciuto a livello internazionale. L’8 marzo 1999 inizia l’operatività con l’apertura della prima filiale a Padova. E’ il periodo in cui si fanno sentire movimenti che promuovono modelli economici e sociali alternativi a quelli basati su una globalizzazione finanziaria senza regole e Banca Etica rafforza la sua natura di vero e proprio capitale sociale alternativo, fatto di relazioni e idee innovative.

Con il 2000, il cantiere è ormai aperto; aprono le filiali di Milano, Roma, Brescia e Vicenza e si consolida la presenza in tutta Italia grazie a un rete di Gruppi di Iniziativa Territoriale (GIT), gruppi locali di soci volontari, una figura unica nel panorama bancario. Grazie ad un’intensa attività di formazione e informazione sulla finanza etica, coinvolgono sempre nuove persone e organizzazioni, stimolando la raccolta del risparmio. Nasce Etica Sgr, il contenitore dei valori della banca nel mondo dell’investimento.

Con l’inizio del nuovo millennio, le persone impiegate cominciano a diventare un gruppo più consistente (24 persone in tutta Italia, anche se a confronto con una banca tradizionale, questi numeri fanno ridere) e i progetti finanziati oltre 700 per quasi 98 miliardi di lire. Viene pubblicato il Manifesto di Banca Etica ed esce il primo numero di Valori, mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità. Nasce FEBEA, la Federazione Europea Banche Etiche e Alternative.

Nel 2002, il Senato, con votazione unanime, approva un ordine del giorno che impegna il Governo al riconoscimento della specificità della finanza etica. Nasce SEFEA, Società Europea di Finanza Etica e Alternativa e nei Paesi Baschi parte FIARE, fondazione popolare per costituire una banca etica spagnola. Negli anni seguenti i rapporti tra queste due realtà si faranno sempre più stretti fino a diventare strategici. Apre la filiale di Firenze. Nella sede storica si tengono incontri periodici per ascoltare chi può aiutare i bancari a trovare strade innovative per il loro lavoro: tra gli ospiti, padre Alex Zanotelli.

Nel 2003, Etica Sgr inizia a operare e nasce il Gruppo Banca Etica, l’unico con prodotti bancari e d’investimento interamente ispirati alla finanza etica. Parte il progetto Banca del Sole, il primo piano di sviluppo per il finanziamento di impianti fotovoltaici diffuso in Italia. Apre la filiale di Bologna, e si rafforza la rete dei promotori finanziari chiamati Banchieri Ambulanti. Viene costituita la Fondazione Responsabilità Etica per lo sviluppo culturale dei principi della Finanza Etica.

Negli anni successivi crescono le collaborazioni con mondi sempre diversi: dal commercio equo all’agricoltura biologica, dall’economia di comunione al turismo responsabile fino all’editoria alternativa.

Nel 2005 apre a Napoli la nona filiale, vero e proprio banco di prova dello sviluppo nel meridione. L’obiettivo è quello di portare al Sud capacità organizzativa e know how, collaborando con le realtà che esprimono il meglio della cultura solidale e ambientale.

Nel 2006 apre la filiale di Torino e si avvia il processo di decentramento strategico ed operativo, finalizzato ad avvicinare la banca ai territori grazie al rafforzamento delle quattro Aree Territoriali – Nordest, Nordovest, Centro e Sud.

Il 2007 è l’anno della crisi, quella dei mutui subprime. Gli effetti pubblici si vedranno negli anni a venire, ma sui mercati finanziari la sensazione è già quella di essere di fronte a un crollo strutturale. Il modus operandi di Banca Etica le permette di resistere alla crisi in modo molto più efficace delle altre banche tradizionali. Nel frattempo nello stesso anno, in occasione dell’ottavo compleanno di Banca Etica, si inaugura la nuova sede centrale a Padova realizzata secondo criteri di bioedilizia e riqualificando un’area degradata.

Nel 2008 apre la filiale di Bari: Banca Etica è sempre più l’istituto di riferimento per una nuova economia e coglie la sfida di investire al Sud. Intanto la crisi si esaspera, il 15 settembre 2008 fallisce Lehman Brothers, società di servizi finanziari a livello globale: è la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti. Il contagio si fa virale, ne fanno le spese Irlanda, Islanda e il Sud Europa. A livello Internazionale la finanza etica inizia a porsi come alternativa concreta al disastro economico prodotto dalle grandi istituzioni finanziarie.

Nel 2009 Banca Etica compie 10 anni ed è l’unico istituto bancario in Italia a rifiutarsi di accettare i soldi che rientreranno grazie allo scudo fiscale voluto dal Governo dell’epoca. La scelta è coerente con i principi della finanza etica e si diffonde il termine di “risparmiatore etico” (per riferirsi a persone disposte ad investire nelle imprese sociali e persuase che le banche, se eticamente orientate, siano un importante strumento di sostegno all’economia reale (questo il profilo stilato da una ricerca della Demos di Ilvio Diamanti). Negli anni successivi apriranno nell’ordine Genova nel 2010, Perugia ed Ancona nel 2011, e finalmente nel 2012, dopo un grande impegno dei soci di Trieste e Gorizia la nostra filiale di via Coroneo, qui a Trieste.  Nel 2013 è la volta di Bergamo, e nello stesso anno l’Assemblea dei Soci rinnova il Consiglio di Amministrazione con una maggioranza assoluta di donne: Banca Etica è la banca più al femminile d’Italia (anche nella nostra filiale su quattro dipendenti, tre sono donne); si allarga il tavolo dei soci di riferimento con l’ingresso di Libera, Caritas Italiana e Legambiente. Il Bilancio Sociale diventa 2.0 e si trasferisce sul web per aumentare l’accessibilità e l’usabilità delle informazioni e aprirsi ai commenti degli utenti. Con il 2016 abbiamo l’apertura di Brescia e per la prima volta la finanza etica viene riconosciuta in Itallia.

Nel 2017 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, incontra una delegazione di Banca Etica ed il suo Presidente Ugo Biggeri al Quirinale, e al Parlamento Europeo viene presentato il Primo Rapporto sulla finanza etica.

È di quest’anno il secondo studio sulla finanza etica in Europa promosso dalla Fondazione Finanza Etica, italiana e spagnola, che mette in chiaro chi sostiene veramente l’economia reale: le banche etiche concedono, in percentuale, molti più crediti delle altre banche tradizionali, ed hanno anche meno “sofferenze” bancarie. Auspichiamo che la storia continui a riservare queste buone notizie, in un paese in cui le banche non godono di buona reputazione.

foto articolo venezuela

Radio Bullets

di Davide Martini

 

F. M.

Radio Bullets (https://www.radiobullets.com) — Le notizie che frantumano il silenzio (bullets significa proiettili) — è un progetto giornalistico creato da giornalisti e operatori dell’informazione. Nasce alla fine del 2015 su un sogno: quello di ritrovare la qualità di un mestiere dove indipendenza, competenza, passione e impegno sono alla base di una professione che dovrebbe essere garanzia per chi legge. Ci sono tante notizie che non trovano spazio nei media tradizionali: in particolare, in Italia si parla pochissimo di esteri (ormai la figura del corrispondente è quasi sparita, quella dell’inviato notevolmente ridimensionata: quando succede qualcosa, s’invia qualcuno all’ultimo minuto e per poco tempo, senza creare le condizioni perché possa comprendere veramente cos’è accaduto), mentre Radio Bullets crede che conoscere quello che ci circonda permetta di capire anche il nostro Paese; per farlo però occorre continuità, approfondimento, studio e tempo.

Barbara Schiavulli, giornalista e direttrice di Radio Bullets (https://www.radiobullets.com/members/barbara-schiavulli/), grazie a un progetto di crowdfunding (una raccolta finanziaria a cura di lettori e ascoltatori desiderosi di sostenere un’informazione libera) in Venezuela ci è andata la prima volta nell’agosto del 2017, quando del Venezuela e della sua crisi non parlava nessuno, e ci è tornata ora, raccontando soprattutto la drammatica quotidianità della gente comune. In questo articolo parla del difficile viaggio degli aiuti umanitari in un Paese in ginocchio, dove mancano i più elementari medicinali e gli ospedali sono tra i posti meno sicuri, come hanno dimostrato anche i recenti fatti di cronaca.

 

https://www.radiobullets.com/rubriche/una-goccia-nel-mare/

sorsi di cultura al café Rossetti

Sorsi di Cultura, la sociopolitica ma senza pretese

di Nicholas Pellizer

Un professore di Economia un ex senatore e una docente di Bioingegneria entrano in un bar ma non è una barzelletta. Si intitola Sorsi di Cultura la serie di aperitivi culturali dal sapore sociopolitico che riempirà il Caffè Rossetti i prossimi venerdì di marzo.
Tre eventi organizzati in tre venerdì di marzo ognuno con un relatore e tema diverso. Papa Francesco durante l’incontro in piazza San Pietro per i 150 anni dell’AC ha invitato i giovani a preoccuparsi e dedicarsi alla politica nel suo più alto, nobile ed evangelico significato, la cura del bene comune (quella con la p maiuscola insomma).

 

Sorsi di Cultura è la risposta del Settore Giovani di Trieste, nello specifico vuole essere un’occasione per poter affrontare la paura che circonda alcuni dei temi più presenti nel dibatitto politico. Sopratutto vuole essere un regalo alla società.
Il format è quello dell’aperitivo culturale.  Relatori d’eccelenza, clima informale, dibattito con il pubblico e un aperitivo speriamo siano gli ingredienti giusti per riuscire a offrire un nuovo punto di vista a tutti quelli che in qualche modo diffidano e sentono la politica cosa lontana.

 

Fra i temi trattati: il declino della democrazia, lo spread nel mondo globalizzato, e l’intelligenza artificiale. Una distanza così ampia tra gli argomenti sembra incompatibile con l’alta specializzazione oggi richiesta in campo accademico e professionale, è però impensabile pretendere di poter leggere il mondo di oggi e quello di domani senza uno sguardo trasversale il più ampio possibile.

 

Il primo degli incontri si è già svolto venerdì 1 marzo al Cafè Rossetti alle 18.30, ospite della serata Francesco Russo con “La crisi della democrazia nel XXI secolo”. Se ve lo siete persi (peccato) potete recuperare venerdi 8 marzo con “SPREAD: Agitato, non mescolato” appuntamento dal retrogusto economico politico o il 22 marzo con “Intelligenza Artificiale: a che punto siamo?” dal pungente aroma tecnologico.

 

Se vi è rimasta un po’ di sete trovate tutti i dettagli all’indirizzo www.sorsidicultura.it e sui profili facebook e instagram che vi invitiamo a seguire per rimanere aggiornati!

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Il Timbro del Pane

di Michela Brundu

 

Quest’anno Matera sarà la capitale della cultura europea e in ogni dove si racconta della sua arte, della sua storia e delle sue tradizioni. Come quella del timbro per il pane, uno dei suoi simboli dell’arte rurale. Fino a metà del secolo scorso le massaie impastavano il pane in casa e lo consegnavano ai forni per la cottura. Ma non prima di aver timbrato ciascuna forma per distinguerla da quelle delle altre famiglie. I timbri erano commissionati ai pastori che li realizzavano durante il periodo della transumanza, quando erano lontani dalle loro case e avevano tempo da dedicare all’intaglio del legno.

Alla funzione di rendere riconoscibili le forme di pane dopo la cottura nei forni pubblici, si aggiungeva un significato simbolico e rituale. Tant’è che il timbro del pane era anche utilizzato come pegno d’amore, offerto dal pretendente alla donna amata per invitarla a far parte della sua famiglia e da lei conservato se acconsentiva al fidanzamento.

Una tradizione che mi è tornata alla mente proprio in questi giorni bui.

 

E’ un’onda anomala. Anzi una tempesta, quella che investe la Chiesa sullo scandalo degli abusi sui minori. Papa Francesco ha voluto un immediato summit con i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. L’eco sui media è devastante. Il cardinale colombiano Rubén Salazar Gómez ha tenuto un intervento senza sconti sulle responsabilità dei vescovi; lo ha intitolato “La Chiesa in un momento di crisi”, ma il titolo originale era “La Chiesa trafitta”. Il cardinale filippino Tagle si è commosso parlando all’assemblea: ha tenuto il suo discorso subito dopo un video di testimonianze di alcune vittime.

Il popolo di Dio è allibito, anzi smarrito. I detrattori della Chiesa puntano il dito accusatore (per usare un eufemismo). Francesco è determinato e ferreo come mai prima.

 

La barca di Pietro affronta i marosi e viene sballottata con forza. In questo polverone è passato pressoché inosservato l’intervento che il Papa ha tenuto il 14 febbraio alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Come al solito, c’è il rischio che sia valutato come interessante solo per gli addetti ai lavori.

Invece, a guardare bene, è una risposta – sotto traccia – alla tempesta in corso. Il primo impulso (che probabilmente abbiamo tutti) è di sanare la situazione con restrizioni, provvedimenti disciplinari, indagini e punizioni esemplari. Tutto ciò è utile e doveroso, sia chiaro. Ma non può essere solo “umana” la cura per questa corruzione. Non nella Chiesa.

 

Già nel convegno della Chiesa italiana, a Firenze nel 2015, Francesco allerta sulla tentazione del pelagianesimo che “ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. La riforma della Chiesa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile.”

E infatti nell’indirizzo alla Congregazione per il Culto Divino il Papa ricorda dove è il centro, il motore della ripartenza: “occorre cambiare il cuore”. E una palestra per l’inizio del cambiamento, del nuovo radicarsi in Cristo, dell’affidamento – e in fin dei conti il luogo dove si può intuire che una vita buona e bella è possibile  – viene additato da Francesco: “la liturgia è un’esperienza protesa alla conversione della vita tramite l’assimilazione del modo di pensare e di comportarsi del Signore”.

 

Cercavo un rapporto tra questi due poli: la bufera degli scandali e la conversione di vita che si propone nell’esperienza liturgica. Forse si può trovare nella tradizione materana. Mi conforta pensare che, nella liturgia, il Signore “timbra” il popolo dei convocati. Mi immagino che dica: “Forse non sempre siete un impasto di grande qualità e qualcun’altro si vergognerebbe di voi. Ma voi siete il mio pane: io vi riconosco. Ve l’ho già detto tempo fa: voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”.

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Assemblea diocesana di AC

di Nicholas Pellizer
Assemblea diocesana di AC. Futuro Semplice?
tra passato, presente e futuro l’ACI diocesana immagina se stessaDomenica 24 febbraio 2019 l’Azione Cattolica di Trieste si è riunita nel Seminario Vescovile di via Besenghi 16 a Trieste per la tradizionale assemblea dei soci diocesana dal titolo “Futuro semplice? Tra passato, presente e futuro l’AC immagina se stessa”. Il nostro Vescovo Crepaldi ha aperto l’assemblea ringraziando l’associazione per il quotidiano impegno di evangelizzazione in particolare quello dell’ACR (l’Azione Cattolica dei Ragazzi, dai 6 ai 14 anni) e dei Giovanissimi (dai 15 ai 18 anni).
Come suggerito dal titolo, lo scopo dell’assemblea era quello di ripensare tanto gli spazi quanto i processi in cui l’Azione Cattolica e, più in generale la Chiesa, è chiamata a vivere. Per iniziare questo percorso i soci sono stati aiutati da don Matteo Zorzanello, che è stato assistente dell’ACR di Vicenza per ben 8 anni. Don Matteo ha proposto tre punti da cui partire: una laicità non subordinata ma protagonista, la vita associativa come arma vincente contro un diffuso individualismo e l’evangelizzazione vissuta nella Speranza.
I lavori sono poi proseguiti in gruppi che hanno individuato i seguenti aspetti come principali elementi fondanti dell’ACI: la formazione cristiana, la corresponsabilità, la testimonianza e l’ascolto della Parola. Ne emerge un’associazione radicata nella fede, vogliosa di rinnovarsi, a volte disposta a fare meno per fare meglio, che vuole servire la Chiesa e che vuole riscoprire la sua storia non per una nostalgia dei tempi andati fine a sé stessa, ma per una rilettura proiettata al presente per continuare ad evangelizzare in quell’oggi che non è solo un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca.

 

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Convegno Bachelet 2019

 

di Andrea Dessardo

 

Già trentanove anni sono trascorsi da quel 12 febbraio 1980 in cui le Brigate rosse posero brutalmente fine alla vita terrena di Vittorio Bachelet: l’Azione cattolica non ha smesso di coltivarne la memoria, tra l’altro organizzando ogni anno un convegno per ragionare sui bisogni del presente. Fare memoria infatti, come ha ricordato l’assistente generale mons. Gualtiero Sigismondi nella messa di suffragio, «significa non solo riportare alla mente la sua figura e il suo insegnamento, ma anche dargli di nuovo il cuore, come suggerisce l’etimologia del verbo ricordare: verbo di futuro, non di passato!».
E proprio di futuro, infatti, ha trattato il XXXIX Convegno Bachelet celebrato l’8 e il 9 febbraio alla Domus Pacis: «Il futuro delle democrazie». Un tema, come ha detto il presidente dell’Istituto “Vittorio Bachelet” Gian Candido De Martin, non nuovo, ma che oggi, per la situazione politica, riprende d’attualità. Nella prima sessione ne hanno discusso, con approcci politologico, storico e filosofico, introdotti dal presidente dell’Azione cattolica Matteo Truffelli, Damiano Palano (Università Cattolica), Paolo Pombeni (Università di Bologna) e Giuseppe Acocella (Università di Napoli “Federico II”).
Il tema della crisi della democrazia, si sa, è ricorrente, ma negli ultimi quindici anni – ha spiegato Palano – ha assunto caratteri nuovi, come effetto dell’esaurimento della cosiddetta “terza ondata” di democratizzazione iniziata negli anni Sessanta con la decolonizzazione e giunta al suo culmine con la caduta del Muro di Berlino: le democrazie africane sono però in gran parte fallite e drammaticamente fallite sembrano pure le recenti “rivoluzioni colorate” e le “primavere arabe”. Quanto all’Occidente, si parla di “deconsolidamento” del regime democratico, cioè del venir meno della legittimazione riconosciuta dai cittadini al sistema politico, dato dal loro progressivo allontanamento da quelle prassi (il voto, ma non solo) che fanno sì che una democrazia sia davvero tale. Addirittura un millennial su quattro, secondo recenti indagini, afferma che preferirebbe un diverso sistema di governo. Il quadro politico – lo vediamo – si polarizza sulle estreme svuotando il centro, ma al contempo si indeboliscono anche i legami d’appartenenza e d’identificazione, poiché il “popolo” da rappresentare pare assai meno omogeneo di una volta. Su questo punto è tornato più convincentemente Paolo Pombeni: la rappresentazione retorica tipica del costituzionalismo ottocentesco, che pretendeva che il parlamento rappresentasse il “popolo”, è venuta meno. Non c’è un popolo che, come lo intendeva Max Weber, si senta “comunità di destino”, ma in vece sua vi sono “tribù” frammentate che rappresentano interessi particolari talora tra loro in conflitto: non c’è perciò vera “convivenza”, si “vive accanto” gli uni agli altri. Non sapendo perciò chi rappresentare, la democrazia diventa tautologica, finendo per rappresentare nient’altro che se stessa e le sue élite: «È la democrazia come formalismo, come giuridicismo esasperato fatto di norme che interpretano altre norme in una catena infinita dietro cui si è perso il contatto con la realtà». Il populismo è una rozza reazione a questa crisi: il “popolo” si sente tradito da questa “democrazia della diseguaglianza” e una parte di esso – ovviamente autoproclamatasi la migliore, la più autentica – si propone quale catalizzatore di una ritrovata unione, ma in forme più o meno consciamente totalitarie. Sul concetto di “democrazia della diseguaglianza” ha riflettuto anche Giuseppe Acocella, osservando come, pur in un contesto di complessivo miglioramento delle condizioni di vita, le diseguaglianze nel mondo siano aumentate: e quanto può durare una democrazia siffatta?
La tavola rotonda dell’indomani, cui hanno preso parte, moderati da Danilo Paolini di «Avvenire», Filippo Pizzolato (Università di Padova), la politologa Chiara Tintori, Fausto Colombo (Università Cattolica), Lorenzo Caselli (Università di Genova) e la presidente della Fuci Gabriella Serra, si è interrogata su cause e possibili soluzioni a questa crisi. Bisogna ripartire dalla gente, dai vecchi “corpi intermedi”, dalle parrocchie, dalle Università, ridando voce, sostanza e rappresentanza a quel popolo frammentato e deluso, oggi rassegnato ad affidarsi al cinismo di qualche demagogo.
«Con l’eredità di sapienza ricevuta da Vittorio Bachelet, i soci di Azione cattolica italiana possiedono come una fiaccola che, oltre a risplendere, illumina», ha detto ancora mons. Sigismondi nella sua omelia. E sono parole che possono restituirci coraggio e sano orgoglio.

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Cent’anni di AC

di Mario Ravalico

 

Alcune settimane fa, dopo una vita lunga quasi un secolo, è morta Maria Trevisan Trebiciani.

Ricordare chi è stata Maria, per l’Azione Cattolica è quasi un dovere morale, non solo per ricordarla e renderla ancora presente tra noi, ma specialmente per far conoscere ai più giovani una bella figura di donna, di cristiana, di animatrice dell’associazionismo cattolico cittadino, di aderente all’AC della quale appartenenza è stata sempre molto orgogliosa.

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Settore adultescenti

di Arturo Pucillo

 

E’ sempre interessante leggere l’interpretazione della propria storia, o supposta tale, tra le righe delle analisi altrui. E allora ripropongo qui un testo-intervista a Paolo Crepet, noto ai più in qualità di sociologo-psichiatra-scrittore, apparso su D.it (declinazione periodica al femminile del noto quotidiano la Repubblica) ad ottobre 2018 (https://d.repubblica.it/life/2018/10/04/news/40_anni_donne_difficolta_essere_adulti_intervista_paolo_crepet_psichiatra_sociologo_libro_passione-4137629/).

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