Forse non lo sapevate che...


Buone notizie che non fanno notizia. Perché come va il mondo dipende anche da cosa guardi e da come lo guardi.

Buone notizie che non fanno notizia. Perché come va il mondo dipende anche da cosa guardi e da come lo guardi.

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Se Fosse

di Fabiana Martini

 

Se giocando al gioco del “Se fosse…” la persona da indovinare fosse stata Francesco Rosato e al mio turno mi avessero chiesto di dire una cosa che lo rappresentava, non avrei avuto esitazioni: se fosse una cosa, sarebbe una roccia.

“Aggregato minerale di massa tanto imponente da risultare elemento costitutivo della crosta terrestre” recita il Devoto Oli, che riporta anche un significato figurato: “Persona di eccezionale robustezza e resistenza fisica o morale”.

Affidabile, coerente, una garanzia. Certo, a volte spigoloso, non sempre facile da scalare, ma un posto su cui costruire la propria casa, su cui impiantare i propri progetti. E una casa solida Francesco, morto venerdì 12 luglio a 49 anni a causa di un tumore al cervello, l’aveva costruita assieme a Rosy ventun anni fa dopo un lungo fidanzamento vissuto nel servizio, in Azione Cattolica e non solo: cito tra le varie un’esperienza estiva di volontariato in Albania. Insieme erano stati vicepresidenti diocesani per il Settore Giovani, ma anche animatori di gruppi giovanissimi e giovani. Dopo il matrimonio la formazione era continuata nel Gruppo Famiglie di San Vincenzo de’ Paoli, la parrocchia in cui Francesco era cresciuto assieme al fratello Mauro, nonostante gli impegni professionali lo assorbissero sempre più e lo avessero costretto a spostarsi in Puglia e in Toscana prima del rientro definitivo in regione.

Studente brillante, maturatosi al Galilei e laureatosi all’Università di Trieste con il massimo dei voti, ha continuato ad applicare al lavoro lo stesso rigore e la stessa serietà che metteva nello studio. La sua carriera professionale, iniziata alla Danieli, è legata soprattutto alla Ferriera di Servola: a soli 33 anni ne divenne direttore e decisivo fu il suo contributo nel portare in città l’imprenditore cremonese Giovanni Arvedi. A differenza di molti credeva davvero nelle possibilità di riconversione dello stabilimento e nella pur residuale vocazione industriale del nostro territorio: come ha affermato in questi giorni Roberto Cosolini, «era tra i pochi a Trieste a sapere di industria». Motivo per cui l’ex sindaco durante il suo mandato gli aveva affidato il compito di consulente del Comune per la riconversione di Servola, un’operazione che prevedeva anche il salvataggio di cinquecento posti di lavoro, particolare prioritario nell’impostazione del lavoro di Rosato, che nei confronti dei lavoratori ha sempre avuto massimo rispetto e un occhio di riguardo, come testimoniato anche dalle rappresentanze sindacali. Siderurgico e operaio nel profondo. «Da direttore» ricorda Manuel, un dipendente della Ferriera, «è stato l’unico che presentava periodicamente l’andamento dell’azienda a tutti gli operai con una tale eleganza che sembrava di lavorare alla Ferrari. E terminato l’incarico non sono state poche le volte in cui in momenti di difficoltà da diverse persone e in diversi reparti ho sentito dire: “Rosato non l’avrebbe permesso” o “Rosato avrebbe fatto subito qualcosa”».

Le difficoltà e i motivi di sofferenza anche prima della prova finale non gli sono mancati, ma ne è sempre uscito rafforzato e senza perdere l’ironia che lo caratterizzava e che sembrava lo portasse a guardare le cose con apparente distacco. Uomo di poche parole e di molti fatti, ingegnere nel lavoro e nella vita, come spesso gli ripetevamo, ha lasciato un’impronta che resisterà al tempo. Un’impronta che ha innanzitutto i nomi dei suoi quattro figli — Nicolò, Benedetta, Filippo e Leonardo — ma anche quello di tanti progetti avviati durante un’esistenza intensa vissuta con grande dignità fino alla fine.

Del resto, mi fa notare Gianguido Salvi, presidente diocesano dell’Azione Cattolica, in questo caso prima di tutto amico di Francesco, che di professione fa il geologo, dalla roccia delle montagne nascono i torrenti e le sorgenti che poi generano a loro volta i fiumi, ma non dobbiamo dimenticare che anche le rocce e le montagne sono fragili: il tempo e gli agenti esogeni le attaccano come malattie, creano fratture, ma dalla loro frantumazione si formano i letti dei fiumi e i fondali marini, fondamentali nella costruzione di ambienti indispensabili alla vita della pianura e delle coste. In definitiva, anche dall’aspetto opposto della roccia, cioè dalla sua debolezza, possono gemmare mondi meravigliosi.

Soprattutto se abbiamo la consapevolezza, come ci ricorda il Deuteronomio al capitolo 32, che «Egli è la Roccia; perfetta è l’opera sua; tutte le sue vie sono giustizia». Una consapevolezza che faceva dire a Francesco: «Sia fatta la tua volontà».

 

L’articolo è stato pubblicato su Vita Nuova il 19.07.2019.

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A Borca di Cadore, ex villaggio Eni per le Olimpiadi 2026

di Davide Martini

 

A vent’anni dall’assegnazione a Torino, ed a settant’anni dalle prime Olimpiadi invernali assegnate a Cortina d’Ampezzo, il nostro paese si è aggiudicato nuovamente questo importante evento anche grazie ad un’innovativa formula e cioè disputare le gare non in un solo sito, ma coinvolgendo quattro grandi aree: Milano, Cortina, Valtellina e Val di Fiemme. “L’Italia prevede una visione innovativa delle Olimpiadi che combina le attrazioni urbane della metropoli di Milano con il fascino delle pittoresche regioni montane alpine del Nord Italia”, ha scritto la Commissione di valutazione del Cio nel suo report, che alla fine ha convinto la giuria. I tre villaggi olimpici saranno strutture prefabbricate recuperabili, e sorgeranno a Milano (dove poi verranno destinate a studentati universitari), nell’area dell’ex scalo ferroviario di porta Romana, a Livigno e a Cortina. L’obiettivo è quello di usare il 92% delle sedi di competizione “già esistenti o temporanee”, per questo la candidatura “abbraccia pienamente lo spirito e la filosofia dell’Agenda 2020” ha aggiunto, nella sua dettagliata analisi, la commissione del Cio. Questa percentuale, già molto ragguardevole, potrebbe essere ulteriormente incrementata e migliorata. Come?

Non lontano da Cortina (meno di venti km) sorge il Villaggio Eni di Borca di Cadore (Bl),  realizzato tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, grazie alla capacità politica e imprenditoriale, ed allo sguardo visionario di Enrico Mattei.

Si tratta di un grande complesso (oltre 100.000 metri quadri), dotato di un impianto articolato su diverse strutture, ed edificato, secondo criteri innovativi, in un grande bosco ai piedi del Monte Antelao, che con i suoi 3.242 metri domina il Cadore e sovrasta l’abitato di Borca. In che senso possiamo parlare di criteri innovativi? L’idea che stava alla base era pensare ad un’urbanistica a carattere “sociale”, secondo il progetto dello stesso Mattei; il progetto venne realizzato  (anche se non completamente, vista la prematura scomparsa dell’imprenditore nel 1962), dall’architetto Edoardo Gellner in primis, in collaborazione con Carlo Scarpa per alcune sue parti. Le idee di Mattei furono rispettate e trasferite nella realtà da Gellner,  fino ai più piccoli dettagli d’arredo.

Le strutture principali del sito sono costituite dalla grande Colonia (30.000 metri quadri), dalla Chiesa Nostra Signora del Cadore, dall’albergo, dal Campeggio a tende fisse, da 280 villette monofamiliari, dal residence. Sono 25.000 mq, 17 padiglioni collegati da un unico corridoio lungo 4 km, finestre come quadri affacciati sul paesaggio, balconate esposte a sud per ricevere luce e calore. Un piccolo, ma significativo esempio di questa capacità di guardare “oltre”, il fatto che, appunto,  tutte le strutture collegate tra loro non prevedevano, già allora, alcuna barriera architettonica.

Si tratta di un sito eccezionale ed unico in Italia, nel quale gli aspetti del paesaggio e dell’ambiente naturale si fondono in modo organico con le architetture, oggi dominate dal bosco.

Dal 2000, il Villaggio è proprietà della società Minoter, con la quale Dolomiti Contemporanee ha iniziato una collaborazione, sulla base di un progetto di valorizzazione culturale e funzionale dell’insediamento: a giugno 2014, è stato avviato “Progetto Borca”.

Senza voler mettere in competizione Borca con Cortina, Gianluca D’Inca Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee e Progetto Borca, già a gennaio di quest’anno auspicava un riutilizzo del Villaggio, in vista di una possibile assegnazione delle Olimpiadi, e così scriveva in alcuni passaggi di una sua riflessione pubblicata on-line (www.progettoborca.net) : “L’ex Villaggio Eni di Borca dispone di strutture inutilizzate, o solo parzialmente utilizzate, per diverse decine di migliaia di metri quadri. Come l’ex Colonia o l’attuale Residence Corte.

Lo stesso Gellner elaborò un progetto di adeguamento di alcune di esse nella prospettiva di una futura Olimpiade”. E più avanti: “Dal nostro punto di vista, i criteri della sostenibilità troverebbero piena applicazione in quest’opzione di riuso, che, con le dovute cautele e tutele, è di certo possibile. Viceversa, la realizzazione ex-novo di una serie di strutture temporanee, atte ad accogliere alcune centinaia di ospiti, a Fiames o Socol o altrove, dovrebbe tener conto già da ora di tutti i temi e le problematiche, in genere assai poco sostenibili, connesse alla sua riconversione o smantellamento all’indomani dell’evento”. Infine: “D’altro canto, è evidente come il tema del post-Olimpiade vada considerato attentamente anche nell’opzione dell’ex Villaggio Eni. Nemmeno qui avrebbe senso infatti restaurare le strutture solo nella prospettiva del 2026. Bisogna sin da ora immaginare quali funzioni tali strutture potrebbero accogliere negli anni successivi, trovando per esse la destinazione d’uso ottimale. Se ciò risultasse possibile, l’evento sportivo avrebbe raggiunto diversi obiettivi: quello di produrre se stesso; quello di rigenerare un Bene cospicuo e inesausto, che è anche un’infrastruttura dal grande potenziale attrattivo; quello di produrre sviluppo e servizi; e molto probabilmente anche quello di ridurre la spesa e il costo d’investimento dell’evento, rispetto a quelli necessari alla costruzione di una stazione ex novo, visto che questa esiste già”.

Auspichiamo che queste ultime considerazioni vengano, se non accolte in toto, almeno prese in considerazione.

 

UE

Buone notizie dall’Europa

di Davide Martini

 

Che l’Europa, al momento, non goda di buona reputazione è cosa risaputa. Ma come è possibile che un Paese come il nostro tra i più europeisti fino a non molto tempo fa, sia ora tiepido, per non dire apertamente ostile, per una sempre più ampia fascia della popolazione? A questo ha certamente contribuito la crisi finanziaria del 2007-2008 e la convinzione (veritiera?) che le istituzioni europee poco abbiano fatto per cercare di migliorare tale situazione. C’è da aggiungere, poi, che l’Europa viene vista, da molti cittadini, come distante dai problemi concreti delle persone e, sempre più, una burocrate elefantiaca, costosa ed inefficiente.

Eppure motivi per non essere così pessimisti ce ne sarebbero. Eccome. Innanzitutto, facciamo fatica, umanamente, ad avere una prospettiva storica un poco più grande del nostro tempo presente: diamo, ormai, tutto per scontato; il benessere acquisito (certo, per chi ce l’ha ancora), dimenticando che la situazione qualche decennio fa non era poi tanto migliore (chi scrive è nato negli anni settanta, quando l’inflazione era a doppia cifra, tanto per citare un solo esempio) per non dover retrocedere alla prima metà del secolo scorso, tempo nel quale non solo i libri di storia ma anche nonni e bisnonni ci ricordavano tempi tragici. Ma se la manfrina che la costruzione europea ha impedito la terza guerra mondiale non ci convince più (e, vivendo a Trieste, dovremmo ricordare cosa è stata la guerra civile in Jugoslavia, allora fuori dall’Unione Europea), basterebbe ricordare com’era viaggiare all’interno del continente, coi passaporti e la fila al cambio valute. Sappiamo bene che la propaganda ha sempre un obiettivo strumentale ed utilitaristico: pubblicizzare, enfatizzandole, informazioni atte all’esclusivo fine di orientare l’opinione pubblica in una direzione favorevole al proprio pensiero politico. In più, le buone notizie hanno meno impatto delle altre; infine la naturale tendenza del genere umano a lamentarsi (in particolar modo di quello abituato ad un certo tenore di vita), fanno sì che non facciamo più attenzione alle buone cose che questa costruzione sovranazionale ha contribuito e continua a portare avanti.

Facciamo qualche altro esempio non troppo generico e lontano dal presente. Partiamo da una notizia: la Commissione, tempo fa, ha reso nota la lista degli Stati che saranno deferiti alla Corte di Giustizia per inadempienze varie rispetto alle norme europee. In Italia si è parlato quasi solo del deferimento dell’Italia per i sistematici e cronici ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Le aziende che forniscono beni e servizi alla Pubblica Amministrazione dovrebbero essere contente che, grazie al ricorso della Commissione, potranno finalmente ottenere in futuro in tempi più ragionevoli il proprio compenso. Questo è un piccolo esempio che ci ricorda come noi italiani abbiamo bisogno della Commissione per difendere i nostri diritti (di cittadini europei) nei confronti dello Stato italiano. Pochi, forse, ricordano che la Commissione ha deferito, tempo addietro, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca per il rifiuto di accogliere i rifugiati provenienti da Italia e Grecia, sebbene non siano mancati i titoloni sul tema quando si trattava di denunciare la scarsa solidarietà europea – in realtà la solidarietà dell’Unione c’era, dato che aveva deciso le quote di ripartizione, mancava quella di alcuni Stati membri, che ora vengono sanzionati per questo. Direte che non basta. Quanti però ricordano il deferimento dell’Irlanda perché non ha ancora provveduto a incassare i 13 miliardi di imposte dovute da Apple, sulla base della decisione dell’Antitrust europea – cioè sempre la Commissione – rispetto ai benefici fiscali illegalmente concessi dall’Irlanda in passato. La lotta contro i privilegi fiscali delle multi-nazionali oggi la fa soprattutto l’Unione Europea attraverso la Commissione. C’è poi la sanzione all’Ungheria per le norme contro le università internazionali, che prendevano in particolare di mira la Central European University, una delle più prestigiose università europee, fondata e finanziata, secondo Orban, da George Soros ( in passato speculatore, ma ora filantropo finanziatore di Ong impegnate a favore dei migranti). Ci sono poi molti altri casi, tra cui il deferimento di Francia e Germania per la mancata piena applicazione delle norme sul riconoscimento delle qualifiche professionali, a testimonianza che la Commissione non fa differenza tra Stati grandi e piccoli, ma agisce per far rispettare le regole europee. Solo per citare alcuni esempi.

Certo, Eurozona ed Unione vanno riformate, per rilanciare crescita e occupazione ed affrontare le nuove sfide geopolitiche che, in questo contesto di globalizzazione, non possono essere affrontate dai Paesi europei isolatamente; perciò tra due settimane, quando andrete a votare, ricordatevi anche delle cose positive dell’Europa e di che cosa è stata Brexit. Buone riflessioni.

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Vent’anni e non li dimostra

di Davide Martini

 

“Ha grandi progetti. Facciamola crescere!”

Questo l’incipit del poster che annunciava l’apertura della prima filiale di Banca Etica a Padova. Correva l’ultimo anno del secolo scorso, il calendario indicava la Giornata Internazionale della Donna.

Sono passati 20 anni, due decadi in cui la nostra “scommessa” si è trasformata in realtà solida, capace di risultati positivi, non solo economici. Una scommessa vinta da persone e organizzazioni che hanno saputo unirsi per realizzare un’utopia: trasformare il risparmio in un motore di cambiamento sociale.

La storia comincia nella seconda parte degli anni ‘90, periodo nel quale si afferma, con sempre più forza, la presenza del Terzo Settore nella società italiana del Centro-Nord; né Impresa commerciale, né Stato, è il cosiddetto no-profit che opera nei più diversi ambiti della società dalla tutela dell’ambiente alla cooperazione internazionale e che sente il bisogno di un riconoscimento anche attraverso strumenti finanziari efficaci e aderenti allo “spirito” dell’impegno sociale: da qui nasce la “Cooperativa verso la  Banca Etica” per raccogliere il capitale sociale e costituire una nuova banca popolare di riferimento. Migliaia di persone e organizzazioni diventano socie e si attivano  per diffondere questo progetto ambizioso.

Il mio ricordo personale di questo periodo consiste nella partecipazione a Brescia, nell’autunno del 1996 alla prima vera assemblea dei soci della Cooperativa Verso la Banca Etica, nata dall’Associazione Verso la Banca Etica per raccogliere il capitale sociale di partenza. Partecipano tanti volontari che, spontaneamente, si organizzano sul territorio per promuovere una campagna nata senza coordinamento, dal basso.

La forza di volontà di tante persone desiderose di provare a cambiare il mondo permette di raggiungere il capitale sociale richiesto da Banca d’Italia. Così il 30 maggio 1998 l’Assemblea dei Soci approva il passaggio da cooperativa a banca popolare – un evento che resta ancora oggi unico e riconosciuto a livello internazionale. L’8 marzo 1999 inizia l’operatività con l’apertura della prima filiale a Padova. E’ il periodo in cui si fanno sentire movimenti che promuovono modelli economici e sociali alternativi a quelli basati su una globalizzazione finanziaria senza regole e Banca Etica rafforza la sua natura di vero e proprio capitale sociale alternativo, fatto di relazioni e idee innovative.

Con il 2000, il cantiere è ormai aperto; aprono le filiali di Milano, Roma, Brescia e Vicenza e si consolida la presenza in tutta Italia grazie a un rete di Gruppi di Iniziativa Territoriale (GIT), gruppi locali di soci volontari, una figura unica nel panorama bancario. Grazie ad un’intensa attività di formazione e informazione sulla finanza etica, coinvolgono sempre nuove persone e organizzazioni, stimolando la raccolta del risparmio. Nasce Etica Sgr, il contenitore dei valori della banca nel mondo dell’investimento.

Con l’inizio del nuovo millennio, le persone impiegate cominciano a diventare un gruppo più consistente (24 persone in tutta Italia, anche se a confronto con una banca tradizionale, questi numeri fanno ridere) e i progetti finanziati oltre 700 per quasi 98 miliardi di lire. Viene pubblicato il Manifesto di Banca Etica ed esce il primo numero di Valori, mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità. Nasce FEBEA, la Federazione Europea Banche Etiche e Alternative.

Nel 2002, il Senato, con votazione unanime, approva un ordine del giorno che impegna il Governo al riconoscimento della specificità della finanza etica. Nasce SEFEA, Società Europea di Finanza Etica e Alternativa e nei Paesi Baschi parte FIARE, fondazione popolare per costituire una banca etica spagnola. Negli anni seguenti i rapporti tra queste due realtà si faranno sempre più stretti fino a diventare strategici. Apre la filiale di Firenze. Nella sede storica si tengono incontri periodici per ascoltare chi può aiutare i bancari a trovare strade innovative per il loro lavoro: tra gli ospiti, padre Alex Zanotelli.

Nel 2003, Etica Sgr inizia a operare e nasce il Gruppo Banca Etica, l’unico con prodotti bancari e d’investimento interamente ispirati alla finanza etica. Parte il progetto Banca del Sole, il primo piano di sviluppo per il finanziamento di impianti fotovoltaici diffuso in Italia. Apre la filiale di Bologna, e si rafforza la rete dei promotori finanziari chiamati Banchieri Ambulanti. Viene costituita la Fondazione Responsabilità Etica per lo sviluppo culturale dei principi della Finanza Etica.

Negli anni successivi crescono le collaborazioni con mondi sempre diversi: dal commercio equo all’agricoltura biologica, dall’economia di comunione al turismo responsabile fino all’editoria alternativa.

Nel 2005 apre a Napoli la nona filiale, vero e proprio banco di prova dello sviluppo nel meridione. L’obiettivo è quello di portare al Sud capacità organizzativa e know how, collaborando con le realtà che esprimono il meglio della cultura solidale e ambientale.

Nel 2006 apre la filiale di Torino e si avvia il processo di decentramento strategico ed operativo, finalizzato ad avvicinare la banca ai territori grazie al rafforzamento delle quattro Aree Territoriali – Nordest, Nordovest, Centro e Sud.

Il 2007 è l’anno della crisi, quella dei mutui subprime. Gli effetti pubblici si vedranno negli anni a venire, ma sui mercati finanziari la sensazione è già quella di essere di fronte a un crollo strutturale. Il modus operandi di Banca Etica le permette di resistere alla crisi in modo molto più efficace delle altre banche tradizionali. Nel frattempo nello stesso anno, in occasione dell’ottavo compleanno di Banca Etica, si inaugura la nuova sede centrale a Padova realizzata secondo criteri di bioedilizia e riqualificando un’area degradata.

Nel 2008 apre la filiale di Bari: Banca Etica è sempre più l’istituto di riferimento per una nuova economia e coglie la sfida di investire al Sud. Intanto la crisi si esaspera, il 15 settembre 2008 fallisce Lehman Brothers, società di servizi finanziari a livello globale: è la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti. Il contagio si fa virale, ne fanno le spese Irlanda, Islanda e il Sud Europa. A livello Internazionale la finanza etica inizia a porsi come alternativa concreta al disastro economico prodotto dalle grandi istituzioni finanziarie.

Nel 2009 Banca Etica compie 10 anni ed è l’unico istituto bancario in Italia a rifiutarsi di accettare i soldi che rientreranno grazie allo scudo fiscale voluto dal Governo dell’epoca. La scelta è coerente con i principi della finanza etica e si diffonde il termine di “risparmiatore etico” (per riferirsi a persone disposte ad investire nelle imprese sociali e persuase che le banche, se eticamente orientate, siano un importante strumento di sostegno all’economia reale (questo il profilo stilato da una ricerca della Demos di Ilvio Diamanti). Negli anni successivi apriranno nell’ordine Genova nel 2010, Perugia ed Ancona nel 2011, e finalmente nel 2012, dopo un grande impegno dei soci di Trieste e Gorizia la nostra filiale di via Coroneo, qui a Trieste.  Nel 2013 è la volta di Bergamo, e nello stesso anno l’Assemblea dei Soci rinnova il Consiglio di Amministrazione con una maggioranza assoluta di donne: Banca Etica è la banca più al femminile d’Italia (anche nella nostra filiale su quattro dipendenti, tre sono donne); si allarga il tavolo dei soci di riferimento con l’ingresso di Libera, Caritas Italiana e Legambiente. Il Bilancio Sociale diventa 2.0 e si trasferisce sul web per aumentare l’accessibilità e l’usabilità delle informazioni e aprirsi ai commenti degli utenti. Con il 2016 abbiamo l’apertura di Brescia e per la prima volta la finanza etica viene riconosciuta in Itallia.

Nel 2017 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, incontra una delegazione di Banca Etica ed il suo Presidente Ugo Biggeri al Quirinale, e al Parlamento Europeo viene presentato il Primo Rapporto sulla finanza etica.

È di quest’anno il secondo studio sulla finanza etica in Europa promosso dalla Fondazione Finanza Etica, italiana e spagnola, che mette in chiaro chi sostiene veramente l’economia reale: le banche etiche concedono, in percentuale, molti più crediti delle altre banche tradizionali, ed hanno anche meno “sofferenze” bancarie. Auspichiamo che la storia continui a riservare queste buone notizie, in un paese in cui le banche non godono di buona reputazione.

Erasmus

Trent’anni e non li dimostra

di Davide Martini

 

 

Di solito si dice: trent’anni e non li dimostra. Ma è proprio così? Vi starete chiedendo di che cosa stiamo parlando; sgombriamo, intanto, il campo da equivoci. Non stiamo parlando di persone, ma di un progetto. Forse l’unico progetto di successo, in questi tempi di antipolitica nazionale ma soprattutto europea: il progetto Erasmus. Dal lontano 1987 il progetto Erasmus – acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students – dà la possibilità a uno studente universitario europeo di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università.Leggi tutto

calò e famiglia (dalla trbuna di Treviso)

L’accoglienza modello

di Davide Martini

Grazie ad un collega comune incontrato nella mia esperienza di insegnamento in provincia di Treviso, sono venuto a conoscenza di uno straordinario esempio di accoglienza. Incuriosito dall’esperienza (era stato organizzato anche un incontro sul tema, presso la scuola dove ho insegnato un paio di anni) ho chiesto all’amico collega se poteva fornirmi i contatti del protagonista di questa vicenda e così l’ho intervistato.Leggi tutto

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Risparmiare acqua. Dallo spazio

di Davide Martini

Avete mai sentito l’espressione “oro blu”? Certamente sì, dal momento che si prevede che il tentativo di accaparrarsi questa preziosissima ed indispensabile risorsa potrebbe essere una delle principali ragioni delle guerre future, combattute non più solo per il cosiddetto “oro nero”. Ed in un mondo dove una buona fetta della popolazione non solo muore di fame ma fa anche di sete, diventa sempre più necessario non sprecare questo insostituibile bene non solo per ragioni di opportunità economico-sociale, ma anche e soprattutto per motivi etici. Infatti, il paradosso sta nel fatto che mentre in molte zone del pianeta l’acqua scarseggia, in molte altre dove ce n’è in abbondanza questa viene letteralmente sprecata.Leggi tutto

bottiglia plastica in mare

Il batterio che mangia la plastica

di Davide Martini

 

 

A parole tutti (o, almeno, la stragrande maggioranza delle persone) sostengono di essere favorevoli alla difesa dell’ambiente; da un po’ di tempo anche la Chiesa ha sviluppato una maggiore sensibilità ecologista (basti pensare all’ultima enciclica Laudato si’ di papa Francesco), colpevolmente trascurata anche a causa di una lettura troppo “fondamentalistica” della Sacra Scrittura (racconto della creazione del mondo nella Genesi, per intenderci).Leggi tutto

Massimo D'Alonso da www.campidicarta.org

Occhi per scrivere

di Davide Martini

Se siete giù di corda, svogliati, annoiati, lamentosi per il cattivo tempo o irritati nella coda del traffico cittadino, provate a pensare che cosa significhi vivere completamente immobilizzati potendo muovere solo un occhio. È difficile immedesimarsi in una condizione così “estrema”, ma c’è chi vi è costretto a conviverci ventiquattro ore al giorno. Un tempo nemmeno tanto lontano, probabilmente, non ci si sarebbe nemmeno potuti “confrontare” con una situazione tale, perché non esistevano le condizioni per tenere in vita persone con tali handicap; per fortuna, al momento attuale, la medicina, attraverso il supporto di ausili medicali è in grado di farlo.

Ma chi è il soggetto protagonista di questa vicenda drammatica?

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