Scorci di un futuro passato


Se il carburante per il domani viene dalle memorie di ieri. Parole dell’antichità cristiana per meditazioni senza tempo.

Se il carburante per il domani viene dalle memorie di ieri. Parole dell’antichità cristiana per meditazioni senza tempo.

ultima cena

«Li amò fino alla fine» (Gv 13,1)

di don Sergio Frausin

 

Seguire con la fede Gesù nella sua Passione pasquale di amore per gli esseri umani, lasciandosi coinvolgere e trovando il proprio posto in questa storia, significa scoprire, riconoscere e accogliere la vera potenza di Dio nella mitezza inerme e riconciliante di Colui che amò i suoi sino in fondo (cfr. Gv 13,1) e poter pregare con la Chiesa: «O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono»1.

La potenza dell’amore sino alla fine si manifesta nel deporre le vesti e cingere l’asciugamano del servizio umile abbassandosi a lavare i piedi di chi si ama (cfr. Gv 13,1-13). «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,14-15). I membri della comunità di Colui che è venuto in mezzo a noi come colui che serve (cfr. Lc 22,26-27) sono impegnati, a cominciare da Pietro, dal gesto sorprendente, spiazzante del Maestro nella sera dell’ultima cena, a riconoscere di aver bisogno di essere amati concretamente e personalmente da Lui, a deporre le vesti delle sicurezze e delle presunzioni mondane, del potere, per assumere il grembiule del servizio umile e della dedizione disinteressata come testimonianza del Signore nella storia. «Chi vuole disegnare la Chiesa come il cuore di Gesù sente, la dovrebbe disegnare con l’asciugatoio ai fianchi» (don Tonino Bello).

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Un amore sino in fondo è comunicato nei gesti e nelle parole della cena in cui Gesù lascia se stesso ai suoi in cibo e bevanda nel pane e nel vino, esodo verso la libertà e alleanza definitivi, offrendo il boccone della propria vita per nutrire chi non lo riconosce e lo tradisce (cfr. Gv 13,21-33.36-38). «Noi possiamo tradire l’amicizia di Cristo; Cristo non tradisce mai noi, suoi amici. Anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di lui, anche quando lo rinneghiamo. Davanti ai suoi occhi, davanti al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore» (don Primo Mazzolari).

Nel processo di Gesù di fronte a Pilato (cfr. Gv 18,33-38) la potenza dell’amore sino in fondo è la testimonianza inerme, a proprie spese, e anche silenziosa, della verità che rende liberi di fronte al potere schiavo della menzogna e dell’ingiustizia, come racconta l’esperienza di chi dà la vita innanzi tutto a favore di coloro che lo uccidono per «risvegliare in loro la verità dell’amore»2. La regalità di Gesù non è competizione di poteri, ma è l’amore che «prende su di sé la violenza della menzogna, senza cadere nella trappola di usare gli stessi mezzi»3. La potenza della verità che è Gesù è da ascoltare, intuire per lasciarsene interpellare e risponderle nella propria coscienza e così essere liberi, come il silenzio e la voce dell’innocente colpito dalla violenza del male, del condannato ingiustamente; anche tacendo la verità dell’amore smaschera la falsità che opprime l’uomo.

Sulla via della croce colui che «attraverso il corpo soggetto alla sofferenza […] prese su di sé le sofferenze di tutti»4 testimonia la potenza del Giusto che porta su di sé le iniquità degli altri e riscatta la moltitudine degli uomini dall’iniquità. «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2,24).

«È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza. Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio» (Misericordiae Vultus 6), che non è l’efficacia onnirisolutiva che pretenderemmo sulla base di un modello tecnocratico di potenza proiettato su Dio. In Gesù crocifisso, Dio rivela la sua potenza come misericordia e perdono, una potenza che tutti può riabilitare. Nel volto di Gesù incontriamo la potenza di un Dio accostabile con fiducia e speranza perché di fronte alla gravità del peccato risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande del peccato e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona (cfr. Misericordiae Vultus 3), concedendo un nuovo inizio, nuove condizioni affidabili di vita5.

Nel silenzio, nell’attesa e nella speranza del Sabato Santo la potenza del Crocifisso, morto a vantaggio di tutti (cfr. Eb 2,9), è offerta di vita e di risveglio a tutti coloro che sono prigionieri delle tenebre e nell’ombra della morte, offerta di libertà dalla paura di perdere, dalla paura della morte che tiene schiava la capacità di amare donando la vita, offerta di perdono e risurrezione da ciò che mortifica e abbruttisce l’immagine di Dio che è ciascuno.

«Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino […], e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta»6.

Con questa speranza nella potenza divina dell’amore sino alla fine e sino in fondo vissuta e comunicata da Gesù crocifisso e risorto, ci auguriamo buona Pasqua.

1 Cfr. Colletta della XXVI Domenica del Tempo ordinario.

2 Cfr. S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, II, EDB-Ancora, Bologna-Milano 2004, p. 147.

3 Ivi, p. 148.

4 Cfr. Melitone di Sardi, vescovo, Omelia sulla Pasqua, capp. 65-67; SC 123, pp. 95-101.

5 Cfr. W. Kasper, Misericordia, 82. Cfr. Sal 86,5; Sap 15,1: «Ma tu, nostro Dio, sei buono e veritiero, sei paziente e tutto governi secondo misericordia».

6 Da un’antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463).

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Dio è madre

di don Sergio Frausin

 

«La compassione verso di noi è divenuta madre. Il Padre per aver amato si fece donna».

(Clemente Alessandrino, Quis dives salvetur 37, 2).

L’incarnazione dell’amore paterno e materno di Dio, offerta di tenerezza, vera ricchezza, per ogni essere umano.

«Guarda i misteri dell’amore e allora contemplerai il seno del Padre che soltanto l’unigenito Figlio di Dio ha manifestato1. È anche lui stesso il Dio amore2 e da amore per noi fu preso (ethȇráthȇ). E, mentre l’ineffabilità di lui è Padre, la compassione verso di noi è divenuta madre. Il Padre per avere amato si fece donna, e di questo è grande segno colui che egli generò da se stesso. Per questo anche lui discese, per questo rivestì l’umanità, per questo patì volontariamente ciò che è degli uomini, affinché dopo essersi misurato con la debolezza di noi che egli amò3, potesse in cambio misurare noi con la sua potenza. E quando stava per offrirsi in libagione4 e dare se stesso come riscatto ci lascia una nuova alleanza: “Vi do il mio amore” (Gv 14,27; 13,34) […] Per ciascuno di noi ha dato la sua vita che vale l’universo intero: ci chiede in cambio la stessa cosa l’uno per l’altro […]5 Tu, invece, impara la “via eccellente”6 che Paolo indica per la salvezza: l’ “amore non cerca le cose sue”7, ma si riversa sul fratello […] “L’amore copre una moltitudine di peccati8; l’amore perfetto caccia via la paura”9 […] L’amore non viene mai meno»

(Clemente Alessandrino, Quis dives salvetur?, 37,1-39 [passim])Leggi tutto

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Il dono di Natale è una familiarità liberante con Dio nella nostra carne

di don Sergio Frausin

 

Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo

(Lib 3, 20, 2-3; SC 34, 342-344)

«Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell’uomo, per abituare l’uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo secondo la volontà del Padre».

Per questo Dio stesso ci ha dato come «segno» della nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è l’Emmanuele: poiché lo stesso Signore era colui che salvava coloro che di per se stessi non avevano nessuna possibilità di salvezza.

Per questo Paolo, indicando la radicale debolezza dell’uomo, dice «So che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene» (Rm 7,18), poiché il bene della nostra salvezza non viene da noi, ma da Dio. E ancora Paolo esclama: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). Quindi presenta il liberatore: L’amore gratuito del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. Rm 7,25).

Con Ireneo di Lione (140 ca.-177/78), uno dei padri della teologia nel II sec., apprezziamo il realismo della Incarnazione del Figlio di Dio come offerta di senso, di libertà alla nostra condizione umana carnale, bella e precaria.Leggi tutto

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«Misericordia io voglio e non sacrificio»

di don Sergio Frausin

 

Commentando la condivisione della mensa con pubblicani e peccatori raccontata dal Vangelo di Matteo (9,9-13), Ilario di Poitiers si sofferma sull’interrogativo che turbava i farisei: «Perché Gesù mangia e fa festa con i peccatori?» (cfr. Mt 9,11) e spiega come il Signore sveli loro le parole della Legge affermando che era lui che soccorreva e guariva coloro che avevano bisogno, «mentre quelli che si ritenevano sani non avevano bisogno di alcuna cura. Ma, affinché comprendessero che nessuno di loro era sano, li invitò a imparare che cosa significava: “Misericordia (Ἔλεος) voglio e non sacrifici” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,12). La Legge, cioè, legata all’osservanza dei sacrifici, non poteva recare soccorso, ma la salvezza era riservata a tutti gli uomini per il dono della misericordia. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione. […] Ma nessuno è giusto in forza della Legge. Egli mostra dunque che il vanto della giustizia è vano poiché, essendo i sacrifici inutili per la salvezza, la misericordia era necessaria per tutti coloro che si erano stabiliti nella Legge» (Commento al Vangelo di Matteo, IX, 2).Leggi tutto

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L’amore che precede e perdona è pratica divina

di don Sergio Frausin

 

Commentando il passo di Gv 17, 23, in cui Gesù rivolgendosi al Padre riguardo ai discepoli, dice: «Li hai amati come hai amato me», Agostino d’Ippona (354-430) illustra: «L’amore con cui Dio ama […] non va soggetto a mutamento. Egli non ha cominciato ad amarci solo quando siamo stati riconciliati a lui per mezzo del sangue di suo Figlio; ma ci ha amati prima della fondazione del mondo, chiamando anche noi ad essere suoi figli insieme all’Unigenito»1.

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La misericordia come familiarità con Dio in Gregorio di Nazianzo.

di don Sergio Frausin

 

In quest’anno santo di Giubileo straordinario dedicato in modo particolare da Papa Francesco alla misericordia, possiamo riprendere consapevolezza della dignità di figli di Dio esortati ad essere misericordiosi come il Padre (cf. Lc 6,36-38) con l’aiuto di un padre della Chiesa.

Gregorio Nazianzeno nell’Orazione 14 presenta un’esperienza di misericordia come massima familiarità dell’uomo con Dio, massima conformazione a lui e come via di divinizzazione. In questa Orazione, tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta del IV secolo l’Autore ha davanti a sé lebbrosi cacciati da tutti e privi di tutto; essi, nella riflessione del Nazianzeno, in quanto esseri umani, sono creati ad immagine di Dio, per essi Cristo ha preso su di sé le nostre infermità, ha dato la vita. «Che cosa, dunque, facciamo noi, che abbiamo ricevuto un tale esempio di amore e misericordia?» (Or 14,15) si chiede il Teologo. La sofferenza di queste persone interpella l’accoglienza e la carità di chi può aiutarli e a cui la Provvidenza li affida perché esercitino la misericordia gratuita con i doni ricevuti da Dio, la cui benevolenza è «provocata dalla nostra compassione» (Or 14,19). Leggi tutto