Ritaglio&Cucito


La stampa è bella perché è varia. Articoli da salvare, da buttare o… da rammendare.

Dachau

Dachau-Crassiza solo andata

di Arturo Pucillo

 

Capita, nei giorni del ricordo, della memoria, della riflessione, di leggere suggestioni di ogni tipo, che aiutano a ripercorrere i solchi della storia ancora oggi esposti alle inevitabili intemperie culturali. Per parte mia, mi sono fermato a contemplare due storie in apparenza sghembe: potremmo definirle una della memoria e l’altra del ricordo.

La storia della memoria narra di un giovane diacono tedesco, Karl Leisner, cresciuto nella diocesi di Münster, tra le braccia dell’associazionismo cattolico tedesco, dal vescovo Clemens von Galen, fermamente antinazista. Spedito a Dachau per qualche parola di troppo detta troppo apertamente, vi arrivò già tubercolotico: il suo destino era segnato.

La storia del ricordo, invece, la conosciamo piuttosto bene: porta il nome di Francesco Bonifacio, anch’egli latore del seme buono dell’associazionismo cattolico dell’Ac, giovane sacerdote immesso nel torrente minaccioso dell’immediato dopoguerra delle nostre terre: parole (e azioni) di troppo dette troppo apertamente segnarono anche il destino di don Francesco.

La storia della memoria commuove perché i protagonisti hanno scritto una pagina di amore a Cristo e alla Chiesa davvero edificante: un vescovo francese, spedito anch’egli a Dachau nella cosiddetta “baracca dei preti”, arrestato a Pentecoste dalle SS nella sua cattedrale di Clermont-Ferrand con l’accusa di collaborazionismo con la resistenza francese (il vero motivo era il sospetto che avesse dato indicazione di nascondere bambini ebrei), accettò di presiedere di nascosto l’ordinazione di Leisner, riuscendo a farsi mandare l’autorizzazione formale dal vescovo von Galen e superando il controllo delle guardie (grazie al concerto che un altro deportato – ebreo – teneva al di fuori della baracca per distrarre gli aguzzini, sintesi alta dell’«ecumenismo del sangue» invocato da papa Francesco).

La storia del ricordo, invece, finisce (ma non muore) con l’agguato teso al giovane Francesco mentre, cercando di connettere le molecole di una comunità rurale fiaccata dalla guerra, dal nascente regime titino e dalle distanze fisiche tra le case, percorreva il selciato della sua condanna: rapito, caricato su un’auto, e capace di testimoniare apertamente fede, coraggio, speranza e fedeltà a Cristo. Morì, non si sa dove, ed è sepolto, non si sa dove. Anche don Karl morì, poco dopo la guerra, vinto dalla malattia ma libero perché approdato alla sua umanità compiuta, quella di essere sacerdote.

Due preti, della memoria e del ricordo, vissuti in epoche e regioni vicinissime tra loro, anche se ideologicamente opposte, entrambe lontane dai nostri agi, che ancora oggi scuotono il torpore della nostra tepidezza e ci esortano a non anteporre paure e piccole convenienze a Cristo. Grazie a questi beati (l’uno proclamato nel 1996, l’altro del 2008) memoria e ricordo assumono una forma ecclesiale precisa, irriducibilmente radicata nel Vangelo, fecondata dalla Speranza, morta e risorta nell’Amore.

Bibliografia.

Storia della memoria: Giorgio Bernardelli, «La Stampa», 27.1.2018

Storia del ricordo: Saverio Gaeta, «Famiglia Cristiana», 10.2.2018

Acconsenti al trattamento dei dati personali