Ritaglio&Cucito


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Fanzaga in veritate

di Arturo Pucillo

 

Capita di intercettare, di quando in quando, le pindariche circonlocuzioni con cui padre Livio Fanzaga, direttore e conduttore di Radio Maria, esprime con grande schiettezza le proprie opinioni. L’ultima in ordine cronologico si è conquistata una certa risonanza nazionale grazie al presunto augurio di passaggio a miglior vita per la senatrice PD Monica Cirinnà, rea di essere la prima firmataria dell’omonimo disegno di legge sulle unioni civili.

A onor del vero, il virgolettato ovunque riportato non dà l’idea di un augurio, ma di una constatazione dell’approssimarsi inesorabile dell’appuntamento con «sora morte corporale». Certo, la cifra stilistica non è delle più benevole, a cercare il pelo nell’uovo: ne è testimone letterario il famossissimo «verrà un giorno…» di manzoniana memoria, con cui fra’ Cristoforo si erge dinanzi a un attonito don Rodrigo, turbando quest’ultimo a tal punto da cagionargli oltre «alla rabbia un lontano e misterioso spavento». Che tale considerazione di padre Livio sia lecita o illecita dal punto di vista dell’etica professionale di un giornalista non è attestazione che riguardi noi comuni mortali, vi sono organi preposti a valutarlo come l’Ordine dei Giornalisti… che infatti, in regione Lombardia, si è attivato e ha aperto un’istruttoria, come si legge sul sito web del settimanale diocesano “Vita Nuova”. Il medesimo articolo redazionale manifesta poi grande indignazione per tale istruttoria, che andrebbe a sindacare sull’affermazione sacrosanta (addirittura una «verità di fede») che tutti prima o poi si muore, e prefigurando futuribili processi a un «gruppo di goliardi colti a cantare Gaudeamus igitur, il cui ritornello finale suona, per chi non lo ricorda, “nos habebit humus”»; infine, tira in ballo la libertà religiosa la cui professione deve essere tutelata dall’Ordine stesso in quanto «scolpita nelle costituzioni» e «nelle dichiarazioni dei diritti umani». Facciamo tesoro di queste parole, ma ci permettiamo di sottolineare che una cosa è constatare cantando per strada la verità di fede (o, più umilmente, la verità di natura) che «nos habebit humus», un’altra è proclamare via etere «te habebit humus»…

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