Tacchi a spillo


Uno sguardo pungente sulla Chiesa di oggi.

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Il Bianco spara

di Michela Brundu

 

È appena finito il Sinodo sulla famiglia. È appena finito il convegno di Firenze della Chiesa italiana. E già si parla d’altro.

È successo di tutto: gli attentati di Parigi, il terrorismo, l’Isis, la crisi economica, l’inquinamento. La cronaca incalza. E incalza la Storia.

Anche chi è attento ai fatti della Chiesa, ha appena dato un’occhiata al viaggio del Papa in Africa. Già: “Francesco l’Africano”. Ne ha detto qualcuna delle sue, anche stavolta. Alle folle, ai convegni, ai giornalisti nelle conferenze stampa ad alta quota. Perfino al pilota dell’aereo, che gli faceva presente i pericoli delle zone in programma. «Io ci vado – gli intima ridendo Francesco – in Centrafrica. E se non mi porti, mi prendo un paracadute!»

Resto interdetta, ancora una volta, alle parole di quest’uomo che non ha paura di niente e di nessuno. E per un attimo la fantasia si attarda su quel paracadute che ondeggia lento su una foresta (ma ci saranno foreste in Centrafrica?) a cui è appeso un omino con una talare bianca che sventola lieve. E tra i rami scorgo i guerriglieri con i fucili in mano: per un istante anche loro restano immobili, con la bocca socchiusa… Mi riscuoto dalle fantasticherie e biascico tra me e me una veloce preghiera del tipo «Signore, fa’ che sbaglino mira…».

Ma alla fine Francesco è tornato. Sano e salvo e in piena forma. Lui invece la mira ce l’ha ottima. Come sempre. Per festeggiare, vado a leggermi il suo discorso all’apertura del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, a Firenze, il 10 novembre. Càspita!

Dicono che questo papa è amato più fuori che dentro la Chiesa. Non è esattamente così; anche fuori molti non lo sopportano: i mangiapreti inossidabili, i superficiali che sanno vedere solo lo IOR e le finanze vaticane, i laicisti per cui la Chiesa è un residuale fenomeno medievale. Però è vero che tante persone, credenti inconsapevoli e remoti, si lasciano conquistare e intenerire dalle parole e dai gesti di un uomo che rende vivo e palpitante il volto misericordioso di Dio. E sono sempre di più.

È naturale, umano direi, che ci sia di che invidiarlo. Non dice niente di nuovo, in fondo, ma lo dice bene. Meglio di chiunque altro. Così bene che decine di migliaia di persone si moltiplicano intorno a lui: per vederlo e per ascoltarlo, per ridere e per piangere quando parla o accarezza un disabile che solo la madre abbraccerebbe.

E dentro la Chiesa, alimentate dal focherello sordo dell’invidia, si alzano le voci di soloni che si pavoneggiano nei paramenti dei paladini della Vera Fede. E non solo in senso letterale, come se le chiroteche fossero segno luminoso di Traditio apostolica. Sussurrano che questo papa porta la Chiesa alla rovina, ne auspicano la rapida dipartita a celebrare la Celeste Liturgia, desiderano dargli ripetizioni di teologia, per «strutturare teologicamente» il suo pontificato. E magari lo citano ossessivamente, a denti stretti, per mascherare il proprio dissenso. E chissà che altro. Boh.

Certo è che nel discorso di Firenze Francesco tocca corde dimenticate dentro di noi. Nervi che in fondo sono scoperti. Tendini da tempo anestetizzati dal nostro cristianesimo tiepido e comodo.

E quello che più infastidisce è che non fa appello a comportamenti o convinzioni, ma disegna, con mano leggera e precisa, l’umanesimo cristiano. L’essere uomini e donne, insomma, concreti e veri, credenti e discepoli di un «Dio svuotato, di un Dio che ha assunto la condizione di servo». E ci riporta alla memoria qualcosa di cui avevamo nostalgia, senza che ci ricordassimo più che cos’era. L’umiltà (a chi, come tutti noi, è ossessionato dalla propria gloria), il disinteresse (per cercare, contro ogni logica, la felicità di chi ci sta accanto), la beatitudine (una grandezza possibile, una scommessa laboriosa).

Parla alla Chiesa, è vero, ma si rivolge all’umanità. A chi cerca senso, a chi spera, a chi soffre. A ogni popolo e a ogni persona.

Poi si volta, guardandola negli occhi, verso la Chiesa che è in Italia.

Che Francesco non abbia bisogno di ripetizioni di teologia lo prova l’affondo sulle tentazioni: lucido, implacabile, essenziale. Le inquadra nel mirino. E spara.

Càspita. Pelagianesimo. Ecco il nome di un vizio antico, solidificato, consueto. La fiducia nelle strutture. E lo «stile di controllo, di durezza, di normatività». Francesco affonda e spara: «Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative». Soluzioni e ricette fuori dalla «carne tenera» della «dottrina cristiana che si chiama Gesù Cristo». Il fondamentalismo non è significativo, cioè non arricchisce di significato, non va alla radice della persona. Si sente l’eco lontana di Paolo: «Se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» (Gal 2,21) o quella più recente (il 15 ottobre a Santa Marta) del Romano Pontefice: «L’apostolo Paolo (Rm 3,21-30a) difendeva la dottrina, era il grande difensore della dottrina, e il fastidio gli veniva da questa gente che non tollerava la dottrina. Quale dottrina? La gratuità della salvezza. Dio ci ha salvato gratuitamente e ci ha salvato tutti».

Secondo colpo: gnosticismo. «Confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello». Ancora la carne. Per forza alcuni lo accusano di essere troppo semplice, troppo diretto, poco sacrale. Già, la sacralità. Peccato che non su questa saremo giudicati (Mt 25,34-36). Francesco va avanti come un treno, additando il giudizio finale.

E chiama tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo; popolo e pastori, insieme. E richiama l’opzione per i poveri, citando i suoi immediati predecessori, come “implicita” nella fede in Cristo Gesù. E osa infine proclamare che «la povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza».

Spero che duri a lungo, questo Papa. E che sia prudente. Ma non lo sarà.

Almeno – mi piacerebbe dirgli – la prossima volta che le salta in mente di paracadutarsi in un sito pericoloso, pieno di gente a cui non dispiacerebbe farla fuori, non metta il suo vestito d’ordinanza. Almeno, Santità, indossi una mimetica. Sa com’è: il bianco spara.