Scorci di un futuro passato


Se il carburante per il domani viene dalle memorie di ieri. Parole dell’antichità cristiana per meditazioni senza tempo.

La misericordia come familiarità con Dio in Gregorio di Nazianzo.

di don Sergio Frausin

 

In quest’anno santo di Giubileo straordinario dedicato in modo particolare da Papa Francesco alla misericordia, possiamo riprendere consapevolezza della dignità di figli di Dio esortati ad essere misericordiosi come il Padre (cf. Lc 6,36-38) con l’aiuto di un padre della Chiesa.

Gregorio Nazianzeno nell’Orazione 14 presenta un’esperienza di misericordia come massima familiarità dell’uomo con Dio, massima conformazione a lui e come via di divinizzazione. In questa Orazione, tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta del IV secolo l’Autore ha davanti a sé lebbrosi cacciati da tutti e privi di tutto; essi, nella riflessione del Nazianzeno, in quanto esseri umani, sono creati ad immagine di Dio, per essi Cristo ha preso su di sé le nostre infermità, ha dato la vita. «Che cosa, dunque, facciamo noi, che abbiamo ricevuto un tale esempio di amore e misericordia?» (Or 14,15) si chiede il Teologo. La sofferenza di queste persone interpella l’accoglienza e la carità di chi può aiutarli e a cui la Provvidenza li affida perché esercitino la misericordia gratuita con i doni ricevuti da Dio, la cui benevolenza è «provocata dalla nostra compassione» (Or 14,19). Il Dio misericordioso, che è rifugio per l’oppresso e non dimentica il grido dei poveri vittime dell’ingiustizia (cf. Sal 9), lo si onora con la misericordia, beatitudine da cogliere con pronta disponibilità. Chiarisce Gregorio: «Poiché misericordia (ἔλεον) vuole, e non sacrificio, il Signore di tutte le cose […], questa offriamogli nella persona dei bisognosi […] affinché, quando ce ne andremo di quaggiù, ci accolgano nei templi eterni in Cristo» (Or 14,40). «Imitate piuttosto la giustizia di Dio e nessuno sarà povero» (Or 14,24). Tra le virtù eccelle quella bontà generosa nella quale il Nazianzeno esorta a diventare «dio per lo sventurato, avendo imitato la misericordia (ἔλεον) di Dio. Infatti l’uomo non possiede nulla di così tipico di Dio come il fare il bene]» con la massima generosità, senza risparmiarsi. Sempre nell’Or 14, afferma «Non disprezzare il fratello (lebbroso), […] non fuggire da lui come da […] una contaminazione […], è una delle tue membra […] il povero è stato lasciato a te, come a Dio»; «da nessuna cosa infatti quanto dalla misericordia (ἐλέῳ) Dio riceve onore, poiché non c’è nessun’altra cosa più simile (οἰκειότερον) di questa a Dio», presentato dalla Sacra Scrittura come ricco in misericordia, in amore generoso e compassionevole. Operare la misericordia rende quindi massimamente familiari a Dio ed è purificazione dei peccati (cf. Or 14,36-37; Pr 15,27).