Sullo scaffale


Letture, appunti e commenti per la formazione

Cantagalli

Leggere don Bonifacio

di Andrea Dessardo

 

 

È commovente e ammirevole la passione con cui Mario Ravalico si è dedicato e continua a dedicarsi instancabilmente per far conoscere la figura del beato don Francesco Bonifacio e per diffonderne il culto. Un impegno che non ha i tratti solo dello slancio missionario e dell’azione pastorale, ma anche di quelli dello storico, del giornalista e, addirittura, del detective: il “caso Bonifacio”, a lungo congelato, se non archiviato, è stato riaperto dall’entusiasmo e dal fiuto di Mario, che ha raccolto negli ultimi anni nuove inedite testimonianze e prove documentali delle ultime ore del martire e dell’identità dei suoi carnefici andando a frugare le sagrestie e gli archivi dell’Istria, e soprattutto andando a incontrare le comunità che avevano avuto il privilegio di essere guidate da quel giovane santo sacerdote.

Come si ricorderà, i primi risultati delle indagini furono presentati da Mario in Verso Crassiza, uscito nel 2015 per l’editore Mosetti, grazie al sostegno dell’Irci, l’Istituto regionale per la cultura istriana, fiumana e dalmata: un piccolo volume, che Mario sottotitolava umilmente Note ed appunti sul martirio di don Francesco Bonifacio per un’eventuale nuova biografia del Beato, ma che rivedeva sensibilmente molte delle certezze e delle ipotesi comunemente accettate attorno alla morte di don Francesco. Nel 2016, grazie alla nostra Associazione diocesana, il martire otteneva visibilità nazionale con Don Francesco Bonifacio assistente dell’Azione cattolica fino al martirio (Ave, Roma 2016), legandone il ricordo per sempre all’amore e alla cura che egli ebbe per l’Ac attraverso i ricordi di alcuni dei ragazzi cresciuti nella piccola cappellania di Villa Gardossi, cui don Francesco aveva insegnato il catechismo e amministrato i sacramenti, protagonisti anche del documentario Sempre sia lodato! realizzato da Giovanni Panozzo.

Più di recente è uscito, sempre grazie all’infaticabile Mario Ravalico, Beato Francesco Bonifacio sacerdote e martire. Spiritualità omelie e catechesi (Cantagalli, Siena 2016), di cui il vescovo mons. Giampaolo Crepaldi ha curato la prefazione. La novità della pubblicazione non è tanto nella biografia, quanto nell’antologia, finora inedita, delle riflessioni e delle omelie trascritte dal martire: si tratta perciò di un prezioso sussidio alla preghiera e un’ultima toccante testimonianza della purezza della fede di questo giovane sacerdote, di cui gli eventi travolsero la vita, ma non corruppero l’anima.

Scrive mons. Crepaldi: «Spero vivamente che il volume venga letto con profitto spirituale, perché ci istruisce sulla vita di un cristiano esemplare che, innamorato di Cristo, Lo seguì fino al martirio. Dove trovò il Beato Bonifacio la sorgente a cui alimentare la sua fede, la sua speranza e la sua carità, che sostennero la sua anima nell’atto supremo del martirio? Il segreto della sua anima fu solo uno: Cristo amato e seguito fino alla croce».

Mario Ravalico – è questa la grande novità del volume – ha rintracciato alcune delle persone coinvolte nell’omicidio che – diversamente da quanto finora si riteneva – erano nel complesso ben sette. Uno di essi visse e morì a Cittanova, dove fu sepolto con funerale religioso: in via riservata aveva chiesto al suo parroco, don Božo Jelovac, di celebrare delle messe di suffragio per i suoi genitori, dopo aver incontrato il fratello minore di don Francesco, Nino, anch’egli morto di recente. Un segno inequivocabile, se non di piena conversione, di tormento interiore e pentimento. Un altro personaggio che Mario è riuscito a identificare è il comandante del commando che quell’11 settembre 1946 arrestò don Francesco sulla strada di casa, nei pressi dell’incrocio fra le strade di Danielisi e di Radanici: era tale Roberto S., allora ventiseienne, fino ad oggi rimasto non identificato, segretario per gli affari interni del distretto di Buie nella zona B amministrata dall’Esercito jugoslavo. Il nome è spuntato tra gli appunti di don Irenko Gallo, negli anni successivi parroco croato di Grisignana. Roberto S., soltanto tre mesi prima dell’assassinio, si era sposato con rito cattolico: un fatto anomalo per un ufficiale della Difesa popolare. Coinvolti, per quanto si sapeva fino ad ora, erano anche Giordano (Jordan) N., Anton R. (dalmata, l’unico “venuto da fuori”), Antonio G. e i fratelli Celestino e Giovanni V. Tutti questi nomi già più o meno noti: ma Mario Ravalico è riuscito a rintracciarne un altro in provincia di Pordenone. Non ha voluto parlare delle sue responsabilità, ma il suo atteggiamento – così afferma Mario – lascia trapelare che il rimorso non l’ha ancora abbandonato. Mario sottolinea – e la circostanza meriterebbe una profonda riflessione – come quasi tutte le persone coinvolte fossero gente del luogo, spesso di lingua e sentimenti italiani, che don Francesco conosceva, che aveva amato e che non smise di amare nemmeno negli ultimi dolorosi istanti.

Di seguito l’omelia scritta da don Francesco in occasione della seconda domenica di Quaresima del 1946, con l’augurio che possa venire di conforto ai lettori:

Gesù si arrampicava sulla cresta aspra di una montagna. Aveva con sé i suoi tre prediletti, quei tre medesimi che nella notte della sua agonia li condurrà nell’Orto degli Ulivi.

Pietro, il primo Papa; Giacomo, il primo martire degli Apostoli; Giovanni, il primo vergine dei suoi seguaci. Quando fu sulla cima avendo incominciato una preghiera, la divinità del Figliuolo dell’uomo si manifestò ai tre apostoli: a Pietro, che già l’aveva confessata quando Gesù domandò che cosa dicessero gli uomini di Lui; a Giovanni che meglio di ogni altro la rivelerà agli uomini mediante il suo Vangelo; a Giacomo che precederà ogni apostolo nel confermarla col proprio sangue. Essi videro la sua faccia risplendere come il sole, le sue vesti brillare come la neve in una giornata serena. Ai suoi fianchi si trovavano Mosè ed Elia.

Pietro per la dolcezza di quella visione come fuori di sé aveva dimenticato ogni cosa e soltanto era buono a dire: “Signore, restiamo qui per sempre”. Dopo che sentì la voce del Padre, tutto tornò come il solito. Gesù però per il momento proibì agli Apostoli di riferire la visione agli altri finché non sarebbe risorto gloriosamente. Il mistero della trasfigurazione è immagine della nostra trasfigurazione. Ogni creatura umana porta in sé l’immagine divina del suo Creatore come un blocco di marmo porta con sé la statua che ne risulterà dal lavoro dell’artista. Ora dice Gesù: Diventate perfetti come è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli.

San Paolo ci dice: Rivestitevi si Cristo. Come il volto di Cristo e le sue vesti erano luminose altrettanto devono diventare i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni in modo di splendere di buon esempio davanti agli uomini, e dar gloria a Dio. Chi non si decide a cominciare questa trasfigurazione qui in terra non potrà un giorno continuarla lassù in cielo.

E come si deve trasfigurarsi?

Trasfigurarsi vuol dire cambiarsi, nella vita spirituale significa convertirsi, abbandonare la vita di tiepidezze, di indifferenza e cominciare una vita di fervore, di fede. Come si trasfigurò Gesù? Mediante e durante la preghiera e più tardi mediante il dolore. Altrettanto anche per noi suoi indegni seguaci: la preghiera e la fatica. Mediante la preghiera. Esistono forse nella giornata momenti più belli di quelli della preghiera? In essa parliamo al Signore e trattiamo l’unico affare importante: la salvezza eterna dell’anima.

S. Filippo Neri quando pregava diveniva risplendente nel volto, altri santi insensibili a quello che accadeva attorno a loro. È tale anche la nostra preghiera? Se non lo è facciamola pregando con fede, con umiltà, con perseveranza.

È la preghiera quella che riempie di luce la nostra mente. San Tommaso quando nello studio aveva qualche difficoltà pregava ed otteneva luce alla sua mente. Così noi quando abbiamo dei fastidi per la testa: preghiamo; quando siamo tormentati dalle tentazioni preghiamo ed otterremo la vittoria; quando abbiamo dei dubbi sulla fede: preghiamo e scompariranno. Inoltre la preghiera riempie di luce le nostre azioni: tutto può venir santificato e valorizzato per il Paradiso dalla preghiera. Inoltre la nostra trasfigurazione o conversione deve compiersi con la fatica, con il dolore, con le croci.

Militia est vita hominis super terram. La vita dell’uomo sulla terra è una lotta continua. Ogni giorno viene con la sua croce, ogni anno con la sua grande tribolazione. C’è da combattere e da soffrire ogni giorno. Ma ricordatevi che senza lotta, senza il dolore non c’è trasfigurazione, non vi è salvezza.

Quando al termine della nostra vita brillerà l’aurora della vita eterna, se non avrete sofferto rimarrà la vostra faccia nell’oscurità e la vostra veste nelle tenebre infernali. Quindi bisogna soffrire per rendersi sempre migliori, più buoni, più cristiani, fare in modo che un giorno possiamo meritare di essere trasfigurati nella gloria eterna del Paradiso.