Tacchi a spillo


Uno sguardo pungente sulla Chiesa di oggi.

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Pontifex

di Michela Brundu

 

“Ma in fondo, quante divisioni ha il Papa?”, chiese Stalin piuttosto scettico. Oggi, dopo vari decenni, sembra si debba rispondere: “Più di quante pensi, bellezza!”.

Già. Francesco, manco a dirlo, ne ha combinata un’altra, di rilievo planetario. E non tanto perché a seguito di un battibecco col papa un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti ha visto i suoi sondaggi crollare e sta leccandosi le ferite. Questa è comunque una prova del seguito che ha l’attuale pontefice perfino nell’elettorato americano.

Ma no, qui si parla di una forza enorme, insospettata perfino tra molti credenti (che quindi non erano proprio tali…).

Se Giovanni Paolo II ha aperto una piccola fessura, poi diventata faglia e valanga, nel “muro” tra Est e Ovest dell’Europa, Francesco sta rivoluzionando il mappamondo.

Solo ad una analisi superficiale l’incontro a Cuba tra il papa cattolico e il patriarca ortodosso può essere rinchiuso nei recinti del religioso.

La location è centrale nella simbologia di Bergoglio. La sala d’attesa di un aeroporto, intanto. Scelta inaudita ed eccentrica. Un luogo di transito, dove si atterra e si decolla. Ci si ferma per ripartire. Un pit stop in cui la vita, quella vera, viene per un attimo sospesa. In un aeroporto c’è un prima, una storia, un passato di malintesi, di divergenze, di amarezze. Ma c’è anche un dopo, un futuro misterioso, pieno di attese e di sfide elettrizzanti.

E poi Cuba, accidenti. Un’isola “di unità”, dice Francesco. Rovesciando un passato vicino e, all’improvviso, così lontano. Baia dei Porci, installazione dei missili sovietici, l’accorato appello di un vecchio papa (e quante divisioni aveva lui?), il pericolo di una guerra nucleare sventato per un soffio. Immagini in bianco e nero.

Ma Francesco, con una temerarietà prorompente, ne fa una “cerniera” tra Nord e Sud del mondo. Lui è veramente un “giovane” che guarda al futuro. Ne loda l’ospitalità, si intrattiene a lungo con un presidente un tempo comunista. Che dire? Mentre Francesco e Kirill firmano la dichiarazione comune nella sobria stanzetta dell’aeroporto, Raul Castro sta lì, in piedi, zitto e mite come un chierichetto. E Cuba sembra lentamente trasformarsi in un cortiletto della Santa Sede. Qualche autorevole commentatore sussurra che oggi il castrismo è finito. E che la prossima visita di Obama è un altro frutto dell’instancabile tessitura di Francesco. Che, giorno dopo giorno, si rivela quello che è: pontifex, colui che costruisce ponti.

Ha un’idea chiara della famiglia umana, chiamata a camminare su questo vecchio pianeta in concordia e, addirittura, fratellanza. Non smette un attimo di lavorare per questo, sapendo di avere una forza imbattibile. Le sue divisioni sono quelle di un Altro.

Pare siano molte.

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