Tacchi a spillo


Uno sguardo pungente sulla Chiesa di oggi.

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Semper reformanda

di Michela Brundu

 

 

Ho sempre avuto un debole per Lutero.

Negli ultimi mesi, leggendo qua e là intorno al viaggio del papa in Svezia lo scorso ottobre per la celebrazione dei cinquecento anni della Riforma, ho capito perché. E mi sono convinta che il papa non è impazzito.

Nell’immaginario collettivo di certi cattolici, Lutero era un rissoso eretico antipapista. Incaponitosi nelle critiche alla Chiesa cattolica, ha architettato uno scisma e inferto una ferita profonda all’unità. Ora, dicono alcuni, che cosa mai ci sarà da festeggiare dopo cinquecento anni? Questa domanda, in tono ancora meno amichevole, riecheggia su molti siti, periodici, libri e pamphlet dei tradizionalisti più o meno nascostamente sedevacantisti. Che, presi da entusiasmo, si lasciano andare a dichiarazioni, risibili e rivelatrici di ben altro, sulla Chiesa cattolica che stava andando benissimo nel Cinquecento e che si stava già riformando per conto suo. Che il Concilio di Trento non ha avuto niente a che vedere con quell’avanzo di galera di Lutero, e altre amenità.

Ma le cose andarono proprio così? Non esattamente.

«Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo».

Chi fosse animato da sincera ansia di sapere, può andarsi a vedere una serena ricostruzione bipartisan sul documento Dal conflitto alla comunione del 2014 (da cui è tratta anche la citazione precedente). Redatto dalla Commissione luterana-cattolica sull’unità e la commemorazione comune della Riforma nel 2017, il testo vede tra i firmatari cattolici il vescovo Gerhard Müller, non esattamente una testa calda modernista, e il cardinale Kurt Koch, fedele interprete della linea teologica di Joseph Ratzinger.

Lì si legge che «oggi tra luterani e cattolici stanno crescendo la comprensione, la collaborazione e il rispetto reciproci. Gli uni e gli altri sono giunti a riconoscere che ciò che li unisce è più di ciò che li divide: innanzitutto la fede comune nel Dio uno e trino e la rivelazione in Gesù Cristo, come pure il riconoscimento delle verità fondamentali della dottrina della giustificazione». Ohibò! Ma allora le accuse di arrendersi ai protestanti che qualcuno rivolge a Bergoglio andrebbero girate a Müller e a Koch? Mah.

Al n. 22 si legge ancora che nei primi quattro secoli dopo la Riforma, la lettura della figura di Lutero da parte della Chiesa cattolica era stata influenzata da alcuni autori che lo dipingevano come un distruttore della cristianità, un corruttore della morale e un eretico. E che, in fondo, grazie agli studi più recenti, la divisione della Chiesa non fu originata da questioni teologiche ma dalle critiche che Lutero muoveva alla situazione della Chiesa del suo tempo proprio intorno a tali temi, primo fra tutte la dottrina della giustificazione. Segue una lunga e chiara ricostruzione della vicenda, dalla quale emergono una serie di reciproche durezze, sordità, malintesi, ostinazioni. Sì, reciproche. Con buona pace di coloro che vorrebbero la ragione da una parte sola.

E se qualcuno, prima di aprire bocca, volesse documentarsi sul nodo originario della questione, cioè la giustificazione, potrebbe con gran profitto leggere la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione fra Chiesa cattolica e Chiese luterane del 1999. Il papa dell’epoca era sicuramente cattolico, ma non ha sobbalzato leggendo che «le Chiese luterane e la Chiesa cattolica romana hanno ascoltato insieme la buona novella proclamata dalla Sacra Scrittura» per «pervenire ad una comprensione condivisa della giustificazione». E uno dei passaggi chiave, al n.19, recita: «Insieme confessiamo che l’uomo dipende interamente per la sua salvezza dalla grazia salvifica di Dio. La libertà che egli possiede […] non è una libertà dalla quale possa derivare la sua salvezza. Ciò significa che, in quanto peccatore, egli è soggetto al giudizio di Dio, e dunque incapace da solo di rivolgersi a Dio per la sua salvezza, o di meritarsi davanti a Dio la sua giustificazione, o di raggiungere la salvezza con le sue proprie forze. La giustificazione avviene soltanto per opera della grazia». Sì, non è un errore di stampa: cattolici e luterani confessano insieme tutto questo. Pure Benedetto XVI. E, mi permetto di ipotizzare, avrebbe firmato anche la buon’anima di Lutero.

Se ora qualcuno si è incuriosito e vuole dare un’occhiata pure alle novantacinque tesi, vedrà con una certa sorpresa che la maggior parte verte sullo scandalo delle indulgenze. E vorrei proprio vedere chi, oggi, nella Chiesa cattolica apostolica romana pensa che la salvezza di un’anima si possa comprare col denaro…

Anni fa, il patriarca ortodosso Atenagora scherzava, ma non troppo, con Paolo VI: «Noi andiamo avanti da soli e mettiamo tutti i teologi in un’isola, che pensino».

Oggi, per molti versi, sembra si attraversi un processo contrario: cattolici e luterani stanno sciogliendo la maggior parte dei nodi teologici (la dottrina della giustificazione) – anche se resta la questione dell’Eucaristia – e si trovano fratelli nell’ecumenismo “del sangue”: martiri della fede nelle zone di guerra e di conflitto religioso che sono sparse come macchie rosse sul globo terrestre. E fratelli, senza frontiere e senza distinguo, nell’accorrere verso i poveri, i profughi, i malati nella “sorellanza” tra le istituzioni di Caritas internationalis e World Service (l’analogo per la Federazione luterana).

E invece restano zone d’ombra, oggi, su temi di morale e sulla questione – non risolta – del ministero ordinato e della successione apostolica.

Che fare allora?

Un passo, forse. Un piccolo passo. Magari un volo aereo Roma-Lund. Così, tanto per far vedere un gesto, un abbraccio. Dopo tanti documenti ufficiali, noi umani abbiamo bisogno di gesti da vedere e di mani da stringere. Francesco non ha compiuto nulla di eretico né fuori contesto: si è mosso nel solco di un cammino tracciato nei cinquant’anni precedenti, a partire da Unitatis redintegratio. Ha solo dato “corpo” alle dichiarazioni, “sorriso” agli auspici, “voce” alle conclusioni teologiche.

Vabbe’, forse un tantino del suo ce l’ha messo: diciamo che ha avvicinato ancora di qualche metro l’orizzonte ecumenico. Ma che vogliamo farci? Il papa è fatto così. Lo Spirito Santo ce lo ha dato, e ora ce lo teniamo.