Ritaglio&Cucito


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Settore adultescenti

di Arturo Pucillo

 

E’ sempre interessante leggere l’interpretazione della propria storia, o supposta tale, tra le righe delle analisi altrui. E allora ripropongo qui un testo-intervista a Paolo Crepet, noto ai più in qualità di sociologo-psichiatra-scrittore, apparso su D.it (declinazione periodica al femminile del noto quotidiano la Repubblica) ad ottobre 2018 (https://d.repubblica.it/life/2018/10/04/news/40_anni_donne_difficolta_essere_adulti_intervista_paolo_crepet_psichiatra_sociologo_libro_passione-4137629/).

Si parla dei quarantenni italiani come i “più apatici, meno dinamici” e con “maggiore difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro”. Più addentro all’intervista, si distillano le ragioni di tale débâcle generazionale: “C’è stata una perdita della visione delle cose, della fiducia in se stessi, della passione, degli interessi”. I colpevoli naturalmente hanno nomi e cognomi: i genitori, che li hanno troppo tutelati fino a far perdere loro il senso del rifarsi il letto da soli, hanno detto loro che “le responsabilità sono un problema”, ove invece esse, assieme alla capacità di prendere in mano la propria vita, sono connotati dell’adultità. Tralasciando l’intemerata sull’approccio al lavoro, con l’idea vintage del posto fisso a farla da padrone, vediamo Crepet dedicarsi alla sfera affettiva: i quarantenni sono stati convinti dalla precarietà digitale imperante che i legami affettivi debbano essere come le quotidiane ricerche sul web: comodi ed istantanei; e “questo ha portato a perdere la dedizione, la pazienza e la riflessione dedicata a quello che si fa”. La conclusione è però aperta alla speranza: “non è il momento per tirare le fila e fare i conti, lamentandosi, ma per rilanciare i dadi e ritrovare la passione, la grinta e il coraggio per continuare a costruire la vita che si desidera”.

Non entro nel merito confutando o confermando i paradigmi di Paolo Crepet, ma mi domando quale ne sia la lettura in ottica associativa e, quindi, ecclesiale: qual è il modello cui l’Azione Cattolica tende quando cerca di offrire una sponda formativa ai quarantenni e, di conseguenza, alle generazioni sottostanti per età, future quarantenni? O, per essere più autocritici, quali sono le corresponsabilità dell’Azione Cattolica in questo fallimento generazionale? Fatti salvi, come espresso fin da subito da Crepet, i quarantenni di tutt’altra pasta che invece aggrediscono con altro piglio le vicende della vita.

Difficile rispondere; il dibattito associativo si divincola da anni sui perché della formazione degli adulti e dagli adulti (verso le altre generazioni). Tendenzialmente l’associazione in diverse sue esperienze diocesane e parrocchiali tende a sbilanciare lo sforzo formativo verso ragazzi e adolescenti (ACR e ACG); il che naturalmente lascia gli individui in balia delle risacche della storia, che dapprima sospingono il giovane verso un sicuro e ideale approdo e poi lo richiamano, adulto, al largo, dove non ha più riferimenti.

A ben guardare, al largo l’aderente di AC dovrebbe sentirsi a proprio ago: non siamo stati noi quarantenni a sentirci spronare, giovani, dal “duc in altum, Azione Cattolica!” di San Giovanni Paolo II (ero personalmente presente in udienza dal Santo Padre in occasione dell’assemblea nazionale di aprile 2002 quando egli pronunciò queste parole) vivendo questo motto come l’invito pressante a prendere il largo ma anche a condurre al largo, lasciandoci guidare dal Maestro che doma le onde e acquieta il mare? Non ci è richiesto di non avere paura, ma di lasciare che la fiducia sia più della paura. Se avremo fatto esperienza di questo, la generazione dei prossimi quarantenni, e quella dopo, e quella dopo ancora avranno fissa nel cuore la chiave per interpretare lavoro, famiglia, responsabilità, difficoltà col senso che Dio ha dato alle cose umane: bisaccia e sandali per affrontare con coraggio il pellegrinaggio della vita.

E noi odierni quarantenni “a la Crepet”? Non ci resta che distogliere lo sguardo dall’approdo a riva, che tanto ci sembrava sicuro ma che, a ben guardare, è di sabbia, e sulla sabbia non si costruisce, e rivolgerlo al largo, laddove la responsabilità che ci sembrava un problema è una scelta di vita attiva, il lavoro che non era mai fisso al punto giusto è un’occasione per mettersi in gioco senza paura di ricominciare, gli affetti e la famiglia che sembravano una casualità capitata alla nostra vita sono in realtà la casa sulla roccia. E non diamo la colpa a mamma, papà e AC per le nostre paure, perché comunque stiano le cose adesso mamma, papà e AC siamo noi.

E raccontiamolo a Crepet!

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