| Introduzione
Nel cercare del senso dell’esistenza umana il sapiente Qoèlet
constata che la storia umana attesta un stravolgente atteggiamento dell’uomo
verso le realtà che fanno parte della sua vita. Si fa fatica a capire
ed accettare la sua constatazione: C’è … un tempo per uccidere e
un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire …
Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo
per la pace” (3,2s.). Ci viene spontanea la domanda, perché facciamo
delle cose per cui non bisogna fare alcuna fatica a capire che sono dannose?
Perché uccidere, demolire, odiare, fare la guerra? Tutto sommato,
perché il male? Ci troviamo davanti alla domanda, di cui eco accompagna
tutta la storia umana. Ci sono state tentate tante risposte. Ma nessuna
così convincente da convincerci di non uccidere, non demolire e
non odiare più. Alla fine dei conti ci si pone la domanda di fondo,
è cioè sulla malvagità dell’uomo in se stesso. Siamo
davvero, condizionati, costretti a far del male? Come è possibile
odiare fino a uccidere gli altri e nello stesso tempo desiderare di essere
amati e vivere felici? Non è possibile che non ci rendiamo conto
che la nostra vita è possibile solo, se e in quanto lasciamo vivere
gli altri. Il culmine di questa “logica” illogica consiste nel sostenere
che il proprio bene si può difendere facendo del male agli altri
e che, addirittura, togliendo la vita agli altri proteggiamo la propria!
Nel mio paese Bosnia ed Erzegovina (BeE) per quattro anni si è
fatta la guerra che ha costato più di trecento mila vite umane,
due milioni e seicento ottanta mila cacciati dalle loro case e patria.
Il Paese distrutto! E tutti gli ideologi e protagonisti della guerra ancora
oggi sostengono di averlo fatto per la legittima difesa del proprio territorio,
della propria vita e quella del proprio popolo. E addirittura della propria
fede e religione! E così non solo per quattro anni ma, in diverse
maniere, per sei secoli e durante tutta la storia. Viste dalla distanza,
tutte queste guerre si presentano come una vero assurdo perché le
sue conseguenze si sono trasformate in somma negazione della vita e della
dignità umana! Un giovane professore, prima di emigrare con la sua
famiglia in Canada mi disse di non vedere senso e di non avere più
coraggio a vivere in BeE. La sua spiegazione era del tutto pragmatica.
Il mio nonno ha costruito. E’ venuta la guerra ed abbiamo perso tutto.
Lui, dopo aver sopravvissuto l’inferno siberiano, ebbe il coraggio
di ricominciare e ha ricostruito. Il mio padre ha fatto lo stesso.
Io per quattro anni dovevo difendere la mia casa e la mia famiglia dai
miei vicini. Adesso devo lasciar tutto perché non posso e non voglio
far correre il rischio e percorrere la stessa via crucis ai miei figli!
Per evitare questo devo portarli per quanto più lontano da tutto
che mi è caro e sacro! E noi avevamo tanto bisogno di lui, perché
in BeE non ci sono più i professori del latino e greco. Invece di
insegnare le giovani generazioni nel nostro ginnasio, lui in Canada lavora
in una fabbrica delle scarpe. Perché? Perché teme il futuro
nel paese dei suoi antenati a causa delle sue diversità. Quanti
sono così? Le statistiche dell’OSCE dicono che in otto anni dell’assenza
della guerra sono esiliati per sempre dalla Bosnia ed Erzegovina più
di cento mila giovani. Temo che questa cifra sia molto più alta.
Il nostro dopoguerra si è trasformato in un incubo che continua
a divampare ed annientare la speranza della nostra gente. Con il sangue
versato e il male fatto o patito è andato perso il perché
della costruzione esenziale. Sì, le case vengono ricostruite. Sopratutto
le moschee, però anche le chiese. Ma la ricostruzione del coraggio
e della fiducia fa grande fatica. Otto anni dopo gli accordi di Dayton
93% della popolazione non crede nella possibilità del proprio futuro
in BeE! Non hanno il coraggio a credere che ci sia il senso di far guarire,
amare e far nascere, di costruire e fare la vera pace. La guerra ci ha
portato via tutto eccetto la domanda di fondo: dove e come trovare la via
d’uscita da questo cerchio della morte perpetua e del nonsenso micidiale?
1. “Scuole per Europa”
Le “Scuole per Europa”, in se stesse, non sono niente di particolare.
Se c’è qualcosa che le distingue dalle altre, è il motivo
per cui sono state aperte durante la guerra. Come tanti altri, io non sapevo
affatto cosa significa una guerra anche perché la vita non mi ha
costretto di pormi questa domanda in maniera esistenziale. Però,
dai primi giorni dell’assedio della città di Sarajevo, da quella
domenica del 28. marzo 1992, quando dagli uomini mascherati fui impedito
ad andare alla chiesa delle suore per celebrare la messa, si è insediata
nei miei pensieri la domanda sul perché della guerra. Poi,
durante e anche dopo la guerra tante persone mi hanno chiesto perché
e come succede una guerra. Ma è, davvero, difficile trovare una
risposta ragionevole ed accettabile. Che gli animali fanno le lotte tra
di loro, uno può capire. Anche perché non sono in grado di
misurare tutto il peso e di vedere tutte le conseguenze del tutto negative
e, forse, non hanno la capacità di trovare altri modi per risolvere
le situazioni delicate del controllo del territorio e delle risorse vitali.
Ma che gli uomini, dotati dell’intelletto che capisce e del cuore che compatisce,
fanno le lotte peggiori degli animali, questo non è possibile a
capire. Dopo aver vissuto quattro anni in mezzo alla nuda brutalità
della “nostra” guerra e dopo aver toccato con la mano le sue conseguenze
disumanatici, io non sono sicuro, se saprei rispondere alla domanda perché
è scoppiata e a che cosa doveva servire. Certamente, io potrei menzionare
mille possibili ipotesi. Ma, una risposta ragionevole, vale a dire, che
potrebbe reggere dieci anni dopo, non c’è, perché la guerra
non è un atteggiamento ragionevole. Lo dimostra in modo tragico
il nostro dopoguerra. L’esempio di quel professore lo dimostra in modo
paradossale. Dopo trecento cinquanta mila morti “per il futuro migliore”
di questo Paese i sopravissuti cercano in tutti i modi di andarsene via.
La bellissima frasi di Erasmo da Rotterdam: Chi ama la guerra non l’ha
mai vista in faccia, si potrebbe cambiare un po’ e dire: Chi capisce la
guerra, non ragiona più in modo umano. Le “Scuole per Europa” sono
un piccolo tentativo di indicare una via d’uscita, di educare a una mentalità
pacifica, che dalla interna convinzione detesta la violenza.
2. Le “Scuole per Europa” ? Segno di opposizione
Le troppe guerre che BeE ha conosciuto durante la sua storia erano
motivate da diverse idee. Ma, sembra, che la peggiore era questa ultima.
Il suo fondamentale scopo era di dimostrare che gli uomini delle diverse
nazioni non possono vivere da uomini insieme. A causa di questo, la guerra
era il mezzo di costringerli di lasciare il territorio in cui loro e i
loro antenati vivevano da secoli. L’ideologia, servendosi dei sentimenti
nazionali della gente, ha reso possibile la brutalità che ha varcato
i limiti dell’umano. Al posto della ideologia comunista, dove l’individuo
e ogni tipo della “particolarità” come tessuto dell’identità
fu sacrificato al supremo valore del “comune”, è subentrata quella
del nazionalismo che esclude ed annienta l’atro perché tale. Tutte
due sono empie e disumane perché negano gli elementi costitutivi
dell’essere umano. Per BeE, dove da secoli inseparabilmente convivono le
diverse nazioni, culture e religioni, questa ideologia si è verificata
come tramonto della civiltà. Con la morte della BeE multietnica
venivano messi in discussione i valori e le realtà che la oltrepassano.
Occorre ricordare che la realtà dell’altro è il punto di
partenza ma anche di arrivo del pensiero filosofico della tolleranza e
nello stesso tempo il criterio fondamentale di ogni società democratica.
Nel contesto teologico di tutte le “religioni del libro” l’altro è
la misura della coerenza della fede e il riflesso del rapporto con Dio.
Tutti coloro che, spinti da sentimento umano, avevano il coraggio a guardare
oltre le propagande demagogiche si sentivano grandi perditori. I credenti
in un Dio ancora di più perché era altrettanto chiaro che,
in maniera brutale, nei cuori umani veniva meno anche la causa di Dio.
Alla sera del 6. febbraio 1994, il giorno in cui sul mercato di Sarajevo
furono uccise 78 persone e centinai ferite, mi disse un giornalista: Se
fossi un prete non avrei coraggio di predicare domani! Se in quei giorni
a Sarajevo, che si vantava e si vanta ancora di aver resistito al barbarismo,
succedeva che la maestra agli alluni della prima classe dicesse: Se vuoi
frequentare questa scuola, devi cambiare il nome, possiamo immaginare cosa
succedeva nei villaggi di periferia.
A causa di questa ostilità, diffusa per fino ai banchi delle
scuole, le famiglie abbandonavano anche quelle zone del Paese dove, da
altri punti di vista, si poteva ancora resistere. Per incoraggiarli a restare,
la Chiesa cattolica di Sarajevo ha deciso di aprire una piccola scuola
cattolica. Devo sottolineare che questa scuola era pensata, prima di tutto,
come un rifugio per i pochi bambini cattolici rimasti a Sarajevo assediata.
E’ molto arduo accettare l’estinzione del proprio popolo da una terra che
abitava da tredici secoli e la Chiesa che era riuscita a sopravivere per
sedici secoli le condizioni estremamente difficili. Contrastare a questo
pericolo era possibile solo ponendo i veri segni di speranza. Anche la
nostra guerra e il dopoguerra hanno dimostrato che la gente può
vivere con poco pane ma non con poca speranza. Gli anni dell’estrema e
disumana brutalità hanno convinto quasi tutti che il futuro multietnico
della BeE non si può salvare. Questa idea era già data per
persa anche dai mediatori internazionali. La pace di Dayton e il modo della
sua implementazione lo dimostrato senza riserve. Nonostante tutte le difficoltà
in cui correva il pericolo di morta la Chiesa cercava di sostenere con
le parole e difendeva con le opere la dignità umana. Questo equivale
alla difesa della visione del futuro in cui, nonostante tutto, le diverse
nazioni possono e devono vivere insieme. Non soltanto da in BeE, la convivenza
è divenuta la condizione della vita! Ciononostante, la proposta
del genere, in quelle condizioni, postulava enorme coraggio. Però,
il coraggio rimane una parole morta, se non propone una visione convincente.
Una visione convincente non è per niente facile in un contesto della
delusione che ha generato la paura e la diffidenza della gente. Anche a
causa di questo fatto le “Scuole per Europa” non potevano essere aperte
solo per i cattolici. Per questo fatto, le abbiamo aperte agli alunni di
tutte le nazioni, culture e religioni per trasformali in un luogo di una
verifica “sui generis”.
3. Perché "Scuole per l’Europa"
Sin dall'inizio abbiamo chiamato queste scuole "Scuole per l’Europa"
per due motivi fondamentali. Il primo motivo era di ricordare soprattutto
ai nostri alunni, ma anche agli altri nostri concittadini, a quale contesto
appartiene e in quale senso deve tendere il nostro Paese. La gente in BeE
ha bisogno di tutto: sicurezza, casa, lavoro... Però, prima e più
di tutto, ha bisogno della speranza come fondamento del coraggio per ricostruire
ancora una volta. Quel giovane professore avrebbe avuto il coraggio di
rifare la casa distrutta in quest'ultima guerra, se qualcuno gli poteva
dare la garanzia che i loro figli non saranno costretti a subire un’altra
guerra. Chi e in che modo può dare loro la garanzia che li incoraggi
a rincominciare ancora una volta? L'unico linguaggio a cui questa gente
crede ancora è l'esempio della Comunità europea. La gente
è convinta che quella piccola parte del nostro continente abbia
trovato il modo per vivere bene, in cinquant'anni, senza guerre. Nutrire
la speranza che il nostro Paese nel futuro farà parte di quella
Unione, significa aiutare a capire che sarebbe uno sbaglio arrendersi proprio
adesso andando via.
D'altra parte è chiaro che la mentalità pacifica
non viene data dal di fuori, o dall’associazione a cui si appartiene. Il
vero desiderio della pace nasce e viene coltivato nel cuore umano. Per
far parte di un'Europa senza conflitti e guerre ci vuole una educazione
ai valori della pace. Per dare il proprio contributo, la Chiesa a Sarajevo
ha preferito la “ricostruzione” dei cuori umani a quella dei muri. La nuova
mentalità in BeE potrà nascere, se riusciamo a togliere dai
cuori umani la diffidenza e la paura gli uni dagli altri. La via più
efficace ci è sembrata di mettere insieme i più giovani proponendo
loro un modello della scuola attraente.
Il programma scolastico delle nostre scuole, oltre alle materie prescritte
dal ministero per la educazione, offre alcune particolarità in cui
si rispecchia la tendenza di queste scuole. La lingua inglese viene insegnata
dalla prima classe. Dalla quinta gli alunni possono scegliere tra il tedesco
e il francese come seconda lingua straniera. Già nella scuola elementare
vengono insegnate materie quali la storia delle grandi religioni, l’educazione
per la democrazia, l'ecologia, l'informatica. Nel liceo si insegnano le
lingue del latino e del greco con l'intenzione di far conoscere ai nostri
alunni il patrimonio da cui è sorta l’Europa. L'insegnamento
della religione viene offerto a tutti. Gli alunni, con i loro genitori,
sono liberi di decidere se vogliono frequentare questa materia o no. Se
la scelgono all'inizio dell'anno scolastico, sono obbligati a frequentarla
per tutto l'anno. La stragrande maggioranza degli alunni decide di frequentare
le lezioni di religione, che è equiparata a tutte le altre materie.
Per molti appare come una curiosità il fatto che nelle nostre scuole
non sia permesso che un bambino ortodosso o musulmano scelga di frequentare
le lezioni di religione cattolica o viceversa. Per questo abbiamo i nostri
motivi ben fondati. Tali materie, aggiunte al programma ufficiale, mirano
a far nascere il desiderio nei cuori dei nostri alunni di essere i cittadini
dell'Europa, dopo aver "assaggiato" le proprie radici e conosciuto
il proprio patrimonio. Il cittadino europeo, oggi e in futuro, dovrà
possedere innanzitutto la capacità di dialogare.
La conoscenza delle lingue moderne e la capacità di servirsi
dei moderni mezzi di comunicazione lo rendono capace di comunicare.
Però queste capacità non lo rendono ancora disponibile a
dialogare e ad impegnarsi per la pace. Solo l'educazione del cuore umano
e una personalità integrale, attraverso la coraggiosa proposta dei
veri valori, prepara e rende disponibili al dialogo. Il programma di queste
scuole non consiste solo nella conoscenza dei principi democratici, dei
diritti umani e del patrimonio religioso, ma anche nel tentativo di proporli
come stile di vita. L'impegno appassionato e l'esempio della bontà
degli insegnanti costituiscono la condizione necessaria iniziale per la
creazione di una atmosfera in cui la crescita umana possa essere accolta
e vissuta come qualcosa di positivo. E’ necessario correggere la imposta
e pericolosa mentalità secondo cui bontà significa debolezza
e incapacità. L'audace proposta del valore dell'uomo, tratto dal
suo senso innato e dalle profonde aspirazioni spirituali dell'uomo stesso,
vuol cercare di riempire la nociva lacuna esistente in un sistema educativo
che risulta evidente non soltanto nel mondo ex-comunista. Il nostro tentativo
vuole essere solo un segno di opposizione ad una prassi, sempre più
diffusa, che le scuole devono essere esclusivamente i luoghi del divertimento
e magari dell'apprendimento del sapere, ma in nessun caso il luogo dell’educazione
ai valori.
Il secondo motivo per cui abbiamo chiamato queste scuole "Scuole
per l’Europa" è nella nostra profonda convinzione che le autorità
politiche europee non hanno riconosciuto e adeguatamente reagito al male
da cui è stata colta la BeE durante l'ultima aggressione e guerra.
La Chiesa non può e non deve fare politica, intesa come lotta per
il potere. Però essa può e deve servire al bene degli uomini
promovendo, tra gli altri valori, soprattutto quello della pace. E questo
presuppone la capacità di leggere e di spiegare i segni dei tempi.
La orribile guerra in BeE, a mio avviso, mirava ad inviare un preciso messaggio
all'Europa che tende ad integrare tutte le sue parti. Il tentativo di dimostrare
che la convivenza tra i diversi, specialmente tra il mondo islamico e quello
occidentale, che in BeE da secoli in un certo modo funzionava, contiene
un forte e scoraggiante dubbio sul possibile futuro della pace nel nostro
continente, che diviene interetnico ed interreligioso ogni giorno di più.
Personalmente sostenevo anche prima dell'11 settembre che il futuro della
pace nel mondo dipenderà, prima di tutto, dalla capacità
e dalla disponibilità di trovare una modalità di convivenza
pacifica tra il mondo islamico e quello occidentale.
L'esempio del nostro Paese, in cui da secoli convivono le fondamentali
componenti del continente europeo - vale a dire i rappresentanti dei suoi
due polmoni (occidentale e orientale) - e in più quello del mondo
islamico, era e deve essere anche in futuro un esempio della capacità
degli uomini di favorire il più grande bene comune, che è
quello della pace. Purtroppo, gli avvenimenti del passato danno ragione
a chi sostiene che il nostro Paese è un esempio di convivenza, ma
non di una convivenza pacifica. A mio avviso, per questo ci sono almeno
due ragioni fondamentali. Il nostro vivere insieme è carico delle
troppe e troppo gravi ingiustizie istituzionalizzate. Si dimentica sempre
che la giustizia, come ideale a cui tendere in tutte le circostanze, era
e rimane la condizione indispensabile per ogni forma di vita degli uomini.
E' un vero peccato che anche in questi giorni nel nostro Paese vengano
imposte soluzioni politiche profondamente ingiuste, che rendono la convivenza
ancora più dura. A causa di questo era e continua ad essere difficile
per la gente credere in una convivenza accettata e vissuta come valore.
Nel contesto di un’ingiustizia fatta in nome della democrazia, ogni valore
diventa una illusione. Rimane un vero mistero con quale irresponsabilità
stiano strappando il tessuto multietnico che la vita della gente ha tessuto
lungo i secoli. E lo fanno coloro che sono stati inviati da noi per
soccorrerci sulla strada della democrazia. Costruire magari un piccolo
mosaico che dimostri che la convivenza tra i diversi, anche in presenza
di ferite profonde, sia possibile, mira ad opporsi alla mentalità
che, in nome sia dei nazionalismi esagerati sia del grande ordine mondiale,
non tiene conto del piccolo uomo, vale a dire delle componenti dell’identità
della gente. Promuovere la convivenza pacifica tra diversi popoli, culture
e religioni in BeE significa anche dare il nostro contributo affinché
la fiamma della guerra in Europa non parta più da Sarajevo. Come
da per tutto anche a Sarajevo ci sono l’iniziative al favore della pace.
Però, la gran parte di esse consiste nelle conferenze, tavole rotonde,
dichiarazioni … Ma la gente ha bisogno di vedere i segni concreti che la
convivenza è davvero possibile. E queste scuole lo provano. In dieci
anni non si sono verificate le tensioni tra gli alunni delle nostre scuole
che fossero motivati dalle diversità tra di loro. Anzi, loro non
nascondono che proprio questo sia una tra i motivi perché scelgono
proprio queste scuole, che da anno in anno continuamente crescono
di numero degli alunni. Certamente questo non sarebbe possibile senza la
grande solidarietà di tanti i nostri grandi e piccoli benefattori.
Anche in questa sede io esprimo la nostra profonda gratitudine e sottolineo
che si tratta di un progetto di molti!
Conclusione
Aperte, come si è visto, per pura necessità del
sopravvivere del “piccolo gregge” della Chiesa di Sarajevo, le “Scuole
per Europea” sono divenute un segno dell’incoraggiamento e della speranza
per molti in BeE. Con esse la Chiesa vuole professare e mettere in pratica
la fede che la sua missione in questo Paese bello ma delicato non si esaurisce
nell’annuncio del Vangelo con le sole parole. Essa si sente chiamata a
porre e proporre a tutti i segni concreti dell’amore redentrice e riconciliatrice
di Cristo. La sua Parola e la sua Opera fanno le fondamenta della tolleranza
dell’altro su cui è stata costruita la democrazia europea. L’educazione
per questi valori, di cui tragicamente i politici odierni europei hanno
paura, è il sommo grado dell’impegno per il futuro della pace e
della convivenza tra diversi popoli e culture. Le nostre scuole di anno
in anno si trasformano in una prova vissuta che neppure la spaventosa eruzione
dell’odio riesce ad inquinare del tutto tutte le sorgenti dell’umano. La
ricostruzione è possibile sempre e dopo tutto, se l’umano non viene
rinnegato. La convivenza pacifica ed arricchente è possibile, quando
e in quanto tutti hanno la possibilità e disponibilità di
rimanere ciò che sono accettando e rispettando gli per quello che
sono. Solo così il luogo della convivenza, in questo caso BeE, viene
trasformato dal teatro dello scontro a quelle dell’incontro. Lo scopo ultimo
delle “Scuole per Europa” è proprio questo. Confidiamo nell’aiuto
divino e contiamo con la simpatia umana! |