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del Settore Adulti
 LA RICOSTRUZIONE POSSIBILE:
“LE SCUOLE PER EUROPA”

mons. Pero Sudar
Vescovo ausiliare di Sarajevo

 

 
 
Introduzione

 Nel cercare del senso dell’esistenza umana il sapiente Qoèlet constata che la storia umana attesta un stravolgente atteggiamento dell’uomo verso le realtà che fanno parte della sua vita. Si fa fatica a capire ed accettare la sua constatazione: C’è … un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire … Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace” (3,2s.). Ci viene spontanea la domanda, perché facciamo delle cose per cui non bisogna fare alcuna fatica a capire che sono dannose? Perché uccidere, demolire, odiare, fare la guerra? Tutto sommato, perché il male? Ci troviamo davanti alla domanda, di cui eco accompagna tutta la storia umana. Ci sono state tentate tante risposte. Ma nessuna così convincente da convincerci di non uccidere, non demolire e non odiare più. Alla fine dei conti ci si pone la domanda di fondo, è cioè sulla malvagità dell’uomo in se stesso. Siamo davvero, condizionati, costretti a far del male? Come è possibile odiare fino a uccidere gli altri e nello stesso tempo desiderare di essere amati e vivere felici? Non è possibile che non ci rendiamo conto che la nostra vita è possibile solo, se e in quanto lasciamo vivere gli altri.  Il culmine di questa “logica” illogica consiste nel sostenere che il proprio bene si può difendere facendo del male agli altri e che, addirittura, togliendo la vita agli altri proteggiamo la propria! 
Nel mio paese Bosnia ed Erzegovina (BeE) per quattro anni si è fatta la guerra che ha costato più di trecento mila vite umane, due milioni e seicento ottanta mila cacciati dalle loro case e patria. Il Paese distrutto! E tutti gli ideologi e protagonisti della guerra ancora oggi sostengono di averlo fatto per la legittima difesa del proprio territorio, della propria vita e quella del proprio popolo. E addirittura della propria fede e religione! E così non solo per quattro anni ma, in diverse maniere, per sei secoli e durante tutta la storia. Viste dalla distanza, tutte queste guerre si presentano come una vero assurdo perché le sue conseguenze si sono trasformate in somma negazione della vita e della dignità umana! Un giovane professore, prima di emigrare con la sua famiglia in Canada mi disse di non vedere senso e di non avere più coraggio a vivere in BeE. La sua spiegazione era del tutto pragmatica. Il mio nonno ha costruito. E’ venuta la guerra ed abbiamo perso tutto. Lui, dopo aver sopravvissuto l’inferno siberiano,  ebbe il coraggio di ricominciare e ha ricostruito. Il mio padre ha fatto lo stesso.  Io per quattro anni dovevo difendere la mia casa e la mia famiglia dai miei vicini. Adesso devo lasciar tutto perché non posso e non voglio far correre il rischio e percorrere la stessa via crucis ai miei figli! Per evitare questo devo portarli per quanto più lontano da tutto che mi è caro e sacro! E noi avevamo tanto bisogno di lui, perché in BeE non ci sono più i professori del latino e greco. Invece di insegnare le giovani generazioni nel nostro ginnasio, lui in Canada lavora in una fabbrica delle scarpe. Perché? Perché teme il futuro nel paese dei suoi antenati a causa delle sue diversità. Quanti sono così? Le statistiche dell’OSCE dicono che in otto anni dell’assenza della guerra sono esiliati per sempre dalla Bosnia ed Erzegovina più di cento mila giovani. Temo che questa cifra sia molto più alta. Il nostro dopoguerra si è trasformato in un incubo che continua a divampare ed annientare la speranza della nostra gente. Con il sangue versato e il male fatto o patito è andato perso il perché della costruzione esenziale. Sì, le case vengono ricostruite. Sopratutto le moschee, però anche le chiese. Ma la ricostruzione del coraggio e della fiducia fa grande fatica. Otto anni dopo gli accordi di Dayton 93% della popolazione non crede nella possibilità del proprio futuro in BeE! Non hanno il coraggio a credere che ci sia il senso di far guarire, amare e far nascere, di costruire e fare la vera pace. La guerra ci ha portato via tutto eccetto la domanda di fondo: dove e come trovare la via d’uscita da questo cerchio della morte perpetua e del nonsenso micidiale? 

1. “Scuole per Europa”
Le “Scuole per Europa”, in se stesse, non sono niente di particolare. Se c’è qualcosa che le distingue dalle altre, è il motivo per cui sono state aperte durante la guerra. Come tanti altri, io non sapevo affatto cosa significa una guerra anche perché la vita non mi ha costretto di pormi questa domanda in maniera esistenziale. Però, dai primi giorni dell’assedio della città di Sarajevo, da quella domenica del 28. marzo 1992, quando dagli uomini mascherati fui impedito ad andare alla chiesa delle suore per celebrare la messa, si è insediata nei miei pensieri la domanda sul perché  della guerra. Poi, durante e anche dopo la guerra tante persone mi hanno chiesto perché e come succede una guerra. Ma è, davvero, difficile trovare una risposta ragionevole ed accettabile. Che gli animali fanno le lotte tra di loro, uno può capire. Anche perché non sono in grado di misurare tutto il peso e di vedere tutte le conseguenze del tutto negative e, forse, non hanno la capacità di trovare altri modi per risolvere le situazioni delicate del controllo del territorio e delle risorse vitali. Ma che gli uomini, dotati dell’intelletto che capisce e del cuore che compatisce, fanno le lotte peggiori degli animali, questo non è possibile a capire. Dopo aver vissuto quattro anni in mezzo alla nuda brutalità della “nostra” guerra e dopo aver toccato con la mano le sue conseguenze disumanatici, io non sono sicuro, se saprei rispondere alla domanda perché è scoppiata e a che cosa doveva servire. Certamente, io potrei menzionare mille possibili ipotesi. Ma, una risposta ragionevole, vale a dire, che potrebbe reggere dieci anni dopo, non c’è, perché la guerra non è un atteggiamento ragionevole. Lo dimostra in modo tragico il nostro dopoguerra. L’esempio di quel professore lo dimostra in modo paradossale. Dopo trecento cinquanta mila morti “per il futuro migliore” di questo Paese i sopravissuti cercano in tutti i modi di andarsene via. La bellissima frasi di Erasmo da Rotterdam: Chi ama la guerra non l’ha mai vista in faccia, si potrebbe cambiare un po’ e dire: Chi capisce la guerra, non ragiona più in modo umano. Le “Scuole per Europa” sono un piccolo tentativo di indicare una via d’uscita, di educare a una mentalità pacifica, che dalla interna convinzione detesta la violenza. 

2.  Le “Scuole per Europa” ? Segno di opposizione
Le troppe guerre che BeE ha conosciuto durante la sua storia erano motivate da diverse idee. Ma, sembra, che la peggiore era questa ultima. Il suo fondamentale scopo era di dimostrare che gli uomini delle diverse nazioni non possono vivere da uomini insieme. A causa di questo, la guerra era il mezzo di costringerli di lasciare il territorio in cui loro e i loro antenati vivevano da secoli. L’ideologia, servendosi dei sentimenti nazionali della gente, ha reso possibile la brutalità che ha varcato i limiti dell’umano. Al posto della ideologia comunista, dove l’individuo e ogni tipo della “particolarità” come tessuto dell’identità fu sacrificato al supremo valore del “comune”, è subentrata quella del nazionalismo che esclude ed annienta l’atro perché tale. Tutte due sono empie e disumane perché negano gli elementi costitutivi dell’essere umano. Per BeE, dove da secoli inseparabilmente convivono le diverse nazioni, culture e religioni, questa ideologia si è verificata come tramonto della civiltà. Con la morte della BeE multietnica venivano messi in discussione i valori e le realtà che la oltrepassano. Occorre ricordare che la realtà dell’altro è il punto di partenza ma anche di arrivo del pensiero filosofico della tolleranza e nello stesso tempo il criterio fondamentale di ogni società democratica. Nel contesto teologico di tutte le “religioni del libro” l’altro è la misura della coerenza della fede e il riflesso del rapporto con Dio. Tutti coloro che, spinti da sentimento umano, avevano il coraggio a guardare oltre le propagande demagogiche si sentivano grandi perditori. I credenti in un Dio ancora di più perché era altrettanto chiaro che, in maniera brutale, nei cuori umani veniva meno anche la causa di Dio. Alla sera del 6. febbraio 1994, il giorno in cui sul mercato di Sarajevo furono uccise 78 persone e centinai ferite, mi disse un giornalista: Se fossi un prete non avrei coraggio di predicare domani! Se in quei giorni a Sarajevo, che si vantava e si vanta ancora di aver resistito al barbarismo, succedeva che la maestra agli alluni della prima classe dicesse: Se vuoi frequentare questa scuola, devi cambiare il nome, possiamo immaginare cosa succedeva nei villaggi di periferia. 
A causa di questa ostilità, diffusa per fino ai banchi delle scuole, le famiglie abbandonavano anche quelle zone del Paese dove, da altri punti di vista, si poteva ancora resistere. Per incoraggiarli a restare, la Chiesa cattolica di Sarajevo ha deciso di aprire una piccola scuola cattolica. Devo sottolineare che questa scuola era pensata, prima di tutto, come un rifugio per i pochi bambini cattolici rimasti a Sarajevo assediata. E’ molto arduo accettare l’estinzione del proprio popolo da una terra che abitava da tredici secoli e la Chiesa che era riuscita a sopravivere per sedici secoli le condizioni estremamente difficili. Contrastare a questo pericolo era possibile solo ponendo i veri segni di speranza. Anche la nostra guerra e il dopoguerra hanno dimostrato che la gente può vivere con poco pane ma non con poca speranza. Gli anni dell’estrema e disumana brutalità hanno convinto quasi tutti che il futuro multietnico della BeE non si può salvare. Questa idea era già data per persa anche dai mediatori internazionali. La pace di Dayton e il modo della sua implementazione lo dimostrato senza riserve. Nonostante tutte le difficoltà in cui correva il pericolo di morta la Chiesa cercava di sostenere con le parole e difendeva con le opere la dignità umana. Questo equivale alla difesa della visione del futuro in cui, nonostante tutto, le diverse nazioni possono e devono vivere insieme. Non soltanto da in BeE, la convivenza è divenuta la condizione della vita! Ciononostante, la proposta del genere, in quelle condizioni, postulava enorme coraggio. Però, il coraggio rimane una parole morta, se non propone una visione convincente. Una visione convincente non è per niente facile in un contesto della delusione che ha generato la paura e la diffidenza della gente. Anche a causa di questo fatto le “Scuole per Europa” non potevano essere aperte solo per i cattolici. Per questo fatto, le abbiamo aperte agli alunni di tutte le nazioni, culture e religioni per trasformali in un luogo di una verifica “sui generis”. 

3. Perché "Scuole per l’Europa"  
 Sin dall'inizio abbiamo chiamato queste scuole "Scuole per l’Europa" per due motivi fondamentali. Il primo motivo era di ricordare soprattutto ai nostri alunni, ma anche agli altri nostri concittadini, a quale contesto appartiene e in quale senso deve tendere il nostro Paese. La gente in BeE ha bisogno di tutto: sicurezza, casa, lavoro... Però, prima e più di tutto, ha bisogno della speranza come fondamento del coraggio per ricostruire ancora una volta. Quel giovane professore avrebbe avuto il coraggio di rifare la casa distrutta in quest'ultima guerra, se qualcuno gli poteva dare la garanzia che i loro figli non saranno costretti a subire un’altra guerra. Chi e in che modo può dare loro la garanzia che li incoraggi a rincominciare ancora una volta? L'unico linguaggio a cui questa gente crede ancora è l'esempio della Comunità europea. La gente è convinta che quella piccola parte del nostro continente abbia trovato il modo per vivere bene, in cinquant'anni, senza guerre. Nutrire la speranza che il nostro Paese nel futuro farà parte di quella Unione, significa aiutare a capire che sarebbe uno sbaglio arrendersi proprio adesso andando via. 
 D'altra parte è chiaro che la mentalità pacifica non viene data dal di fuori, o dall’associazione a cui si appartiene. Il vero desiderio della pace nasce e viene coltivato nel cuore umano. Per far parte di un'Europa senza conflitti e guerre ci vuole una educazione ai valori della pace. Per dare il proprio contributo, la Chiesa a Sarajevo ha preferito la “ricostruzione” dei cuori umani a quella dei muri. La nuova mentalità in BeE potrà nascere, se riusciamo a togliere dai cuori umani la diffidenza e la paura gli uni dagli altri. La via più efficace ci è sembrata di mettere insieme i più giovani proponendo loro un modello della scuola attraente. 
Il programma scolastico delle nostre scuole, oltre alle materie prescritte dal ministero per la educazione, offre alcune particolarità in cui si rispecchia la tendenza di queste scuole. La lingua inglese viene insegnata dalla prima classe. Dalla quinta gli alunni possono scegliere tra il tedesco e il francese come seconda lingua straniera. Già nella scuola elementare vengono insegnate materie quali la storia delle grandi religioni, l’educazione per la democrazia, l'ecologia, l'informatica. Nel liceo si insegnano le lingue del latino e del greco con l'intenzione di far conoscere ai nostri alunni il  patrimonio da cui è sorta l’Europa. L'insegnamento della religione viene offerto a tutti. Gli alunni, con i loro genitori, sono liberi di decidere se vogliono frequentare questa materia o no. Se la scelgono all'inizio dell'anno scolastico, sono obbligati a frequentarla per tutto l'anno. La stragrande maggioranza degli alunni decide di frequentare le lezioni di religione, che è equiparata a tutte le altre materie. Per molti appare come una curiosità il fatto che nelle nostre scuole non sia permesso che un bambino ortodosso o musulmano scelga di frequentare le lezioni di religione cattolica o viceversa. Per questo abbiamo i nostri motivi ben fondati. Tali materie, aggiunte al programma ufficiale, mirano a far nascere il desiderio nei cuori dei nostri alunni di essere i cittadini dell'Europa, dopo aver "assaggiato"  le proprie radici e conosciuto il proprio patrimonio. Il cittadino europeo, oggi e in futuro, dovrà possedere innanzitutto la capacità di dialogare. 
 La conoscenza delle lingue moderne e la capacità di servirsi dei moderni mezzi di comunicazione lo rendono capace di comunicare.  Però queste capacità non lo rendono ancora disponibile a dialogare e ad impegnarsi per la pace. Solo l'educazione del cuore umano e una personalità integrale, attraverso la coraggiosa proposta dei veri valori, prepara e rende disponibili al dialogo. Il programma di queste scuole non consiste solo nella conoscenza dei principi democratici, dei diritti umani e del patrimonio religioso, ma anche nel tentativo di proporli come stile di vita.  L'impegno appassionato e l'esempio della bontà degli insegnanti costituiscono la condizione necessaria iniziale per la creazione di una atmosfera in cui la crescita umana possa essere accolta e vissuta come qualcosa di positivo. E’ necessario correggere la imposta e pericolosa mentalità secondo cui bontà significa debolezza e incapacità. L'audace proposta del valore dell'uomo, tratto dal suo senso innato e dalle profonde aspirazioni spirituali dell'uomo stesso, vuol cercare di riempire la nociva lacuna esistente in un sistema educativo che risulta evidente non soltanto nel mondo ex-comunista. Il nostro tentativo vuole essere solo un segno di opposizione ad una prassi, sempre più diffusa, che le scuole devono essere esclusivamente i luoghi del divertimento e magari dell'apprendimento del sapere, ma in nessun caso il luogo dell’educazione ai valori. 
 Il secondo motivo per cui abbiamo chiamato queste scuole "Scuole per l’Europa" è  nella nostra profonda convinzione che le autorità politiche europee non hanno riconosciuto e adeguatamente reagito al male da cui è stata colta la BeE durante l'ultima aggressione e guerra. La Chiesa non può e non deve fare politica, intesa come lotta per il potere. Però essa può e deve servire al bene degli uomini promovendo, tra gli altri valori, soprattutto quello della pace. E questo presuppone la capacità di leggere e di spiegare i segni dei tempi. La orribile guerra in BeE, a mio avviso, mirava ad inviare un preciso messaggio all'Europa che tende ad integrare tutte le sue parti. Il tentativo di dimostrare che la convivenza tra i diversi, specialmente tra il mondo islamico e quello occidentale, che in BeE da secoli in un certo modo funzionava, contiene un forte e scoraggiante dubbio sul possibile futuro della pace nel nostro continente, che diviene interetnico ed interreligioso ogni giorno di più. Personalmente sostenevo anche prima dell'11 settembre che il futuro della pace nel mondo dipenderà, prima di tutto, dalla capacità e dalla disponibilità di trovare una modalità di convivenza pacifica tra il mondo islamico e quello occidentale. 
 L'esempio del nostro Paese, in cui da secoli convivono le fondamentali componenti del continente europeo - vale a dire i rappresentanti dei suoi due polmoni (occidentale e orientale) - e in più quello del mondo islamico, era e deve essere anche in futuro un esempio della capacità degli uomini di favorire il più grande bene comune, che è quello della pace. Purtroppo, gli avvenimenti del passato danno ragione a chi sostiene che il nostro Paese è un esempio di convivenza, ma non di una convivenza pacifica. A mio avviso, per questo ci sono almeno due ragioni fondamentali. Il nostro vivere insieme è carico delle troppe e troppo gravi ingiustizie istituzionalizzate. Si dimentica sempre che la giustizia, come ideale a cui tendere in tutte le circostanze, era e rimane la condizione indispensabile per ogni forma di vita degli uomini. E' un vero peccato che anche in questi giorni nel nostro Paese vengano imposte soluzioni politiche profondamente ingiuste, che rendono la convivenza ancora più dura. A causa di questo era e continua ad essere difficile per la gente credere in una convivenza accettata e vissuta come valore. Nel contesto di un’ingiustizia fatta in nome della democrazia, ogni valore diventa una illusione. Rimane un vero mistero con quale irresponsabilità stiano strappando il tessuto multietnico che la vita della gente ha tessuto lungo i secoli.  E lo fanno coloro che sono stati inviati da noi per soccorrerci sulla strada della democrazia. Costruire magari un piccolo mosaico che dimostri che la convivenza tra i diversi, anche in presenza di ferite profonde, sia possibile, mira ad opporsi alla mentalità che, in nome sia dei nazionalismi esagerati sia del grande ordine mondiale, non tiene conto del piccolo uomo, vale a dire delle componenti dell’identità della gente. Promuovere la convivenza pacifica tra diversi popoli, culture e religioni in BeE significa anche dare il nostro contributo affinché la fiamma della guerra in Europa non parta più da Sarajevo. Come da per tutto anche a Sarajevo ci sono l’iniziative al favore della pace. Però, la gran parte di esse consiste nelle conferenze, tavole rotonde, dichiarazioni … Ma la gente ha bisogno di vedere i segni concreti che la convivenza è davvero possibile. E queste scuole lo provano. In dieci anni non si sono verificate le tensioni tra gli alunni delle nostre scuole che fossero motivati dalle diversità tra di loro. Anzi, loro non nascondono che proprio questo sia una tra i motivi perché scelgono proprio queste scuole, che da  anno in anno continuamente crescono di numero degli alunni. Certamente questo non sarebbe possibile senza la grande solidarietà di tanti i nostri grandi e piccoli benefattori. Anche in questa sede io esprimo la nostra profonda gratitudine e sottolineo che si tratta di un progetto di molti!

Conclusione
 Aperte, come si è visto, per pura necessità del sopravvivere del “piccolo gregge” della Chiesa di Sarajevo, le “Scuole per Europea” sono divenute un segno dell’incoraggiamento e della speranza per molti in BeE. Con esse la Chiesa vuole professare e mettere in pratica la fede che la sua missione in questo Paese bello ma delicato non si esaurisce nell’annuncio del Vangelo con le sole parole. Essa si sente chiamata a porre e proporre a tutti i segni concreti dell’amore redentrice e riconciliatrice di Cristo. La sua Parola e la sua Opera fanno le fondamenta della tolleranza dell’altro su cui è stata costruita la democrazia europea. L’educazione per questi valori, di cui tragicamente i politici odierni europei hanno paura, è il sommo grado dell’impegno per il futuro della pace e della convivenza tra diversi popoli e culture. Le nostre scuole di anno in anno si trasformano in una prova vissuta che neppure la spaventosa eruzione dell’odio riesce ad inquinare del tutto tutte le sorgenti dell’umano. La ricostruzione è possibile sempre e dopo tutto, se l’umano non viene rinnegato. La convivenza pacifica ed arricchente è possibile, quando e in quanto tutti hanno la possibilità e disponibilità di rimanere ciò che sono accettando e rispettando gli per quello che sono. Solo così il luogo della convivenza, in questo caso BeE, viene trasformato dal teatro dello scontro a quelle dell’incontro. Lo scopo ultimo delle “Scuole per Europa” è proprio questo. Confidiamo nell’aiuto divino e contiamo con la simpatia umana!