Vacanze romane


Elezioni Americane 2020

di Andrea Dessardo

L’immagine più potente della recente campagna elettorale americana è stata, a mio parere, l’entrata sul palco di Trump che, appena dimesso dall’ospedale dopo il ricovero per Covid, si è platealmente, impudentemente levato la mascherina davanti ai suoi sostenitori.

In quel gesto c’è molto del personaggio e molto dell’America che la sua ingombrante figura ha rappresentato e continua a rappresentare anche all’indomani della sua sconfitta. Quel gesto può essere letto in modo ambivalente come folle o coraggioso, irresponsabile o liberatorio: la verità è negli occhi di chi guarda. 

A tal proposito, prima di proseguire, va detto che sarebbe bello se ci fosse concesso di guardare alla realtà in maniera obiettiva e non attraverso il filtro di media scandalosamente faziosi, che più che cronaca fanno tifo: forse comprensibile in America nell’ottica di orientare il consenso, ma ingiustificabile qui da noi, osservatori terzi. Le censure di Twitter e di alcuni canali televisivi a Trump che denunciava possibili brogli, in una situazione di scrutinio oggettivamente confusa, rappresentano un gravissimo attentato alla libertà d’espressione che dovrebbe offendere chiunque – di qualsiasi idea politica – abbia a cuore la democrazia. 

Possono essere forse interpretati in quest’ottica anche i clamorosi errori nei sondaggi: forse l’annunciata cavalcata vittoriosa di Biden, più che da sbagli nella rilevazioni, viene maliziosamente da pensare, era dettata dal desiderio di mettere sotto pressione l’elettorato. Non si tratta della prima volta che i risultati delle urne si discostano grandemente dalle previsioni, a conferma che le élite controllano forse l’informazione, ma non le opinioni delle masse. Il voto è quanto mai polarizzato: nettamente democratiche le due coste (addirittura 93,3% a Washington, 65,6% nel Massachusetts, 64,7% in California), in particolar modo nel New England, nettamente repubblicano l’entroterra delle Grandi Pianure (70,4% nel Wyoming, sopra il 60% nel Dakota del Nord e del Sud, nel Nebraska) e nel Sud (Tennessee, Alabama, Kentucky…); e, all’interno dei singoli stati, in maggioranza democratici i grossi centri e repubblicane le contee rurali. Lo stallo si è giocato nel Midwest (Michigan, Wisconsin, la cosiddetta Rust Belt) e in aree culturalmente di frontiera come il Nevada, l’Arizona, la Georgia e la Pennsylvania. È un panorama cui siamo ormai abituati e che ben conosciamo anche in Italia. 

È superficiale ricondurre tali preferenze alle idee di un elettorato (presunto) colto nei centri urbani e rozzo o marginale nelle periferie: piuttosto credo siano diverse le aspettative che essi ripongono nella politica. Da una parte il desiderio di un intervento “ortopedico e pedagogico” (prendo queste categorie da Giovanni Orsina), che indichi dei valori ed educhi a essi a costo di piegare la realtà, dall’altro il percepire tale pretesa, spesso sostenuta da gruppi di potere avvertiti come estranei, quale una minaccia alla propria libertà: più Stato versus meno Stato. Non è poi vero che chi si orienta sulla seconda scelta sia necessariamente un alienato, perché la provincia americana è anche il luogo delle feste di paese, delle associazioni di vicinato, dei circoli di veterani, cioè di un ambiente sociale favorevole all’aggregazione probabilmente molto più di Manhattan o San Francisco, dove infatti – credo si possa ragionevolmente sostenere – a tali bisogni supplisce il respirare i valori cosmopoliti che uniscono le due sponde dell’Atlantico e che sono comuni alla borghesia di tutto il mondo. 

Donald Trump, nei suoi quattro anni di presidenza caratterizzati da grandi successi economici e diplomatici e da imbarazzanti performance pubbliche, ha puntato a divaricare tale spaccatura che non è tanto verticale sull’asse destra-sinistra, quanto orizzontale, tra élite e “popolo”: e perciò può essere a buon diritto definito populista. Mentre le élite, di qualsiasi appartenenza, tendono ovunque ad avvicinarsi su un piano di valori sostanzialmente condivisi, lui ha consapevolmente dato uno strappo, che la sua natura eccentrica e provocatoria, sempre volutamente sopra le righe, ha ulteriormente esasperato, portandolo a farsi odiare visceralmente, in una maniera che è al di là del razionale, dai suoi avversari, probabilmente molto più di quanto non gli convenisse. È in tale quadro che leggo il gesto della mascherina, nel quale ciascuno ha visto ciò che segretamente desiderava: la deviazione irresponsabile dalle norme del vivere consociato oppure la legittima ribellione dell’individuo all’omologazione imposta da una casta di tecnici e professionisti. Penso che il “trumpismo” non gli sopravvivrà, troppo legato com’è – nel bene, ma soprattutto nel male – alla sua personalità, come il berlusconismo non è sopravvissuto a Berlusconi, sebbene il “populismo” non sarà una parentesi nella storia politica dei nostri anni. 

Non si potranno infatti ignorare le attese di poco meno della metà della nazione americana, di quella immensa nazione così straordinariamente riconoscibile nelle sue caleidoscopiche diversità, sparsa tra i ghiacci dell’Alaska e i deserti dello Utah e del Nuovo Messico, dal Pacifico all’Atlantico attraverso migliaia e migliaia di chilometri che connettono e allontanano (il solo Texas è più grande della Francia e la superficie dell’Italia è di poco superiore a quella dell’Arizona), sintesi o piuttosto emulsione di inglesi, tedeschi e scandinavi, protestanti e cattolici ed ebrei, bianchi e neri, ispanici, che sanno tutti all’occorrenza raccogliersi attorno alla stessa bandiera pur mantenendo, più di quanto pensiamo noi europei, profonde differenze e muri invisibili. Il “sogno americano” non è solo quello di Brooklyn sotto la neve a Natale o del We can umanista di Obama – certo non quello di Biden, forse di Kamala Harris -, ma è anche quello follemente incarnato da Trump, dell’individuo che doma la natura e la fortuna nelle immense distanze polverose, del mito persistente della frontiera intesa come sfida e legge morale, nelle luci false di Las Vegas, delle pacchiane ville in Florida e di cavalli al pascolo nelle solitudini dei ranch del Montana.

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