Forse non lo sapevate che...


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Il viaggio pastorale di Papa Francesco in Iraq

Quando la fede porta a rispondere al male con il bene 

Sac. Luis Okulik 

Nei giorni scorsi ricordavo la prima udienza privata che ebbi con Papa Giovanni Paolo II, nel suo ufficio del Palazzo Apostolico, in Vaticano. Era il martedì 15 gennaio 1991.

Me lo ricordo bene, non solo per l’emozione dell’incontro con il Papa, ma anche perché c’era un’area di preoccupazione nel mondo, a causa di un già quasi certo scontro armato tra alcuni paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, e l’Iraq, che pochi mesi prima aveva invaso il Kuwait. 

Nell’attesa dell’udienza ho trovato il Card. Pio Laghi, che era stato per molti anni Nunzio Apostolico in Argentina, e che portava in mano le buste con i messaggi personali di Giovanni Paolo II per il Presidente George H. W. Bush e per il Presidente Saddam Hussein, nel tentativo faticoso di scongiurare una guerra. I messaggi cercavano di richiamare al dialogo perché la pace potesse essere salvata. 

«Nessun problema internazionale può essere adeguatamente e degnamente risolto col ricorso alle armi, e l’esperienza insegna a tutta l’umanità che la guerra, oltre a causare molte vittime, crea situazioni di grave ingiustizia che, a loro volta, costituiscono una forte tentazione di ulteriore ricorso alla violenza», scriveva il Papa. E aggiungeva che «anche se una situazione ingiusta potesse essere momentaneamente risolta, le conseguenze che con ogni probabilità deriverebbero dalla guerra sarebbero devastanti e tragiche». 

Purtroppo questa sollecitudine è stata disattesa da ambedue le parti, e la Guerra del Golfo incominciò il 16 gennaio, dopo l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e della formazione di una forza multinazionale per la liberazione del Kuwait. E come temeva Giovanni Paolo II, la devastazione fu grande e molto dolorosa. 

Qualche anno fa, in un articolo scritto per l’Osservatore Romano, il Card. Giovanni Battista Re affermava che le iniziative di Giovanni Paolo II, e soprattutto il suo tanto desiderato pellegrinaggio in Iraq, forse avrebbero potuto evitare un conflitto così violento, che ha avuto profonde ripercussioni nelle diverse espressioni della cosiddetta “primavera araba”, nell’attuale guerra in Siria, nella conformazione dello Stato islamico, e quindi, forse non ci sarebbero tante persone che fuggono dalle guerre diventando profughi per sottrarsi alla morte. È sicuramente una lettura perspicace dell’odierno assetto geopolitico mediorientale, ma quello che forse ci interessa ancora di più al giorno d’oggi, come comunità di credenti, è il fatto che nonostante le devastazioni e le tragiche conseguenze di questo sanguinoso cambiamento che attraversa il Medio Oriente, c’è ancora posto per la speranza, come ha voluto testimoniare Papa Francesco con i suoi gesti e con le sue parole durante il suo recente viaggio pastorale in Iraq. 

Le devastazioni e le tragiche ferite di decenni di sanguinosi conflitti, dolorosamente visibili, sono state la cornice del viaggio di Papa Francesco. Probabilmente la foto del momento di preghiera del Papa nella piazza della cittadina di Qaraqosh, circondato di macerie, è il più eloquente messaggio di fronte alle colpevoli distrazioni del mondo e qualche volta, anche della stessa Chiesa cattolica. E tuttavia la serena gioia e la voglia di ricostruire del popolo iracheno e, in particolare, della comunità cristiana in Iraq, hanno proiettato una luce del tutto particolare sul significato del viaggio del Papa. 

È stato un pellegrinaggio nella speranza, ricordando e celebrando ciò che è successo fin dall’inizio della storia della salvezza. Infatti, secondo il racconto biblico, nella città di Ur dei Caldei, Abramo udì la parola del Signore che lo strappava alla sua terra, al suo popolo, per farne lo strumento di un disegno di salvezza che abbracciava tutti i popoli del mondo. Con questa chiamata iniziò il cammino di Abramo, iniziò il cammino del popolo di Dio, della Chiesa; «la salvezza di Dio cominciò a camminare sulle strade della storia umana» (Giovanni Paolo II, 16 febbraio 2000). Con questa motivazione Papa Giovanni Paolo II volle realizzare un pellegrinaggio a Ur dei Caldei durante il Giubileo del 2000, che purtroppo alla fine non poté realizzare. 

Anche Papa Francesco, consapevole del significato spirituale del suo pellegrinaggio, ha voluto «mettersi sulle orme di Abramo», per sentire ancora l’eco della chiamata di Dio a seguirlo, a tener fede alla sua parola, per riscoprire le tracce della presenza di Dio accanto all’uomo, ad ogni uomo. Come ricordava Papa Francesco, la fede di Abramo si tradusse in scelte concrete, a volte anche drammatiche, che lo resero però “amico di Dio”. E le orme tracciate da Abramo hanno la forma e la dimensione della pace, che incomincia «dalla rinuncia ad avere nemici». Diceva Francesco che «chi crede in Dio non ha nemici da combattere; ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia». Così, «chi segue le vie di Dio non può essere contro qualcuno, ma per tutti». 

Quindi, circondato dalle macerie materiali, ma soprattutto dalle macerie lasciate dalla sofferenza in tanti cuori, Papa Francesco invitava a «guardare ciò che è distrutto» perché «porta a capire meglio tutto ciò che c’è da ricostruire». Si tratta di risanare non soltanto gli edifici, «ma prima ancora i legami che uniscono comunità e famiglie, giovani e anziani». 

Il significato spirituale di questo viaggio pastorale, che è ciò che più può nutrire oggi la nostra vita e la nostra storia, passa per questo “guardare”, prima, la realtà che viviamo, con le sue luci e le sue ombre, con le sue “macerie”, per poi ricondurre tutto verso Cristo, la «pietra» che diventa per noi «pietra d’angolo». 

Questo viaggio ci insegna che ogni buon desiderio, soprattutto quando è calibrato sul bene degli altri, può qualche volta essere ritardato ma non spento. Il desiderio originale di Giovanni Paolo II è stato adesso compiuto da Papa Francesco, che ha portato un rinnovato respiro spirituale ai cristiani iracheni. 

Questo viaggio ci insegna anche che l’inimicizia, il disprezzo per il fratello, non possono essere più forti dell’amore generoso. L’atteggiamento ostile e aggressivo che prevale in tanti ambiti del nostro vivere quotidiano è diventato un malessere molto diffuso, sottile, che oggi ben potremmo definire “epidemico”. Alla radice c’è una profonda disaffezione per un genuino senso di appartenenza a una comunità, che si accentua con l’attaccamento disfunzionale ai propri interessi, che fanno prevalere le differenze, anche legittime, anziché abbracciare ciò che è comune, ciò che unisce e rende più forti i legami di fraternità. 

Occorre ricostruire, risanare, le nostre vite, guarire dall’inimicizia, fare spazio nel proprio cuore a chi pensa diversamente, accettare di perdere qualcosa pur di guadagnare un fratello. È così come anche i nostri “strappi” possono rinnovare e rinvigorire la nostra fede, come successe ad Abramo. Così anche noi possiamo sentirci “amici di Dio”, messaggeri di pace, testimoni della fedeltà di Dio alle sue promesse. 

Infatti, anche noi, nei giorni della nostra vita, in mezzo alle nostre inquietudini e preoccupazioni quotidiane, sappiamo per fede che c’è ancora posto per la speranza, e possiamo sentire che Dio si è ricordato – e sempre si ricorda – della sua misericordia, «come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza (che siamo noi), per sempre» (Lc 1, 55). 

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