Due passi in città


Quelli che... la sacrestia è confortevole e affrescata, ma non è esattamente casa loro. Ovvero: da laici cristiani, nel sociale e nel politico.

Quanto fa 8 x 1000?

di Andrea Dessardo

 

Può forse sembrare arido parlare di soldi e dell’8×1000. Può esserlo senza considerare il suo senso più profondo, che è quello della corresponsabilità dei fedeli alla vita della Chiesa. Attorno al tema ci sono purtroppo troppa ignoranza e molti pregiudizi anche tra gli stessi fedeli, proveremo pertanto a fare un po’ di chiarezza.

Come nasce

Il sistema vede la luce molto tardi, soltanto in seguito alla revisione del Concordato firmata nel 1984, come sviluppo del Magistero conciliare e della Costituzione repubblicana. Infatti né la cosiddetta Legge delle Guarentigie del 1871 né i Patti Lateranensi del 1929 avevano messo in discussione il sistema degli assegni di congrua istituiti dopo che nel 1866-67 lo Stato aveva incamerato i beni delle congregazioni religiose e di molti enti ecclesiastici: si era posto parziale rimedio con l’istituzione del Fondo per il culto e le “congrue” dispensate dallo Stato ai soli vescovi, parroci e canonici.

Dal lavoro della commissione paritetica prevista dagli accordi del 1984 venne promulgata la legge 222/1985 che istituì l’attuale sistema: dal 1987 lo Stato smise di pagare le congrue, nel 1989 entrarono in vigore le offerte per il sostentamento del clero deducibili. Per la prima volta nel 1990 i contribuenti italiani poterono finalmente esprimersi sulla destinazione dell’8×1000 dell’imponibile Irpef.

Quanti scelgono la Chiesa cattolica

Sarà forse sorprendente – io mi sono sorpreso, quando l’ho scoperto – ma il trend di destinazione dell’8xmille alla Chiesa cattolica è sostanzialmente in crescita: dal 76,17% del 1990 si è giunti all’82,28% del 2011, ultimo dato disponibile. C’è stato a dire il vero un picco nei primi anni Duemila, nel 2005 si toccò infatti un considerevole 89,82%, poi una flessione. Altri beneficiari sono, com’è noto, lo Stato e altre confessioni religiose, cui si sono aggiunte di recente l’induismo e il buddismo.

Una critica che viene spesso rivolta a tale sistema è che in realtà sono pochi coloro che effettivamente firmano, perché pensano così di tenere i soldi per sé (il che, sia chiaro, così non è: si tratta infatti del gettito derivante da tutti i contribuenti). A firmare è circa il 46% dei contribuenti, non pochi, considerando che moltissimi – coloro, per esempio, che sono tenuti a compilare il Modello Unico o il CU – non hanno alcun incentivo a firmare. E comunque, vale qui lo stesso principio che vige alle elezioni: come i seggi vengono assegnati per intero indipendentemente dal numero degli elettori, così l’8×1000 viene distribuito per intero in proporzione a quanti davvero firmano. Qualcuno dice che l’8×1000 del rimanente 54% dovrebbe essere assegnato allo Stato. E perché, se anch’esso già concorre tra i possibili beneficiari? Mica è un attore terzo.

A che cosa serve

Tre sono, alla lettera della legge 222/1985, le finalità dell’8×1000 destinato alla Chiesa cattolica:

1) esigenze di culto della popolazione;

2) sostentamento del clero;

3) opere di carità in Italia e nel Terzo mondo.

Per il primo scopo, nel 2014, la CEI ha destinato 433.000.000 di euro, di cui 156 alle singole diocesi, 120 per la costruzione di nuovi edifici di culto (non solo chiese), 60 per la tutela di beni ecclesiastici d’interesse culturale e 97 per altre iniziative di rilievo nazionale.

Alle opere di carità sono giunti 245.000.000, di cui 85 per il Terzo mondo.

Infine, ai sacerdoti sono giunti 377.000.000.

Quanto prendono i preti?

La quota base, al 2015, era di 988,80 euro lordi mensili, che si traducono in 882,71 netti. Per dodici mensilità. Non grandi cifre, tutto sommato. A ciò però si aggiungono altri punti assegnati sulla base di particolari incarichi, dell’anzianità, del contesto in cui il sacerdote agisce. I parroci possono inoltre percepire la cosiddetta quota capitaria, ossia un assegno di 7 centesimi per ogni residente sul territorio parrocchiale, che il parroco ha il diritto di trattenere mensilmente per sé dalla cassa parrocchiale. Un vescovo settantacinquenne, quindi al massimo d’anzianità, ha diritto a 1.705,68 euro lordi (1.376,06 netti).

Per approfondire:

http://www.8xmille.it/

http://www.sovvenire.it/

http://www.chiediloaloro.it/

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