Tacchi a spillo


Uno sguardo pungente sulla Chiesa di oggi.

Armida, la sorella maggiore

di Michela Brundu
Si è sparsa la voce: l’anno prossimo Armida Barelli verrà proclamata beata. Una figura che, a detta di alcuni, ha subito una “rimozione storiografica” mentre meriterebbe un posto sia nella storia dell’associazionismo cattolico sia in quella delle figure femminili del Novecento.


Lo svolgersi delle sue opere e delle sue attività in una vita non breve (1882-1952) è segnato dalla maturazione della sua vocazione e l’uno illumina e spiega l’altra.
Nasce in una famiglia abbiente della borghesia milanese di fine Ottocento, di stampo cattolico-liberale. Studiosa e vivace, pronta allo scherzo e aperta a conoscere, viene mandata a completare la sua istruzione in un collegio svizzero, tenuto da suore francescane. Lì i ritmi sono un po’ troppo rigidi per lei, ma inizia ad affacciarsi a una fede più profonda e a maturare una vocazione di tipo monastico. I genitori, preoccupati, la riportano a Milano ma poi le consentono di concludere gli studi. Ora Armida oscilla tra il desiderio di farsi una famiglia e l’attrazione verso la vita consacrata. A ventun’anni si iscrive a un corso di cultura religiosa promosso dall’arcidiocesi; questo e l’esperienza di quello che oggi chiameremmo volontariato le fanno intuire un modo diverso e imprevisto di vivere come discepola del Signore. Scriverà la Barelli: «1909. Anno di grazia. Dopo tre anni di alti e bassi, fervori e resistenza alla grazia, misericordia di Dio e miseria mia, quando stavo per disperare di me essendomi persuasa della mia assoluta incapacità a progredire nella vita spirituale ecco che dopo un anno di assistenza di Rita Tonoli che persino nelle vacanze mi diede una lettera da leggere ogni settimana ecco dico che la grazia mi investì. Confessione generale con P. Mattiussi e consacrazione definitiva a Dio per l’apostolato nel mondo. O mesi beati che vanno dall’autunno del 1909 a quasi tutto il 1910. O intima unione col mio Signore! Il mondo è morto».
L’anno dopo incontra padre Agostino Gemelli, medico convertito alla fede e ora francescano. Con lui inizia a costruire il sogno di una università “cattolica”. Lo realizzeranno dieci anni dopo.
Il percorso spirituale di Armida si approfondisce anche con le guide spirituali che sceglie in quegli anni: un padre francescano la introdurrà in quella mistica dell’azione così tipica del francescanesimo, ma anche così legata alle modalità del movimento cattolico (e specialmente dell’Azione Cattolica) che andava sviluppandosi.
L’Italia entra in guerra e La Barelli si coinvolge in un’Opera rivolta alla Consacrazione dei soldati. L’idea matura in un contesto in cui il culto del Sacro Cuore è assai diffuso sia nel gruppo gemelliano che al vertice dell’Unione fra le Donne Cattoliche d’Italia e l’Opera viene approvata da Benedetto XV.
La nascita del movimento cattolico femminile è sollecitata anche dalle trasformazioni sociali dovute all’industrializzazione che investono la società italiana a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un’accelerazione che investe la visione stessa femminile considerata, a fronte dei cambiamenti, un fondamentale presidio popolare proprio mentre va delineandosi la stagione delle masse.
Nel 1917 l’arcivescovo di Milano le chiede di fondare un nuovo movimento di gioventù femminile, su modello di quello maschile (poi GIAC). Prima Armida rifiuta non sentendosi all’altezza, ma poi si convince della necessità di questo progetto. Scrive a proposito delle giovani: «Ha ragione l’Arcivescovo: bisogna riunirle, istruirle, dare loro la fierezza della loro fede, per farne domani madri capaci di educare cristianamente i figliuoli. Tornai dal Cardinale Arcivescovo: “Eminenza, eccomi. Sono pentita di averle detto di no. Sono pronta a fare tutto quello che lei vuole” » e nasce la Gioventù Femminile (GF) nella diocesi ambrosiana.
Dopo poco, la scena si ripete: Benedetto XV la chiamerà a Roma chiedendole di estendere la GF all’intera penisola e Armida fa resistenza ma poi accetta.
Dopo dieci anni le giovani coinvolte nella GF saranno 500.000; dopo vent’anni, il triplo.
Armida gira per l’Italia, con sorriso e determinazione; convince e coinvolge. La sua proposta diventa capillare, accanto a quella del sostegno dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Gesù e a un’ulteriore orizzonte. Nel 1929, dopo l’enciclica che, nel 1925, istituisce la festa di Cristo Re, fonda l’Opera della Regalità che anticipa la riforma liturgica favorendo tra l’altro la partecipazione popolare all’Eucarestia con la traduzione dei testi in italiano diffusi in centinaia di migliaia di copie.
Ha riconosciuto Giuseppe Lazzati: «Era sensibilissima alle esigenze della diffusione di una cultura che diventasse patrimonio dei ceti popolari; così della cultura profana come e soprattutto della cultura religiosa. In questa prospettiva svolse una vasta e capillare azione tesa al rinnovamento liturgico, specie attraverso l’Opera della Regalità e pretese che i docenti dell’Università Cattolica mettessero a disposizione delle responsabili della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, da lei fondata e animata per trent’anni, il proprio bagaglio di conoscenze e le proprie attitudini educative».
Armida resta alla guida della GF per lungo tempo (verrà ricordata come la “sorella maggiore”) e poi diventa vicepresidente centrale dell’Azione Cattolica. Questa resta la sua prima chiamata: non accetterà ruoli se non amministrativi nell’Università Cattolica.
In quegli anni si aggiunge anche l’impegno sociale e civile della Barelli: le donne emergono in vari ambiti, dalla Resistenza alle candidature delle prime elezioni al sindacato. Nel suo infaticabile girare per la “Missione Italia”, lei vuole contribuire a riconquistare una società che si era persa. Riconquistarla a Cristo, in tutti gli ambiti: formativo, culturale, liturgico, sociale.

Nella molteplicità dei suoi impegni e attività, nei viaggi, nei contatti, nelle fatiche, emerge evidente un filo conduttore, una luce unificante. Scrive padre Gemelli:
«Armida Barelli non nacque eccezionalmente virtuosa, ma lo divenne; non fu, fino dalla prima età, una creatura di straordinaria vita interiore, ma a poco a poco, per dono di grazia e forza di volontà, si formò in lei quella personalità non comune, quella donna di zelo infaticato, di sacrificio sorridente, di fiduciosa accettazione della grave prova con cui Dio volle chiudere la sua vita, che moltissimi conobbero e ammirarono. Insomma quell’eroismo nell’agire e nel patire, che rifulse specialmente durante i suoi ultimi anni, fu un punto di arrivo, conquistato con lungo lavoro interiore assiduo e non mai interrotto».
Una figura moderna e vicina a noi, dunque. Alla quale la Chiesa ha riconosciuto “virtù eroiche” nel 2007 e a breve emetterà la conferma del miracolo (per la beatificazione).

Era a tema dell’ultimo incontro degli adulti di Ac della parrocchia dei Santi Andrea e Rita. Abbiamo colto l’occasione per invitare Ernesto Preziosi, già vicepresidente nazionale di Azione Cattolica, storico, autore di numerosi testi sull’associazionismo cattolico in Italia e, soprattutto, vice-postulatore della causa di beatificazione. Il 27 maggio era “in presenza” nella nostra parrocchia, ma anche online. La voce si è sparsa e c’erano collegamenti da Vicenza, Padova, Chioggia, Verona, Piacenza… oltre che da varie parrocchie di Trieste. Il ricco intervento di Preziosi, qui sommariamente riassunto, ha colpito giovani e adulti presenti. Molti si sono ripromessi di approfondire questa figura di donna normale ed eccezionale a un tempo.

In una delle sue lettere, quando lei ha 31 anni, padre Gemelli le scrive:
«Il Signore l’assista e faccia di lei una santa laica nel vero senso della parola, non come «le suore in casa», ma com’erano le prime vergini e martiri cristiane, che hanno ingigantito la missione della donna nel mondo. E chissà quale parte hanno avuta nella diffusione del cristianesimo. Così deve fare lei: laica, ma santa».
E su questo “ma” possiamo iniziare a riflettere…