Ritaglio&Cucito


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comunione

Fuori dal mondo

di Andrea Dessardo

 

 

Avrete di sicuro già visto le foto dei festeggiamenti per la prima comunione ad Altamura (Bari), paese che conoscevo finora solo per il pane, ma tornarci su può comunque essere utile: ha fatto clamore il post di Selvaggia Lucarelli in cui veniva mostrata una bambina accompagnata alla chiesa su un calessino bianco trainato da una pariglia di cavalli pomellati, sul quale era stata montata una struttura in acciaio e plastica sovrastata niente meno che da una corona, a ricordare la carrozza di Cenerentola al ballo; come Cenerentola al ballo, con parasole di pizzo e bouquet, era, ovviamente, vestita la comunicanda. Qualcuno, tra i commenti, è riuscito a trovare delle ragioni per difendere persino questa pagliacciata: magari era un desiderio della bambina e i genitori hanno voluto accontentarla…

Due giorni dopo quest’incredibile scena di kitsch, ad essere benevoli, veniva – chi l’avrebbe mai immaginato? – superata, e di gran lunga, dalla festa organizzata per un altro ragazzino, anche lui di Altamura, cui genitori troppo premurosi hanno fatto l’omaggio dell’esibizione di non una, ma ben due ballerine brasiliane in costume da samba. Non era Carnevale, non eravamo a Rio, il ragazzino non aveva trent’anni e nemmeno diciotto, forse dieci. La Lucarelli segnala scene analoghe anche a Roma e Milano, ma io stesso ricordo che – pur non arrivando a tali livelli – anche quando ricevetti io la prima comunione, nel 1992, tante bambine si erano presentate in chiesa in nuvole di tulle, con diademi, bouquet e calze a rete, e i maschietti sfoggiavano doppiopetti e orologi degni dei migliori anni Ottanta, dai quali ci stavamo separando con tanta nostalgia. Qualche anno dopo fu saggiamente introdotto l’uso della veste bianca uguale per tutti. Qualcuno ovviamente si lamentò, se la prese col «pauperismo», ma in breve la novità fu accettata e oggi è addirittura tradizione.

«Famiglia cristiana» oggi raccoglie lo sfogo di don Alessandro Amapani, da sette anni parroco ad Altamura, che senza mezzi termini e a ragione definisce lo spettacolo la «degenerazione pura della religione e la totale incomprensione del senso di un sacramento», ricordando inoltre la tristissima realtà per cui «ci sono famiglie che si indebitano per queste feste, c’è chi chiede un mutuo alla banca, perché non si può sfigurare, a costo di rovinarsi». E senz’altro don Alessandro ha ragione anche quando lamenta che questi episodi sono «il sintomo del fallimento del mondo adulto che proietta le proprie aspettative nei figli», che ciò significa «dimenticarsi che al centro del sacramento c’è Dio e il suo dono e non l’uomo».

Bisogna però domandarsi perché siamo arrivati a queste degenerazioni, che si manifestano anche in altre occasioni, per esempio ai matrimoni, con l’attenuante che, almeno lì, i protagonisti sono adulti consenzienti. Perché la gente scambia i sacramenti per appuntamenti mondani? Perché, con il buon gusto, s’è perso il senso del sacro e il concetto di sobrietà? Forse – mi sia concessa la battuta – l’”incarnazione”, lo “stare nel mondo” è stato un po’ frainteso: non penso sia questo ciò cui si mira quando si vuole che le ricorrenze religiose entrino nel calendario civile. Abbiamo bisogno di sentirci un po’ più liberi, di farci condizionare meno dalle tentazioni del mondo: e qualche volta, allora, anche “distinguersi” dal mondo e prenderne le distanze può essere una forma di testimonianza. Un gesto semplice qual è l’introduzione della veste, e così il divieto per i parenti di scattare fotografie, ha notevolmente frenato, almeno in chiesa durante la messa, la diffusione di simili concezioni mondane del sacramento: chissà quali sarebbero gli effetti di scelte anche più coraggiose.