Generazioni


La vita in AC, giorno per giorno

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Samatorza Camp 2019

di Teresa Maria Martina de Radio

E per il quarto anno consecutivo, il nostro “Samatorza camp” si è concluso.
Siamo un gruppo di giovanissimi dell’Azione Cattolica della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo e a
Samatorza il nostro educatore ha una casa, dove ogni anno ospitiamo il nostro campo.

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Campo AC Giovanissimi 2019

di Caterina Grandi

 

Inizia una nuova avventura per i ragazzi dell’AC della diocesi di Trieste!

Dal 10 al 17 agosto alcuni giovanissimi delle parrocchie di S. Giovanni, S. Vincenzo, S. Caterina e Gesù Divino Operaio hanno accolto la sfida di vivere una settimana insieme nella casa San Giusto a Borca di Cadore.

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Se Fosse

di Fabiana Martini

 

Se giocando al gioco del “Se fosse…” la persona da indovinare fosse stata Francesco Rosato e al mio turno mi avessero chiesto di dire una cosa che lo rappresentava, non avrei avuto esitazioni: se fosse una cosa, sarebbe una roccia.

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A Borca di Cadore, ex villaggio Eni per le Olimpiadi 2026

di Davide Martini

 

A vent’anni dall’assegnazione a Torino, ed a settant’anni dalle prime Olimpiadi invernali assegnate a Cortina d’Ampezzo, il nostro paese si è aggiudicato nuovamente questo importante evento anche grazie ad un’innovativa formula e cioè disputare le gare non in un solo sito, ma coinvolgendo quattro grandi aree: Milano, Cortina, Valtellina e Val di Fiemme. “L’Italia prevede una visione innovativa delle Olimpiadi che combina le attrazioni urbane della metropoli di Milano con il fascino delle pittoresche regioni montane alpine del Nord Italia”, ha scritto la Commissione di valutazione del Cio nel suo report, che alla fine ha convinto la giuria. I tre villaggi olimpici saranno strutture prefabbricate recuperabili, e sorgeranno a Milano (dove poi verranno destinate a studentati universitari), nell’area dell’ex scalo ferroviario di porta Romana, a Livigno e a Cortina. L’obiettivo è quello di usare il 92% delle sedi di competizione “già esistenti o temporanee”, per questo la candidatura “abbraccia pienamente lo spirito e la filosofia dell’Agenda 2020” ha aggiunto, nella sua dettagliata analisi, la commissione del Cio. Questa percentuale, già molto ragguardevole, potrebbe essere ulteriormente incrementata e migliorata. Come?

Non lontano da Cortina (meno di venti km) sorge il Villaggio Eni di Borca di Cadore (Bl),  realizzato tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, grazie alla capacità politica e imprenditoriale, ed allo sguardo visionario di Enrico Mattei.

Si tratta di un grande complesso (oltre 100.000 metri quadri), dotato di un impianto articolato su diverse strutture, ed edificato, secondo criteri innovativi, in un grande bosco ai piedi del Monte Antelao, che con i suoi 3.242 metri domina il Cadore e sovrasta l’abitato di Borca. In che senso possiamo parlare di criteri innovativi? L’idea che stava alla base era pensare ad un’urbanistica a carattere “sociale”, secondo il progetto dello stesso Mattei; il progetto venne realizzato  (anche se non completamente, vista la prematura scomparsa dell’imprenditore nel 1962), dall’architetto Edoardo Gellner in primis, in collaborazione con Carlo Scarpa per alcune sue parti. Le idee di Mattei furono rispettate e trasferite nella realtà da Gellner,  fino ai più piccoli dettagli d’arredo.

Le strutture principali del sito sono costituite dalla grande Colonia (30.000 metri quadri), dalla Chiesa Nostra Signora del Cadore, dall’albergo, dal Campeggio a tende fisse, da 280 villette monofamiliari, dal residence. Sono 25.000 mq, 17 padiglioni collegati da un unico corridoio lungo 4 km, finestre come quadri affacciati sul paesaggio, balconate esposte a sud per ricevere luce e calore. Un piccolo, ma significativo esempio di questa capacità di guardare “oltre”, il fatto che, appunto,  tutte le strutture collegate tra loro non prevedevano, già allora, alcuna barriera architettonica.

Si tratta di un sito eccezionale ed unico in Italia, nel quale gli aspetti del paesaggio e dell’ambiente naturale si fondono in modo organico con le architetture, oggi dominate dal bosco.

Dal 2000, il Villaggio è proprietà della società Minoter, con la quale Dolomiti Contemporanee ha iniziato una collaborazione, sulla base di un progetto di valorizzazione culturale e funzionale dell’insediamento: a giugno 2014, è stato avviato “Progetto Borca”.

Senza voler mettere in competizione Borca con Cortina, Gianluca D’Inca Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee e Progetto Borca, già a gennaio di quest’anno auspicava un riutilizzo del Villaggio, in vista di una possibile assegnazione delle Olimpiadi, e così scriveva in alcuni passaggi di una sua riflessione pubblicata on-line (www.progettoborca.net) : “L’ex Villaggio Eni di Borca dispone di strutture inutilizzate, o solo parzialmente utilizzate, per diverse decine di migliaia di metri quadri. Come l’ex Colonia o l’attuale Residence Corte.

Lo stesso Gellner elaborò un progetto di adeguamento di alcune di esse nella prospettiva di una futura Olimpiade”. E più avanti: “Dal nostro punto di vista, i criteri della sostenibilità troverebbero piena applicazione in quest’opzione di riuso, che, con le dovute cautele e tutele, è di certo possibile. Viceversa, la realizzazione ex-novo di una serie di strutture temporanee, atte ad accogliere alcune centinaia di ospiti, a Fiames o Socol o altrove, dovrebbe tener conto già da ora di tutti i temi e le problematiche, in genere assai poco sostenibili, connesse alla sua riconversione o smantellamento all’indomani dell’evento”. Infine: “D’altro canto, è evidente come il tema del post-Olimpiade vada considerato attentamente anche nell’opzione dell’ex Villaggio Eni. Nemmeno qui avrebbe senso infatti restaurare le strutture solo nella prospettiva del 2026. Bisogna sin da ora immaginare quali funzioni tali strutture potrebbero accogliere negli anni successivi, trovando per esse la destinazione d’uso ottimale. Se ciò risultasse possibile, l’evento sportivo avrebbe raggiunto diversi obiettivi: quello di produrre se stesso; quello di rigenerare un Bene cospicuo e inesausto, che è anche un’infrastruttura dal grande potenziale attrattivo; quello di produrre sviluppo e servizi; e molto probabilmente anche quello di ridurre la spesa e il costo d’investimento dell’evento, rispetto a quelli necessari alla costruzione di una stazione ex novo, visto che questa esiste già”.

Auspichiamo che queste ultime considerazioni vengano, se non accolte in toto, almeno prese in considerazione.

 

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DIALOGHI 2/2019

di Andrea Dessardo

Esce in questi giorni il n. 2/2019 di «Dialoghi», il trimestrale promosso dal Centro studi e dagli istituti culturali («Bachelet», «Toniolo» e «Paolo VI») dell’Azione cattolica, di cui sono coordinatore di redazione.

Il numero, il cui dossier è intitolato Il potere della comunicazione, è il terzo di una serie che, a partire dal n. 4/2018, vuole offrire ai lettori alcuni strumenti per leggere la realtà complessa in cui siamo immersi, la realtà di un’epoca di “crisi”, in senso letterale: siamo alla fine di un ciclo storico senza che sia ancora possibile avere un’immagine chiara del nostro approdo; il mondo cui eravamo abituati è in disfacimento, ma non abbiamo messo ancora piede su una nuova “terra promessa”. Il n. 4/2018 ha spiegato questa situazione con il desiderio di Farsi Dio, di sostituire ciò che è sacro (e tutto ciò che rappresenta, in senso anche culturale e antropologico) con una proiezione smisurata dell’umano: i nodi problematici che quel fascicolo aveva individuato riguardavano lo sviluppo accelerato e apparentemente irrevocabile della tecnica e la riduzione della salvezza a fatto puramente immanente, a questione medica e scientifica, ma anche, banalmente, a salutismo, wellness, fitness, alla manipolazione del corpo, che si manifesta volgarmente anche nella moda dilagante dei tatuaggi e dei piercing.

Nello scorso numero, il n. 1/2019, l’attenzione si era concentrata sulla perdita della memoria storica, sul vivere sempre schiacciati sulla contemporaneità o anzi nell’indeterminatezza di un futuro che si preannuncia ostile; in particolare si era posto l’accento sulla nostra grande disillusione, dal momento che siamo chiamati a vivere – fatto nuovo per almeno gli ultimi settant’anni – in una fase che è economicamente e culturalmente più povera rispetto a quella precedente, con la spiacevole sensazione di essere vittime di una grande ingiustizia. Il n. 1/2019 era intitolato Il futuro: tra promesse e illusioni e denunciava quanto sia prostrata, ma anche pericolosamente avvelenata, una generazione che si percepisca come tradita.

Bene, sul n. 2/2019 la riflessione si sposta su un tema molto dibattuto e di grande attualità, quello dello strapotere dei media (Il potere della comunicazione). Il dossier, curato da Gianni Borsa, direttore di «Segno», e da Donatella Pagliacci, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata, si articola come di consueto su sei contributi. Nel primo Carla Danani, professoressa di Filosofia politica a Macerata, ragiona sull’ambivalenza di quello che lei chiama il «mito della trasparenza» che, sostenuto quale toccasana della democrazia e del controllo dei cittadini sulle manovre di potere, può rivelarsi al contrario un ostacolo alla libertà del giudizio, dal momento che troppi dati, lungi dal favorire la comprensione di problemi complessi, fungono spesso da cortina fumogena; e altresì – come si è visto in Italia in tempi recenti – un dibattito condotto tutto “alla luce del sole” tende a isterilirsi e svuotarsi. Il punto è poi approfondito da Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini, politologi dell’Università di Urbino. Il commissario dell’Agcom Mario Morcellini, già ospite lo scorso 14 giugno di un seminario dell’Istituto «Bachelet» su Comunicazione, politica, emozioni, si sofferma a illustrare gli effetti di una comunicazione pervasiva su soggetti fragili come i più giovani, la cui vita intellettuale e affettiva, anche la più intima, è vissuta in gran parte sui social media: Morcellini parla addirittura di postsocializzazione e di nuova percezione dei valori. Chiudono il dossier la riflessione di Marco Rizzi, studioso di Letteratura cristiana antica, sul potere della parola alla luce dei significati di essa nelle Sacre Scritture e nel suo uso liturgico, il “glossario” che Nicoletta Vittadini ha stilato per comprendere alcune delle dinamiche distorsive dell’informazione sui social network, tarati da echo chambers, filter bubble e generale omofilia e un fresco dialogo a tre fra il direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio e altri due giornalisti, Andrea Silla e Vincenzo Corrado.

Tra le altre rubriche che compongono questo bel fascicolo di «Dialoghi» segnalo l’editoriale di Piergiorgio Grassi dedicato alle recenti elezioni europee, e, per restare in tema, il ritratto che i suoi amici hanno fatto di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista radiofonico ucciso a Strasburgo lo scorso dicembre per mano dell’ennesimo terrorista islamico.

Visto il tema, consiglio di dare un’occhiata al nuovo sito (www.rivistadialoghi.it) in rete da maggio.

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La gioia (complessa) della verità

di Michela Brundu

Mi era quasi sfuggito che il Papa, a Napoli, qualche giorno avesse ha partecipato al convegno “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo”.

Al di là del suo articolato intervento, vale la pena soffermarsi sul documento – guida Veritatis gaudium, passato un po’ in sordina nella comunicazione multimediale. Se ne sa poco o niente, anche se circola dal gennaio del 2018. Sembra un’occasione per riprenderlo in mano.

La maggior parte riguarda la struttura e la dinamica delle università e delle facoltà ecclesiastiche.
Ma nel Prologo si respira l’inchiostro della penna di Francesco fin dall’inizio: «La gioia della verità (Veritatis gaudium) esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio. La verità, infatti, non è un’idea astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini (cfr. Gv 1,4), il Figlio di Dio che è insieme il Figlio dell’uomo».

Ripercorre le grandi tappe di una riflessione non solo sugli studi accademici e sulla teologia, ma sulla stessa vita e senso della Chiesa. E usando espressioni sorprendenti, che siamo abituati a sentire nell’ambito pastorale. Dal Concilio Vaticano II che promuove, in Optatam totius, con vigore e profezia il rinnovamento della vita della Chiesa con una fedele e creativa revisione degli studi ecclesiastici, passando per l’Evangelii nuntiandi e la Populorum progressio di Paolo VI,
la Redemptor hominis di Giovanni Paolo II che precede di poco la sua Costituzione Apostolica Sapientia christiana (1979), proprio sugli atenei pontifici. Ora bisogna fare un passo avanti, dice Francesco, dare corpo e opera a questo lungo cammino, forti del fatto che «uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente».

Ed è questa la discriminante chiave di lettura che ispirerà il successivo magistero sociale della Chiesa, dalla Laborem exercens alla Sollicitudo rei socialis alla Centesimus annus alla Caritas in veritate di Benedetto XVI fino alla Laudato si dell’attuale pontefice.

Ma perché tanto aggiornamento è stato ed è necessario? Teologia e studi accademici non sono dunque fissi e cristallizzati, come si percepisce nell’immaginario collettivo.
Lo spiega ancora Francesco: «L’esigenza prioritaria oggi all’ordine del giorno, infatti, è che tutto il Popolo di Dio si prepari ad intraprendere “con spirito” una nuova tappa dell’evangelizzazione. Ciò richiede un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma (EG). … Gli studi ecclesiastici, infatti, non sono solo chiamati a offrire luoghi e percorsi di formazione qualificata dei presbiteri, delle persone di vita consacrata e dei laici impegnati, ma costituiscono una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo e che si nutre dei doni della Sapienza e della Scienza di cui lo Spirito Santo arricchisce in varie forme tutto il Popolo di Dio: dal sensus fidei fidelium al magistero dei Pastori, dal carisma dei profeti a quello dei dottori e dei teologi».

Si intravede dunque una ricerca complessa per trovare un nuovo stile per nuove prospettive. Processi non ancora intrapresi e strade mai percorse. Il Papa dà infine quattro criteri di fondo per un rinnovamento e un rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria.

Innanzitutto, criterio prioritario e permanente è quello della contemplazione, per radicarsi nella «sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù che va facendosi carne sempre più e sempre meglio (EG) ».
Un secondo è quello del dialogo: non come semplice atteggiamento tattico, ma come necessario per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, «la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»
Di qui il terzo criterio: l’inter- e la trans-disciplinarietà esercitate con sapienza e creatività nella luce della Rivelazione. Francesco richiama « il principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni».
Ecco il punto: studi che offrano una pluralità di saperi, perché la realtà stessa è multiforme, nella luce dischiusa dall’evento della Rivelazione. «In Cristo Gesù – scrive l’apostolo Paolo –, sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).
Il quarto criterio concerne la necessità urgente di “fare rete” tra le diverse istituzioni che, in ogni parte del mondo, coltivano e promuovono gli studi ecclesiastici. E citando ancora la Laudato si, Francesco ricorda che «dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune».

Percorsi e piste, ancora una volta, proposti da Francesco: lui non chiude discorsi ma avvia processi… Per teologi di professione, certo, ma anche per chi è theós –lógos: chi parla di Dio. E dunque ogni credente.

VOLANTINO TIME OUT 2019 (2)

TIME OUT – CENTRO ESTIVO ACR

Cari aderenti,

vi contattiamo per sensibilizzarvi sull’iniziativa del TIME OUT in modo da rendervi partecipanti attivi con il vostro servizio per il centro estivo dell’AC.

Infatti, la mission di TIME OUT è quella di aprire l’associazione alla città, memori dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium che ci invita ad uscire dalle nostre parrocchie.

La settimana in oggetto è 2-6 settembre 2019, con orari dalle 7:30 alle 18:00.

Il tema della settimana sarà “Mi prendo cura di …“ (mi prendo cura del creato e della relazione con gli altri).

Ogni disponibilità di tempo, da un’ora sola a tutta la settimana, è ben accetta! Ciascuno si senta chiamato, non servono doti o abilità particolari, solo buona volontà e desiderio di mettersi in gioco per i ragazzi e per l’associazione. C’è qualcosa da fare per tutti, anche per chi avesse difficoltà a stare con i più piccoli o per chi avesse poco tempo da donare.

Maggiori dettagli ed informazioni si trovano a questo link: http://www.azionecattolica.trieste.it/timeout-2019/

Attendiamo un vostro riscontro rispondendo a questa e-mail (timeout@azionecattolica.trieste.it) oppure contattando il seguente numero di telefono 347 9257093 (Beatrice).

Pregandovi di fare pubblicità presso tutte le vostre conoscenze, vi alleghiamo il volantino e il modulo di iscrizione.

Un caro saluto,

l’equipe di TIME OUT

“(…) Alcuni partecipano alla vita della Chiesa, danno vita a gruppi di servizio e a diverse iniziative missionarie nelle loro diocesi o in altri luoghi. Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra! (…)”

Evangelii Gaudium 106

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“Amoris Laetizia” a Borca

di Enrico De Marco

 

Si conclude con una “due notti” a Borca di Cadore il percorso annuale del gruppo famiglie diocesano di Azione Cattolica “Amoris Laetitia”. La bella realtà, che oramai da qualche anno propone a famiglie provenienti da tutta la diocesi un cammino di riflessione e catechesi con appuntamenti mensili, ha riletto quest’anno l’esortazione apostolica “Gaudete ed Exsultate”, sviluppando, grazie anche al prezioso accompagnamento dell’assistente don Andrea Destradi e di qualche ospite, una serie di incontri in cui approfondire, alla luce del testo e della Parola, le Beatitudini in chiave familiare. Un menù decisamente ricco, che si è integrato, come di consueto, nel percorso della pastorale diocesana e delle proposte dell’Azione Cattolica, per offrire un percorso a misura di famiglia nelle tematiche affrontate (ad ogni incontro viene infatti offerto un servizio di animazione per i bambini, così da agevolare la partecipazione di tutti). Una realtà che cresce anche e soprattutto in termini di relazioni, sia tra i grandi che tra i piccini, rendendo il cammino di catechesi un momento di incontro tra amici.

Il weekend conclusivo, dal 31 maggio al 2 giugno, ha dato l’opportunità alle famiglie di  trascorrere un tempo di fraternità ai piedi delle Dolomiti. I primi squilli d’estate hanno regalato sole in abbondanza, che ha permesso ai tanti bambini di godere dei bei spazi all’aperto offerti dalla Casa San Giusto, nonché di impreziosire il sabato con una bella passeggiata… ovviamente anche questa “a misura di famiglia”. Special guest della due giorni don Stefano Vattovani, storico amico dei partecipanti e dell’Associazione. Don Stefano ha proposto qualche spunto di riflessione sui “puri di cuore” che “vedranno Dio”. Un invito a riflettere sul proprio cuore e su cosa significhi vedere Dio attraverso la vocazione familiare.

Appuntamento per la ripresa del percorso a settembre, con le porte aperte a tutte le famiglie che vorranno provare questo tipo di esperienza (il gruppo dei partecipanti si è di anno in anno arricchito di nuovi innesti). Nel frattempo ci sarà sicuramente spazio per qualche iniziativa improvvisata in cui ritrovarsi tra amici e per fare il pieno di sole, mare ed energia in vista del nuovo anno.

 

twitter

Let’s tweet again!

di Arturo Pucillo

 

Tempi duri per l’informazione. Ciò che viene offerto dai media tradizionali (carta stampata, volti televisivi, studi futuristi e musiche d’avanguardia) spesso, sempre più spesso, risponde alla logica delle “fake news”, raccolto dove capita e catapultato in faccia all’utente che, passivamente e inconsciamente, ne assorbe il messaggio. Manca l’etica del controllo intermedio (saranno media per qualcosa?), stritolata dalla velocità di rappresentazione che mantiene alta la tensione narrativa della realtà contingente, di qualunque realtà e di qualunque narrazione si tratti. Non c’è più il tempo di verificare, chi prima arriva ha vinto la tappa e il concorrente mangia la polvere, anche se alla fine la racconta più giusta. Per cercare un po’ di verità spicciola allora si naviga nel tempestoso mare dei social media, dove l’intermediazione delle notizie diventa sociale, condivisa, “come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”; a stare attenti e perderci qualche ora di sonno, si può intercettare l’origine veritiera di una notizia prima che imbocchi la strada forzosa che la modificherà e ingigantirà spesso a scapito della verità. Twitter mi è sempre sembrato un buon mezzo, con un limite: la rete di relazioni virtuali, che connette soggetti anche molto distanti fisicamente, è soggetta alla legge del Samaritano: “di chi sei il prossimo? Chi è il tuo prossimo?”. Tipicamente, è chi ti piace, chi ti somiglia. Concordi con ciò che dico? Mi segui, ti seguo. Non concordi o ti senti attaccato da me? “Click”, non esisti più. Silenziato, fuori dalla mia rete, respingo ciò che dici e l’intermediazione che mi offri non la considero verità. I farisei scelgono i farisei, gli alternativi scelgono gli alternativi, i neofascisti scelgono i neofascisti… e i cristiani? Qui arriva un punto dolente. Stratificando comportamenti, atteggiamenti, reti relazionali virtuali degli utenti di Twitter, possiamo dire che i cristiani si distinguono per allargare il più possibile la cerchia di contatti? Cosa fanno per mantenere aperta la porta col prossimo? C’è uno stile riconoscibile dietro il quale si intraveda il Vangelo (non parlo di baci ai rosari, naturalmente)? Ho sotto gli occhi alcuni esempi, cito don Dino Pirri (@dDinoPirri), perché è stato assistente nazionale ACR ed ha un modo paterno, materno e fraterno di stare su Twitter, e ne coglie i frutti evidenti negli scambi con molte persone; penso a Rosy Russo (@rositauau), nostra aderente triestina, che lavora nel silenzio della porta accanto ad un grande progetto, Parole_O_stili, che cristianamente evangelizza il linguaggio accogliendo come evangelizzatori i soggetti stessi dell’evangelizzazione. Sono solo due nomi che mi vengono in mente, ma ce ne sono diversi altri. Laici e sacerdoti, a noi cristiani cattolici è chiesto un esercizio supplementare di apertura anche laddove è più acuta la tentazione di circondarsi di persone affini (la cosiddetta “comfort zone”) mentre si tratta di un luogo in cui centro e periferia, vicino e lontano, grande e piccolo, forte e debole, fragile e forte (o diversamente fragile) hanno l’opportunità di incontrarsi. Vado subito a cominciare!