Vacanze romane


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Roma, 05.11.2019

di Andrea Dessardo

 

Pur abitando a Roma ormai da due anni non ero mai stato al Villaggio giuliano-dalmata della capitale, di cui tanto avevo sentito parlare e che mi ero ripromesso di visitare prima o poi, ma senza sapere neppure dove fosse esattamente: all’Eur, ad almeno un’ora da casa. L’occasione me l’ha data finalmente niente meno che don Francesco Bonifacio, o almeno Mario Ravalico, il suo infaticabile araldo. Non dovremmo mai smettere di ringraziare Mario per il suo impegno, che da ormai dieci anni lo porta in giro dappertutto a testimoniare il martirio del sacerdote istriano e la storia della sua gente dispersa.

Nonostante abbia sentito più volte le testimonianze sulla sua vita, e benché abbia letto tutto quanto è stato pubblicato su di lui, non smetto di stupirmi di quanto la sua figura ancora riesca a trasmettere, quanti frutti di grazia faccia maturare. L’esperienza è stata tanto più forte nella cornice del Villaggio giuliano-dalmata, un piccolo focolare in cui continuano a vivere le tradizioni delle terre abbandonate, un pezzo d’Istria nella profonda periferia romana. E così mi sono ritrovato, martedì 5 novembre, nella biblioteca della parrocchia di San Marco in Agro Laurentino, a sentire un’altra volta Mario raccontare del beato e delle sue ricerche per far luce sulla sua vicenda.

Sulla piazzetta davanti la chiesa (piazza Giuliani e Dalmati) un cippo ricorda l’esodo. Oliviero Zoia, presidente dell’associazione Giuliano-Dalmata nel Cuore, che anima la vita del quartiere, mi racconta con soddisfazione che il prossimo 10 febbraio verrà disegnata sul selciato la sagoma dell’Istria con tante mattonelle di maiolica. Me lo dice – lui nato a Roma da genitori esuli da Abbazia – parlando fieramente in un dialetto istro-veneto venato di romanesco: è nato là, in viale Oscar Sinigaglia (dal nome dell’ingegnere siderurgico direttore dell’Opera d’assistenza ai profughi, romano ma genero di Teodoro Mayer fondatore de “Il Piccolo”), dove c’è il Bar “Zara”.

Sempre lì, in via Antonio Cippico, che prende il nome dal letterato dalmata professore di letteratura italiana a Londra, c’è la sede della Società di Studi Fiumani, con annesso il suo museo e l’archivio storico, che dal 1952 ha ripreso a pubblicare la rivista “Fiume”, fondata in riva al Quarnero nel 1923 e sospesa durante la guerra. Nello stesso edificio ha sede anche il Centro di documentazione regionale dell’esodo.

Il presidente Marino Micich interviene anche lui, dopo Mario, e dopo Maria Ballarin della locale Associazione di cultura giuliano-dalmata, che offre ai presenti un quadro storico dell’Istria all’indomani della guerra. Alle ricerche di Micich, alla sua caparbietà e alle sue capacità negoziali si deve il ritrovamento, nel luglio 2018, dei resti del senatore Riccardo Gigante, già podestà di Fiume (1930-34) e nel 1943 prefetto, ucciso sommariamente presso Castua dai partigiani jugoslavi il 4 maggio 1945; recentemente, nel maggio scorso, sono stati trovati altri ventisette corpi in una fossa comune a Ossero, sull’isola di Cherso. Si spera così di poter dare degna sepoltura anche alle spoglie di don Francesco, sparito tra Grisignana e Villa Gardossi l’11 settembre 1946. Mario e Giuliana Ravalico già hanno ricostruito in maniera convincente le sue ultime ore, individuando il luogo del suo arresto.

Sullo schermo viene proiettato il documentario di Giovanni Panozzo Sempre sia lodato e così scorrono tra queste pareti le vedute di Pirano, di Cittanova, di Grisignana, il mare e le colline dell’Istria e le immagini di noi dell’Ac di Trieste in pellegrinaggio in quei luoghi nel 2014. Mi rivedo seduto su una panca della chiesetta di Crassiza e sembra tutto insieme così lontano e così vicino, anche quando ascolto la signora Eufemia prendere il microfono per ricordare il suo esodo da Rovigno nel 1951, quando aveva sedici anni. Siamo tutti resti d’Israele.

HONG KONG, HONG KONG - JUNE 12:  A protester makes a gesture during a protest on June 12, 2019 in Hong Kong China. Large crowds of protesters gathered in central Hong Kong as the city braced for another mass rally in a show of strength against the government over a divisive plan to allow extraditions to China. (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)

Dare a Xi quel che è di Xi?

di Lorenzo Klun

 

Hong Kong. Sei mesi in piazza, con picchi di 2.000.000 di persone secondo gli organizzatori, 338.000 secondo la polizia. Il motivo delle proteste? Il disegno di legge sull’estradizione, che avrebbe permesso alla Cina di spostare prigionieri da Hong Kong al resto della Repubblica Popolare Cinese (RPC).

 

Da quel lontano 9 giugno 2019 la situazione è molto cambiata. A dover gestire la situazione è stata la governatrice Carrie Lam, da molti considerata troppo vicina a Pechino. Dopo diversi ‘tira e molla”, il 4 settembre la governatrice ha ritirato il disegno di legge incriminato, affossato definitivamente il 24 ottobre. Ma questo non è bastato. Ormai era troppo poco, e troppo tardi”.

La composizione di coloro che sono scesi in piazza è molto eterogenea. Importante la componente cristiana. Dei 7 mln di abitanti di Hong Kong, solo il 12% sono cristiani (dei quali il 42% cattolici). Sembrerebbe poco, ma la loro presenza nella vita educativa, sociale e politica supera di molto le percentuali.

La Chiesa cattolica è presente nell’ex colonia britannica dalle prime missioni di evangelizzazione di metà ‘800. Ad oggi gestisce circa 300 istituti scolastici appartenenti ad ogni livello, svolgendo un ruolo primario nell’istruzione dei giovani hongkonghesi. La Caritas non è da meno: è la più grande organizzazione sociale della città. E infine la reputazione della Chiesa di Hong Kong, a differenza di quanto successo negli ultimi anni in molte parti del mondo, non è stata macchiata da scandali di abusi su minori. Ciò spiega il grande rispetto suscitato da questa nella popolazione.

Se non si può marciare, si può sempre pregare. Così, quando una manifestazione programmata per il 15 settembre non ha ottenuto i necessari permessi, è subentrato il vescovo emerito. L’87enne cardinale Joseph Zen Ze – Kiun da anni definito la  “coscienza di Hong Kong ha annunciato tramite Facebook che quel giorno avrebbe condotto un pellegrinaggio attraverso tre chiese cittadine, fermandosi a pregare in ciascuna di esse. Per qualche strana coincidenza le tre chiese si trovavano lungo il percorso negato ai manifestanti. Nel suo pellegrinaggio si sono unite a lui in preghiera centinaia di persone. A pregare nella terza tappa (San Giuseppe) erano migliaia di fedeli. Fedeli che al termine della preghiera sono stati dispersi dai lacrimogeni della polizia.

Ma questo è solo un esempio di come i cristiani siano stati presenti nelle proteste. Sono cristiani anche Joshua Wong (protestante) e Agnes Chow (cattolica), leader della rivoluzione degli ombrelli del 2014. Sono cristiani 3 dei 4 personaggi che il 19 agosto 2019 l’agenzia ufficiale Nuova Cina ha disegnato come nuova “Banda dei Quattro, considerandoli responsabili dei disordini a Hong Kong. Ed era  Sing Alleluiah to the Lord l’inno ufficioso delle proteste, prima che venisse scritto l’ufficiale Glory to Hong Kong. Si tratta di fatto di un movimento ecumenico.

Stranamente, ma non troppo, è cattolica anche la governatrice Carrie Lam. In realtà questo è proprio uno dei motivi che ha spinto Pechino a farla eleggere: per gestire Hong Kong, è necessario avere buoni rapporti con le gerarchie e il popolo cristiano. E lei sembrava averli. Era, per esempio, grande amica del vescovo Michael Yeing Ming-cheung, morto lo scorso gennaio e non ancora sostituito.

 

E il Vaticano? Al momento tace. Non sono state rilasciate dichiarazioni sulle proteste. Ad influire forse anche l’accordo provvisorio siglato tra Vaticano e Cina il 22 settembre 2018, con cui si è trovata una bozza di risoluzione alla decennale questione della ‘lotta per le investiture’ in salsa cinese.

In quell’incontro è stata restituita al Pontefice l’autorità di decidere per quanto riguarda i vescovi cinesi. D’altra parte è stato riconosciuto un ruolo fondamentale, nel processo decisionale, al clero cinese e a Pechino.

Come comunicato al tempo dalla nota rilasciata dalla Sala Stampa vaticana, «al fine di sostenere l’annuncio del Vangelo in Cina», papa Francesco ha deciso «di riammettere nella piena comunione ecclesiale anche i rimanenti vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio».

La domanda che resta aperta è se questo accordo trovi applicazione anche ad Hong Kong. La risposta più probabile è che in teoria no, ma in pratica non si sa. Fatto sta che Roma aspetta l’evolversi della situazione, e per il momento il seggio vacante è affidato all’amministratore apostolico John Tong, che invita entrambe sia Pechino che i manifestanti al dialogo (senza negare qualche critica alla gestione cinese delle proteste).

 

Le chiese hongkonghesi sembrano quindi più vive che mai. E se non tutti i cristiani sono contrari al presidente Xi Jinping, sembra proprio che una buona parte sia reticente a “dare a Xi quel che è di Xi”. O almeno non prima di aver ottenuto qualche diritto in più.

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A Occhi Aperti

di Michela Brundu

 

Era ora. Durante il suo pontificato più volte Francesco ha richiamato l’importanza della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Oggi lo ha fatto in forma solenne, col Motu proprio Aperuit illis in cui stabilisce addirittura una domenica del tempo ordinario ad essa dedicata, indicando perfino alcuni gesti concreti: “intronizzare il testo sacro, evidenziare la sua proclamazione e adattare l’omelia per mettere in risalto il servizio che si rende alla Parola del Signore”.

La gente magari ricorderà solo l’istituzione di questa domenica speciale, ma intanto…

In realtà in questo intervento del Papa c’è molto altro. Breve e denso, colpisce quanto si inserisca in un percorso di Chiesa, appoggiandosi al Giubileo della misericordia e alla Verbum Domini di Benedetto XVI, e poi ancora al Sinodo sulla Parola di Dio di 10 anni fa e al Concilio, con la sua inossidabile Dei Verbum.

E’ una rete di persone e di pensieri, anzi un reticolo di fili che legano e collegano. E davanti agli occhi non c’è un fermo-immagine: tutt’altro. E’ un affresco dinamico, un docufilm a tratti lento o veloce.

Emerge potente la dinamicità dello Spirito, che non ha curato solo la stesura del Libro, ma anche la sua comprensione che si dispiega nei secoli.  Dice Francesco che “quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta, permane sempre nuova”.

E il Papa richiama uno splendido passaggio di Dei Verbum n. 13 dove si afferma che «le parole di Dio espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo». Ci fa ritrovare così un testo vivo e perenne, che parla al cuore dell’uomo con parole umane ma con soffio divino.

Già: la mediazione degli uomini. Corre il pensiero all’omelia, non di rado palcoscenico per le personali elucubrazioni di chi presiede la liturgia invece che fulminante risonanza dello Spirito che parla prima di tutto al cuore di chi predica (e che per tale momento si è preparato con cura e ha pregato a lungo)… Corre il pensiero ai lettori, non di rado frettolose e poco convinte voci che si prestano a un servizio come tanti, senza coglierne lo spessore ministeriale e senza coltivare una vocazione al servizio della Parola. Corre il pensiero al frusciare dei foglietti durante la Messa, quando i fedeli, come diligenti scolari, girano la pagina…

Francesco vola alto e dipana intrecci tra Scrittura, Tradizione e Magistero, ma sempre radicato nella storia e nell’umanità dei testimoni: sembra di vedere Esdra che legge al popolo che si commuove fino alle lacrime (Ne 8) o di essere presenti alla scena della Trasfigurazione, con la gioiosa meraviglia di Pietro davanti a chi rappresenta la Legge e i Profeti, cioè le Sacre Scritture.

Infine le ultime pennellate ritraggono discepoli di Emmaus (da cui il titolo del Motu proprio) e, con loro, il misterioso Viandante che si fa esegeta, maestro e guida. E il suo “viaggio” con i due discepoli si conclude con la cena.

Come al solito, Francesco, traccia percorsi e avvia processi; ci immerge nella Storia e ci lancia nel futuro. Sperando che apriamo gli occhi.

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A tortello o a ragione

di Arturo Pucillo

 

È proprio il caso di dirlo: a tavola, in Italia, può accadere di tutto. L’ultima prelibatezza l’ha apparecchiata il professor Marco Gervasoni, recentemente assurto agli onori delle cronache di palazzo per il mancato rinnovo del contratto di docenza presso l’Università LUISS, con immancabile rilancio da parte della cattolicissima falange armata (sotto l’elmo, oggi, specialità dello chef: Nicola Porro).

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Samatorza Camp 2019

di Teresa Maria Martina de Radio

E per il quarto anno consecutivo, il nostro “Samatorza camp” si è concluso.
Siamo un gruppo di giovanissimi dell’Azione Cattolica della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo e a
Samatorza il nostro educatore ha una casa, dove ogni anno ospitiamo il nostro campo.

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Campo AC Giovanissimi 2019

di Caterina Grandi

 

Inizia una nuova avventura per i ragazzi dell’AC della diocesi di Trieste!

Dal 10 al 17 agosto alcuni giovanissimi delle parrocchie di S. Giovanni, S. Vincenzo, S. Caterina e Gesù Divino Operaio hanno accolto la sfida di vivere una settimana insieme nella casa San Giusto a Borca di Cadore.

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Se Fosse

di Fabiana Martini

 

Se giocando al gioco del “Se fosse…” la persona da indovinare fosse stata Francesco Rosato e al mio turno mi avessero chiesto di dire una cosa che lo rappresentava, non avrei avuto esitazioni: se fosse una cosa, sarebbe una roccia.

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A Borca di Cadore, ex villaggio Eni per le Olimpiadi 2026

di Davide Martini

 

A vent’anni dall’assegnazione a Torino, ed a settant’anni dalle prime Olimpiadi invernali assegnate a Cortina d’Ampezzo, il nostro paese si è aggiudicato nuovamente questo importante evento anche grazie ad un’innovativa formula e cioè disputare le gare non in un solo sito, ma coinvolgendo quattro grandi aree: Milano, Cortina, Valtellina e Val di Fiemme. “L’Italia prevede una visione innovativa delle Olimpiadi che combina le attrazioni urbane della metropoli di Milano con il fascino delle pittoresche regioni montane alpine del Nord Italia”, ha scritto la Commissione di valutazione del Cio nel suo report, che alla fine ha convinto la giuria. I tre villaggi olimpici saranno strutture prefabbricate recuperabili, e sorgeranno a Milano (dove poi verranno destinate a studentati universitari), nell’area dell’ex scalo ferroviario di porta Romana, a Livigno e a Cortina. L’obiettivo è quello di usare il 92% delle sedi di competizione “già esistenti o temporanee”, per questo la candidatura “abbraccia pienamente lo spirito e la filosofia dell’Agenda 2020” ha aggiunto, nella sua dettagliata analisi, la commissione del Cio. Questa percentuale, già molto ragguardevole, potrebbe essere ulteriormente incrementata e migliorata. Come?

Non lontano da Cortina (meno di venti km) sorge il Villaggio Eni di Borca di Cadore (Bl),  realizzato tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, grazie alla capacità politica e imprenditoriale, ed allo sguardo visionario di Enrico Mattei.

Si tratta di un grande complesso (oltre 100.000 metri quadri), dotato di un impianto articolato su diverse strutture, ed edificato, secondo criteri innovativi, in un grande bosco ai piedi del Monte Antelao, che con i suoi 3.242 metri domina il Cadore e sovrasta l’abitato di Borca. In che senso possiamo parlare di criteri innovativi? L’idea che stava alla base era pensare ad un’urbanistica a carattere “sociale”, secondo il progetto dello stesso Mattei; il progetto venne realizzato  (anche se non completamente, vista la prematura scomparsa dell’imprenditore nel 1962), dall’architetto Edoardo Gellner in primis, in collaborazione con Carlo Scarpa per alcune sue parti. Le idee di Mattei furono rispettate e trasferite nella realtà da Gellner,  fino ai più piccoli dettagli d’arredo.

Le strutture principali del sito sono costituite dalla grande Colonia (30.000 metri quadri), dalla Chiesa Nostra Signora del Cadore, dall’albergo, dal Campeggio a tende fisse, da 280 villette monofamiliari, dal residence. Sono 25.000 mq, 17 padiglioni collegati da un unico corridoio lungo 4 km, finestre come quadri affacciati sul paesaggio, balconate esposte a sud per ricevere luce e calore. Un piccolo, ma significativo esempio di questa capacità di guardare “oltre”, il fatto che, appunto,  tutte le strutture collegate tra loro non prevedevano, già allora, alcuna barriera architettonica.

Si tratta di un sito eccezionale ed unico in Italia, nel quale gli aspetti del paesaggio e dell’ambiente naturale si fondono in modo organico con le architetture, oggi dominate dal bosco.

Dal 2000, il Villaggio è proprietà della società Minoter, con la quale Dolomiti Contemporanee ha iniziato una collaborazione, sulla base di un progetto di valorizzazione culturale e funzionale dell’insediamento: a giugno 2014, è stato avviato “Progetto Borca”.

Senza voler mettere in competizione Borca con Cortina, Gianluca D’Inca Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee e Progetto Borca, già a gennaio di quest’anno auspicava un riutilizzo del Villaggio, in vista di una possibile assegnazione delle Olimpiadi, e così scriveva in alcuni passaggi di una sua riflessione pubblicata on-line (www.progettoborca.net) : “L’ex Villaggio Eni di Borca dispone di strutture inutilizzate, o solo parzialmente utilizzate, per diverse decine di migliaia di metri quadri. Come l’ex Colonia o l’attuale Residence Corte.

Lo stesso Gellner elaborò un progetto di adeguamento di alcune di esse nella prospettiva di una futura Olimpiade”. E più avanti: “Dal nostro punto di vista, i criteri della sostenibilità troverebbero piena applicazione in quest’opzione di riuso, che, con le dovute cautele e tutele, è di certo possibile. Viceversa, la realizzazione ex-novo di una serie di strutture temporanee, atte ad accogliere alcune centinaia di ospiti, a Fiames o Socol o altrove, dovrebbe tener conto già da ora di tutti i temi e le problematiche, in genere assai poco sostenibili, connesse alla sua riconversione o smantellamento all’indomani dell’evento”. Infine: “D’altro canto, è evidente come il tema del post-Olimpiade vada considerato attentamente anche nell’opzione dell’ex Villaggio Eni. Nemmeno qui avrebbe senso infatti restaurare le strutture solo nella prospettiva del 2026. Bisogna sin da ora immaginare quali funzioni tali strutture potrebbero accogliere negli anni successivi, trovando per esse la destinazione d’uso ottimale. Se ciò risultasse possibile, l’evento sportivo avrebbe raggiunto diversi obiettivi: quello di produrre se stesso; quello di rigenerare un Bene cospicuo e inesausto, che è anche un’infrastruttura dal grande potenziale attrattivo; quello di produrre sviluppo e servizi; e molto probabilmente anche quello di ridurre la spesa e il costo d’investimento dell’evento, rispetto a quelli necessari alla costruzione di una stazione ex novo, visto che questa esiste già”.

Auspichiamo che queste ultime considerazioni vengano, se non accolte in toto, almeno prese in considerazione.

 

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DIALOGHI 2/2019

di Andrea Dessardo

Esce in questi giorni il n. 2/2019 di «Dialoghi», il trimestrale promosso dal Centro studi e dagli istituti culturali («Bachelet», «Toniolo» e «Paolo VI») dell’Azione cattolica, di cui sono coordinatore di redazione.

Il numero, il cui dossier è intitolato Il potere della comunicazione, è il terzo di una serie che, a partire dal n. 4/2018, vuole offrire ai lettori alcuni strumenti per leggere la realtà complessa in cui siamo immersi, la realtà di un’epoca di “crisi”, in senso letterale: siamo alla fine di un ciclo storico senza che sia ancora possibile avere un’immagine chiara del nostro approdo; il mondo cui eravamo abituati è in disfacimento, ma non abbiamo messo ancora piede su una nuova “terra promessa”. Il n. 4/2018 ha spiegato questa situazione con il desiderio di Farsi Dio, di sostituire ciò che è sacro (e tutto ciò che rappresenta, in senso anche culturale e antropologico) con una proiezione smisurata dell’umano: i nodi problematici che quel fascicolo aveva individuato riguardavano lo sviluppo accelerato e apparentemente irrevocabile della tecnica e la riduzione della salvezza a fatto puramente immanente, a questione medica e scientifica, ma anche, banalmente, a salutismo, wellness, fitness, alla manipolazione del corpo, che si manifesta volgarmente anche nella moda dilagante dei tatuaggi e dei piercing.

Nello scorso numero, il n. 1/2019, l’attenzione si era concentrata sulla perdita della memoria storica, sul vivere sempre schiacciati sulla contemporaneità o anzi nell’indeterminatezza di un futuro che si preannuncia ostile; in particolare si era posto l’accento sulla nostra grande disillusione, dal momento che siamo chiamati a vivere – fatto nuovo per almeno gli ultimi settant’anni – in una fase che è economicamente e culturalmente più povera rispetto a quella precedente, con la spiacevole sensazione di essere vittime di una grande ingiustizia. Il n. 1/2019 era intitolato Il futuro: tra promesse e illusioni e denunciava quanto sia prostrata, ma anche pericolosamente avvelenata, una generazione che si percepisca come tradita.

Bene, sul n. 2/2019 la riflessione si sposta su un tema molto dibattuto e di grande attualità, quello dello strapotere dei media (Il potere della comunicazione). Il dossier, curato da Gianni Borsa, direttore di «Segno», e da Donatella Pagliacci, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata, si articola come di consueto su sei contributi. Nel primo Carla Danani, professoressa di Filosofia politica a Macerata, ragiona sull’ambivalenza di quello che lei chiama il «mito della trasparenza» che, sostenuto quale toccasana della democrazia e del controllo dei cittadini sulle manovre di potere, può rivelarsi al contrario un ostacolo alla libertà del giudizio, dal momento che troppi dati, lungi dal favorire la comprensione di problemi complessi, fungono spesso da cortina fumogena; e altresì – come si è visto in Italia in tempi recenti – un dibattito condotto tutto “alla luce del sole” tende a isterilirsi e svuotarsi. Il punto è poi approfondito da Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini, politologi dell’Università di Urbino. Il commissario dell’Agcom Mario Morcellini, già ospite lo scorso 14 giugno di un seminario dell’Istituto «Bachelet» su Comunicazione, politica, emozioni, si sofferma a illustrare gli effetti di una comunicazione pervasiva su soggetti fragili come i più giovani, la cui vita intellettuale e affettiva, anche la più intima, è vissuta in gran parte sui social media: Morcellini parla addirittura di postsocializzazione e di nuova percezione dei valori. Chiudono il dossier la riflessione di Marco Rizzi, studioso di Letteratura cristiana antica, sul potere della parola alla luce dei significati di essa nelle Sacre Scritture e nel suo uso liturgico, il “glossario” che Nicoletta Vittadini ha stilato per comprendere alcune delle dinamiche distorsive dell’informazione sui social network, tarati da echo chambers, filter bubble e generale omofilia e un fresco dialogo a tre fra il direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio e altri due giornalisti, Andrea Silla e Vincenzo Corrado.

Tra le altre rubriche che compongono questo bel fascicolo di «Dialoghi» segnalo l’editoriale di Piergiorgio Grassi dedicato alle recenti elezioni europee, e, per restare in tema, il ritratto che i suoi amici hanno fatto di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista radiofonico ucciso a Strasburgo lo scorso dicembre per mano dell’ennesimo terrorista islamico.

Visto il tema, consiglio di dare un’occhiata al nuovo sito (www.rivistadialoghi.it) in rete da maggio.